di Grazia Candido (foto Antonio Sollazzo) – Una favola d’amore reinventata dal regista Martelletta tra i simboli di un’arte che sovrasta la vita. Al teatro “Cilea” nell’ambito della stagione artistica “Alziamo il Sipario”, organizzata dall’Assessorato alla cultura del Comune di Reggio Calabria, ieri sera, il Balletto di Roma ha messo in scena “Il Lago dei cigni ovvero Il canto”, nell’atto unico di Anton Cechov.
Reinventare in chiave moderna il classicismo di una delle opere più belle e complesse non è per nulla facile soprattutto se si vogliono anche mantenere le suggestioni dell’originale. Il coreografo Martelletta si pone di fronte a questo capolavoro del teatro di danza mettendo in relazione il famoso balletto con la novella di Checov “Il canto del cigno” e la stupenda musica di Cajkovskij. Ne trae dunque una versione sorprendentemente moderna per l’introspezione del testo e dei personaggi, attraverso una geniale invenzione coreografica né celebrativa né accademica che fonde balletto classico e danza contemporanea. Un’opera struggente e poetica arricchita da tematiche esistenziali legate alla disperazione e allo sconforto per una giovinezza svanita dopo un’esistenza dedicata al teatro e all’arte. A catalizzare l’attenzione del pubblico rapito dall’intenso spettacolo, è la compagnia di 14 danzatori dal talento ineccepibile che si dona agli spettatori sia con il virtuosismo del balletto che con la giocosità e la maestria della migliore danza contemporanea. E sono loro a raccontare con i propri corpi una fiaba che rispecchia una sintesi perfetta di composizione coreografica accademica e notturno romantico, di chiarezza formale e conturbanti simbologie psicoanalitiche, in cui i due amanti protagonisti, Siegfried e Odette, pagano con la vita la passione che li lega. Un percorso tormentato di illusioni e memoria fa incontrare e scontrare un gruppo di “anziani” ballerini che, tra le fatiche di una giovinezza svanita e la nevrotica ricerca di un finale felice, ripercorrono gli atti di un ulteriore, “inevitabile” lago. Sul palco un mucchio di vestiti tra i quali si distinguono i corpi dei ballerini che simulano il risveglio dei cigni e un gioco di luci proiettate sullo sfondo come se si volesse scolpire il ricordo sofferto di un’arte che travolge la vita e il tentativo estremo di rimandarne il finale. Gli “stracci” sono l’unica componente scenica, indispensabili sia quando vengono ammucchiati o lanciati in aria dal corpo di ballo sia quando, nel finale, nascondono un buco nero che assorbe i protagonisti.
Il pubblico è incantato da quella magia ricreata dal personaggio bifronte di Odette/Odile prima nei panni di una ballerina “bianca e buona” poi in quelli di “nera e perfida”, metà principessa e metà cigno in una perenne metamorfosi tra il bene e il male che però, non giunge mai al pieno compimento. Metafora di un’arte che non conosce traguardo ma anche della spasmodica ricerca della protagonista di cercare se stessa in un viaggio tormentato d’amore, tradimento, prigionia e liberazione. Gli interpreti ripercorrono la trama di un lago senza fine, reiterandovi gesti e legami nella speranza straziante di sopravvivere al finale di una replica interminabile. La lotta atavica tra il bene e il male, tra il cigno bianco e il cigno nero, si trasforma in una battaglia con se stessi che si palesa in tutta la sua crudezza nella scena in cui Odette si guarda allo specchio e soffre per un’immagine che tradisce il passare del tempo, rendendo difficile e dolorosa la rassegnazione. Dopo che un vortice creato da un ammasso di stracci colorati “rapisce” Odile, il principe Siegfried e Rothbart, Odette (il cigno bianco) rimane sola e, esibendo una giovane fierezza, si mostra nuda e disinibita. L’aspra e dolorosa battaglia con il proprio “io” sembra essersi finalmente placata per lasciare spazio ad una donna giovane e splendente in tutta la sua bellezza.












