• Home / CITTA / “Piccolo Carro”, definitiva sentenza per la “talpa” Giovanni “Zumbo”

    “Piccolo Carro”, definitiva sentenza per la “talpa” Giovanni “Zumbo”

    di Angela Panzera – È definitiva la sentenza a carico di Giovanni Zumbo, la “talpa”. Lo ha deciso poco fa la Cassazione che ha confermato la condanna emessa dalla Corte d’Appello, presieduta da Lilia Gaeta, che lo scorso 4 marzo ha condannato Zumbo a 11 anni di carcere, punito in primo grado con 16 anni e 8 mesi di reclusione. Undici anni furono inflitti anche a Demetrio Praticò a cui il Tribunale reggino aveva invece inferto 15 anni e 8 mesi di reclusione. Il boss Giovanni Ficara infine, è passato da una condanna a 11 anni e 6 mesi a 8 anni e 2 mesi di detenzione. Tutti e tre furono coinvolti nell’inchiesta “Piccolo Carro” condotta dal pm antimafia Giovanni Musarò, adesso in forza alla Procura capitolina. Zumbo è stato quindi riconosciuto colpevole, anche in Cassazione, di concorso esterno, Praticò di associazione mafiosa mentre Ficara, di reati inerenti armi e simulazione di reato aggravati dalle modalità mafiose. «Giovanni Zumbo si è reso disponibile a fornire notizie in ordine ad indagini in corso a operazione preventive in preparazione e iniziative di polizia in danno dei sodali, in tal modo rendendone più sicuri i piani criminali del sodalizio e favorendone sia l’ideazione che l’esecuzione, tale condotta rientra nel paradigma del concorso esterno in associazione mafiosa». Sono queste le motivazioni della sentenza nei confronti della “talpa”. Il processo “Piccolo Caro” ha come oggetto quanto verificatosi durante la visita del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il 21 gennaio 2010; in questa data i Carabinieri ritrovarono un’auto carica di armi ed esplosivo a poche centinaia di metri dall’aeroporto “Tito Minniti”. A fornire la “soffiata” ai militari sull’auto-arsenale sarebbe stato proprio Zumbo che lo disse all’appuntato dei Carabinieri Roberto Roccella, imputato dinnanzi al Tribunale per una relazione di servizio falsa che atteneva, secondo la Dda, ai rapporti confidenziali intrattenuti proprio con il commercialista in odor di mafia. «Il carabiniere Roberto Roccella – scrive la Corte – ha svolto un ruolo rilevante nel ritrovamento dell’autovettura». È stato lui, come è emerso in dibattimento, a dire ai suoi superiori che c’era un auto carica di armi posizionata a pochi passi dal luogo in cui a breve avrebbe dovuto sfilare il corteo presidenziale. Quest’auto però, era una “tragedia”: una messinscena che il boss Ficara aveva presumibilmente architettato ai danni del cugino. «Giovanni Ficara – è scritto in sentenza – nell’intenzione di eliminare non fisicamente, ma sotto il profilo giudiziario il cugino Giuseppe Ficara, suo rivale, ha ordito una trama con la complicità dello Zumbo, ben consapevole delle conseguenze cui il cugino sarebbe andato incontro». Zumbo però non è stato condannato “solo” per l’aiuto profuso ai Ficara. A costargli care sono state tutte le notizie spifferate ai più importanti boss della ‘ndrangheta, come l’inchiesta “Crimine”, che ha dimostrato l’unitarietà della ‘ndrangheta. «Zumbo non si è limitato a fornire generiche informazioni, conoscenza nomi delle operazioni, l’ambito territoriale di esecuzione, nomi dei soggetti arrestati e addirittura il contenuto delle stesse indagini. Portare a conoscenza degli indagati le imminenti operazioni, consentire loro di approntare le contromisure che non sono rappresentate solo dalla latitanza, ma altresì dalle cautele adottate nei dialoghi nei movimenti tali da ostacolare il conseguimento di ben più rilevanti risultati, è condotta che contribuisce al rafforzamento dell’associazione (…)La condotta dello Zumbo, ancorché indirizzata favorevolmente verso Ficara, che rendeva partecipe delle informazioni riservate relative alle indagini milanesi e calabresi, si esplicava anche nei confronti di Giuseppe Pelle, capo della locale di San Luca, consentendo ai due personaggi di vertice dell’organizzazione di conoscere in anticipo le mosse della Dda di Reggio Calabria e di quella di Milano, sia con riferimento allo scopo che si si prefiggeva, cioè di dimostrare l’unitarietà del sodalizio, sia con riferimento al periodo in cui gli stessi sarebbero stati eseguiti. Tanto ha costituito una condizione necessaria per la conservazione o il rafforzamento elle capacità operative dell’associazione, consentendo a numerosi affiliati di predisporsi ad una sorta di latitanza volontaria, peraltro pianificata anche da Giovanni Ficara e Giuseppe Pelle e resa impossibile solo dal fermo disposto nei confronti degli stessi il 21 aprile del 2010», ossia quando li hanno arrestati. Adesso la Cassazione premia il lavoro della Procura Antimafia, allora guidata da Giuseppe Pignatone, ma su chi ha fornito le notizie coperte da segreto istruttorio a Zumbo e soprattutto sul perché la “talpa” è andata a spifferare tutto a casa del boss Pelle, ancora è un mistero. Chi voleva che il blitz della maxi operazione il “Crimine” fallisse? Solo la ‘ndrangheta?