di Grazia Candido (foto Antonio Sollazzo) – “Se la bellezza fosse una questione di misure, di linee secondo me non sarebbe più bellezza ma uno stereotipo. La bellezza deve essere un’armonia delle imperfezioni e lo stesso Amleto è il testo meno riuscito secondo alcuni grandissimi critici ma è grande perché apre le porte a varie percezioni, intuizioni, ricerche”. Il maestro Giorgio Albertazzi, ieri sera in scena al teatro “Cilea” con “Amleto siamo noi” inserito nella rassegna teatrale “Alziamo il sipario” promossa dall’assessorato alla Cultura del Comune, fa una full immersion in “quel vivere incerto dove fingere è conoscere”. Sul palco, l’attore toscano spiazza il pubblico con un capolavoro letterario, anche se per alcuni rappresenta un fallimento, un testo che dal punto di vista teatrale è caratterizzato da vuoti che diventano provocazione, materia viva per l’artista. Albertazzi, unico interprete italiano a cui è stato riservato un posto nell’esposizione permanente del National Theatre di Londra, incentrata sui migliori attori delle opere shakespeariane di ogni tempo, in questo recital veste i panni del Principe di Danimarca e si mette al centro di intrighi e brame di potere in uno dei drammi più efficaci di Shakespeare. Sempre in continua ricerca, proiettato verso quello che Goethe chiamava “streben”, il cercare, il superare i propri limiti, con uno slancio che è tensione verso l’infinito con il desiderio di afferrarlo, Albertazzi riesce nonostante la fatica degli anni a “stregare” il suo pubblico che, in un religioso silenzio, si inchina davanti alla vera “memoria umana del teatro”. Poche luci, tre poltrone rosse, un teschio e un bastone sono essenziali per condurci in un Amleto senza uguali, che far riflettere, induce al riso, soffoca il pianto, rimane in sospeso e ci lascia senza parole.
“Amleto è l’alter ego di Yorick, il fool di corte che prediceva il futuro e diceva la verità ridendo, l’unico modo per farlo – afferma Albertazzi – La sua lezione è chiara. Bisogna accettare la nostra precarietà di esseri mortali con il sorriso sulle labbra, solo cosi possiamo dare un senso alla vita. Ce lo insegnano loro, Amleto e Yorick, due grandi saltimbanchi della verità”.
Il maestro spiega con saggezza ed esperienza quanto un testo teatrale non sia intoccabile, anzi qualcosa che l’attore deve incarnare in una scrittura di scena, perché, se l’azione teatrale non supera la pagina, non c’è teatro. Albertazzi fa capire che la recitazione deve rappresentare più verità della verità stessa, una finzione più vera della realtà. Argomenta poi il tutto ripercorrendo Dante, il “De bello Gallico” di Gaio Giulio Cesare puntando dritto al cuore degli spettatori, alla missione del teatro: il rapporto osmotico tra verità e finzione, che si pone attraverso l’espressione dell’attore, della sua attitudine, ossia ciò che scaturisce dopo la lettura interiore di un testo, la sensazione di esser sul punto di sfiorare la verità. E infine, prima di concludere la serata, dopo aver lasciato spazio all’attrice Stefania in un sonetto del cantore dell’amore per eccellenza Shakespeare e ai pensieri dei ragazzi che per quattro giorni hanno fatto uno stage con il maestro, con un’ispirata interpretazione dell’Inferno di Dante, saluta il suo pubblico ammiccando: “Io come tutti voglio morire in scena”.











