La Memoria si esercita e soprattutto si nutre anche di documenti e testimonianze. Ma sono poche e vanno tutelate come beni preziosissimi per le future generazioni. In Prefettura a Reggio Calabria, assieme al Prefetto Claudio Sammartino, interviene anche la direttrice dell’Archivio di Stato, Mirella Marra. Nello splendido salone del Palazzo di Governo ha portato dei documenti, in esposizione, di alto valore. Si tratta delle Gazzette Ufficiali del 1938 dove furono pubblicate le famose leggi razziali relative alla difesa della razza e alla ghettizzazione degli ebrei. Prima di proiettare uno sconvolgente video sul campo di concentramento di Dachao, la dottoressa Marra spiega che le fonti di conoscenza sui campi di concentramento sono rare perché gli archivi furono subito distrutti dai Tedeschi appena compresero di aver perso la guerra. Le conoscenze che abbiamo riguardano soprattutto filmati e fotografie, mentre i documenti scritti non ci sono più. Tre casse relative ad Auschwitz sono state recuperate nell’Alta Slesia tre anni fa. Altra documentazione la possiede la Croce Rossa Internazionale che ha aperto i suoi archivi nel 2006, ma ancora lo studio di questa documentazione è arretrato, perché “troppo tardi ci siamo messi a studiare”, ha spiegato ancora la Marra. Il motivo di questa attività tardiva di studio, che è iniziata negli anni 60, è dovuto, da un lato, proprio alla paura di ricordare quel terrore e dall’altro alla mancanza di documentazione ufficiale dello Stato. Rimangono solo le lettere e i diari, le fotografie e i video A Dachao i prigionieri arrivati venivano subito violentemente picchiati con un bastone, poi si passava all’annullamento della personalità. Nudi, rasati, affamati, con il tatuaggio indelebile sul braccio. Non tutti riuscivano a superare l’inverno perché, dopo aver lavorato tante ore al giorno, i prigionieri venivano anche obbligati a lasciare le scarpe e i vestiti fuori dalle baracche, in maniera da doverli indossare, la mattina dopo, completamente gelati. Un particolare che la dice lunga sulle angherie quotidiane e continue che si aggiungevano alla fame e all’orrore che già conosciamo. A Dachao vi era anche la sala operatoria dove venivano asportati gli organi interni dei prigionieri senza anestesia e dove si praticavano le sperimentazioni genetiche. Da Terezin i bambini arrivavano anche a Dachao e ad Auschwitz. Anche loro finivano nelle camere a gas. Un sopravvissuto, il signor Venezia, raccontò la storia di un bambino di due mesi che venne fatto entrare nella camera a gas assieme alla madre che lo allattava. Morirono tutti, anche la madre, ma lui riuscì miracolosamente a non soffocare e fu trovato dagli altri ebrei, preposti alla raccolta dei cadaveri. Lo portarono fuori ancora in vita, ma appena fu scoperto dalle S.S. fu passato per le armi e ucciso. Un’altra terribile testimonianza, ripresa dalla dottoressa Marra, che ci fa gridare la coscienza e ribadire: non dimentichiamo!
Marina Malara














