• Home / CITTA / Maxi confisca, De Raho: “Quella di Siclari vera impresa mafiosa”
    Cafiero De Raho si insedia a capo della procura nazionale antimafia

    Maxi confisca, De Raho: “Quella di Siclari vera impresa mafiosa”

    Pietro Siclari, imprenditore nei settori edilizio, immobiliare e alberghiero, già nell’operazione Olimpia, ha spiegato il Procuratore Capo, Cafiero de Raho, figurava come membro di un “cosiddetto ‘comitato d’affari’ che dominava la gestione degli appalti pubblici nella città e nell’hinterland di Reggio Calabria ed al cui interno l’imprenditore rivestiva un ruolo di primo piano quale esponente di una lobby di politici, imprenditori e mafiosi in grado di condizionare le scelte sulle opere finanziarie e sulle aziende da selezionare”. Ma il non raggiungimento di una valutazione univoca, portò al respingimento della sorveglianza speciale. Successivamente, grazie all’inchiesta Entourage, gli inquirenti sono riusciti a fare un quadro unitario del profilo di pericolosità di Siclari. Basti pensare che “avvalendosi della forza di intimidazione derivante dagli stretti rapporti con alcune delle cosche mafiose della provincia di Reggio Calabria, avrebbe minacciato di morte il figlio di un suo dipendente costringendo quest’ultimo a dimettersi dall’azienda rinunciando alla propria liquidazione. Siclari infatti, aveva subìto una rapina di 78 mila euro negli uffici della sua società “SICLARI Antonino e figli sas”, e, invece di rivolgersi alle istituzioni, per l’individuazione dei responsabili, si rivolse a noti esponenti della criminalità organizzata. Scoprì così che il presunto basista della rapina era il figlio del proprio dipendente, poi minacciato. Da qui emerge il suo legame con le cosche Libri, Alvaro e Barbaro, grazie alle quali acquisisce ingenti appalti. Sebastiano Lentini della DIA quantifica anche la sproporzione tra quanto dichiarato al fisco da Siclari e quanto invece effettivamente speso o investito. Nel 2010, ad esempio, riuscì ad esborsare ben 2 milioni e 473 mila euro non giustificati, quindi di provenienza sicuramente illecita. Ma questa sproporzione si palesava già nei primi anni ‘80 quando con la sua azienda edile fece un balzo netto in avanti acquisendo numerose commesse importanti. Per tutti questi elementi, il Tribunale parla dell’azienda di Siclari come di una vera e propria “ impresa mafiosa” che acquisisce appalti contro le regole della libera concorrenza e agendo slealmente. Inoltre, aggiungono gli inquirenti, Siclari ha cercato di schermare il suo patrimonio inserendo, come intestatari, congiunti e parenti stretti per non comparire personalmente. Gli accertamenti hanno però acclarato che queste persone non avevano alcuna disponibilità per acquisire quote societarie e, in alcuni casi, neppure l’età per farlo.

    Marina Malara