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    Omicidio Di Leo, arresto Fortuna, Bombardieri: “Era già stato arrestato da latitante”

    “Dopo dodici anni siamo riusciti a fare luce, almeno in parte, su un fatto di sangue legato alla criminalità organizzata del vibonese grazie agli esami tecnico scientifici”. È quanto ha dichiarato il procuratore aggiunto della Dda di Catanzaro, Giovanni Bombardieri, nel corso della conferenza stampa sul fermo di Francesco Salvatore Fortuna, ritenuto componente della cosca di ‘ndrangheta di Sant’Onofrio dei Bonavota.
    L’uomo è gravemente indiziato dell’omicidio di Domenico Di Leo, anche lui ritenuto intraneo alla medesima cosca, ucciso nel 2004 con numerosi colpi esplosi da tre armi da fuoco differenti. “Quel giorno sul luogo del delitto furono ritrovati quarantacinque bossoli, le armi, ma anche dei guanti di lattice”.
    “Il fermo – ha spiegato il procuratore – è stato necessario perché anni fa Fortuna si era reso latitante e il giorno dell’arresto è stato ritrovato con diverse armi”.
    Fortuna è ritenuto dalla Dda il killer dei Bonavota e questa ricostruzione “è confermata – ha dichiarato Bombardieri – da diversi collaboratori di giustizia, ultimo Raffaele Moscato. Il delitto Di Leo, maturato per dissidi interni alla cosca, però, non è stato commesso solo da Fortuna, quindi le indagini continuano e siamo ottimisti per la risoluzione sia di questo che di altri omicidi”.
    Di Leo, secondo le ricostruzioni fatte dai carabinieri di Vibo Valentia “non era più gradito – ha detto il colonnello Daniele Scardecchia comandante provinciale dei carabinieri di Vibo – e doveva essere eliminato. La vittima era il genero di Antonio Bonavota che in una intercettazione ha detto: ‘Se uno deve morire a un certo punto deve morire’, decretando la morte di Di Leo che ha lasciato sua figlia sola con dei bambini piccoli”.
    Le indagini sono state indirizzate verso Fortuna, dopo che gli investigatori hanno ascoltato le captazioni relative all’inchiesta delle estorsioni alla cooperativa di religiosi di Stefanaconi “Talita Tum” che nel 2011 subì il taglio di numerosi alberi di ulivo come intimidazione.
    “Il tempo – ha concluso il capitano Diego Berlingeri, comandante della compagnia dei carabinieri di Vibo – ci ha dato ragione. Abbiamo messo a sistema una serie di attività realizzate in periodi diversi ottenendo un successo”.

    Cla.Va.