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    Inchiesta “Bacinella” – La Dda chiede dure condanne per i “cravattari” di Siderno

     Chiesto quasi un secolo di carcere per i presunti usurai della Locride. Ieri il pm antimafia,Antonio De Bernardo, durante la propria requisitoria nel processo abbreviato scaturito dall’inchiesta “Bacinella”, ha chiesto al gup Antonino Laganà condanne che oscillano dai tre ai sedici anni di carcere. Nello specifico l’accusa ha chiesto la condanna di Cosimo Vincenzo albanese a 4 anni di carcere e sei mila euro,di Vincenzo Figliomeni a 6 anni e 20mila euro, di Davide Gattuso a 12 anni e di Domenico Infusini a 16 anni di reclusione. Per Isidoro Marando sono stati invocato 8 anni e 20mila euro, per Massimiliano Minnella e Daria Piscioneri 3 anni, per Francesco Prochilo 4 anni e seimila euro di multa ed infine per il presunto boss, Riccardo Rumbo, la Dda ha chiesto che venga condannato a 6 anni e 10 mila euro di multa, mentre per il figlio, Santo Rumbo, la pena invocata è di 10 anni di carcere.L’inchiesta ”Bacinella”, secondo l’accusa ha squarciato il velo su «una pericolosa organizzazione criminale di usurai», com’è stata definita nel corso della conferenza stampa tenuta dopo gli arresti, legata secondo l’accusa alla ‘ndrangheta di Siderno. La base operativa era un distributore Esso all’uscita nord della città, di proprietà di Infusini, dove i presunti cravattari si riunivano con la benedizione dei “cristiani”. Era lì che la banda della “bacinella” – dal nome della cassa comune – organizzava le proprie attività, pensando come strozzare con tassi da paura, che arrivavano al 500% annuo, le proprie vittime e come distribuire le legnate in caso di resistenza. La testa di tutto, secondo il procuratore aggiunto Nicola Gratteri e il sostituto De Bernardo, era Riccardo Rumbo, che anche dal carcere, tramite il figlio Santo, avrebbe continuato a gestire tutti gli affari. Il giovane, secondo la Dda, si sarebbe occupato per conto dell’organizzazione, seguendo le direttive del padre, dello specifico settore dell’esercizio abusivo del credito e dell’usura, «proseguendo l’opera del genitore – si legge nelle carte dell’inchiesta – e ricevendo disposizioni nel corso dei colloqui in carcere». Angela Panzera