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Reggio – Delitto Puntorieri, per i giudici la ‘ndrangheta non c’entra

26 Ottobre 2015
in CITTA, Reggio Calabria
Tempo di lettura: 4 minuti
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Reggio – Delitto Puntorieri, per i giudici la ‘ndrangheta non c’entra

di Angela Panzera –  Che Marco Puntorieri sia stato ucciso a seguito una strategia mafiosa è  frutto di  «intuizioni, inammissibili quanto suggestive, illazioni o supposizioni». La Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria, Bruno Finocchiaro presidente con Gabriella Cappello a latere-come riportato dal quotidiano “Il Garantista”- lo ha messo nero su bianco nelle oltre cento pagine di motivazioni, depositate nei giorni scorsi, della sentenza emessa lo scorso 24 luglio che ha confermato l’ergastolo per Domenico Condemi, Natale Cuzzola e Domenico Ventura. I tre, come in primo grado, sono stati riconosciuti colpevoli di aver ucciso, con premeditazione, il giovane reggino scomparso nel settembre 2011, i cui resti verranno ritrovati nella zona collinare di Armo, frazione di Reggio Calabria, alcune settimane dopo. La vicenda di Marco Puntorieri all’inizio appare come una scomparsa. Le indagini prenderanno il via invece, per l’ipotesi di omicidio, quando ai Carabinieri della Stazione Modena di Reggio Calabria giungerà una lettera anonima e una pen-drive. All’interno del supporto informatico infatti, sono contenuti una serie di audio e video in cui sono immortalati gli ultimi istanti di vita di Puntorieri. I Carabinieri analizzeranno più volte il contenuto della pen-drive fino a dare un nome e un volto al soggetto che passeggia con la vittima, ma tenendo in mano un fucile a canne mozze. Secondo gli inquirenti quel soggetto sarà proprio Ventura. Puntorieri sarebbe stato portato in località Armo con il pretesto di dover eseguire un omicidio, ma poi sarà sparato alle spalle dall’amico Ventura. Insieme a lui, saranno incriminati qualche tempo dopo anche Natale Cuzzola e Domenico Condemi, già in carcere perché coinvolti nell’operazione “San Giorgio” eseguita dalla Squadra Mobile contro la cosca Borghetto-Zindato-Caridi, federata alla famiglia Libri. Proprio l’analisi delle intercettazioni relative a quelle indagini ha consentito ai Carabinieri di completare il quadro.

Per l’accusa era una “tragedia”

Secondo il pm antimafia, Stefano Musolino, titolare dell’inchiesta- così come titolare delle più importanti indagini degli ultimi anni che hanno letteralmente sepolto sotto secoli di carcere le cosche Libri, Caridi -Borghetto e Zindato- il delitto era una “tragedia” alla reggina: una tragedia di cui sarebbe stato vittima proprio Puntorieri, attirato in collina con il pretesto di dover eseguire un omicidio, ma poi sparato alle spalle dall’amico Ventura. Questi, sarebbe stato l’altra vittima sacrificale, oltre a Puntorieri, “predestinato all’ergastolo” secondo il pm Musolino. Il ragionamento del magistrato lascerà ammutoliti gli imputati e anche i parenti al seguito: Ventura sarebbe stato convinto di essere parte dominante della “tragedia” a carico di Puntorieri, perdendo di vista il fatto di essere stato “venduto” dal suo stesso clan.Gli imputati – Ventura e Condemi soprattutto – preferiranno però pensare a un complotto da parte degli inquirenti, piuttosto che a una messinscena architettata dal clan Libri per eliminare, in forma diversa, due soggetti evidentemente scomodi. In particolare Condemi, nel corso del lungo dibattimento, prenderà più volte la parola per attaccare l’operato delle forze dell’ordine che opereranno sul caso.

Non ci sono le prove

La Corte non si spinge a definire il movente dell’efferato delitto, ma è categorica nell’escludere che esso sia di matrice mafiosa. «Gli elementi raccolti- è scritto nella sentenza d’Appello- non  hanno assolutamente consentito di far luce sulla causale dell’omicidio. Non vi sono elementi, al di là, di suggestive valutazioni originate da sentenze che hanno accertato l’operatività nel reggino di alcune famiglie mafiose alle quali appaiono legati sia la vittima che i carnefici, per ritenere che ci si trovi di fronte ad un omicidio di mafia o che esso si inserisca in una strategia di tipo mafioso. Anche le modalità dell’agguato, pur evocando la tecnica della cosiddetta “lupara bianca”, tristemente nota alle cronache locali, non forniscono sufficienti elementi per ravvisare quel metodo mafioso che il promo giudice ha ritenuto di inferire dalle prove raccolte: la scelta di un luogo isolato, in uno con la ferocia di un’aggressione perpetrata alle spalle della vittima, costituiscono invero elementi troppo generici per addivenire ad una valutazione di tal fatta”. Nonostante le riprese video siano state effettuate per così dire “in diretta” presso quel casolare e il recapito della relativa pen-drive alle forze dell’ordine abbia definitivamente “inchiodato” il Ventura alle sue responsabilità , suggerendo l’esistenza di una strategia criminosa più articolata, nella quale anche costui doveva essere “eliminato”; tuttavia il totale silenzio delle prove circa i motivi del deliberato omicidio relegano tali intuizioni a rango di inammissibili quanto suggestive, illazioni o supposizioni».  Perché i tre abbiano allora ucciso Marco Puntorieri non si sa. Ma per la Corte le loro responsabilità sono certe.

Sono stati loro

L’omicidio è stato sicuramente commesso quel 15 settembre. «Deve ritenersi impossibile, scrive la Corte,  che il Puntorieri, quando si incontrò con il Ventura, come certamente avvenne-stante la disarmante evidenza delle immagini che ritraggono i due insieme presso il casolare in questione- si sia poi allontanato dai luoghi a bordo del suo furgone , vivo e vegeto. Egli infatti, indossava gli stessi abiti nel momento in cui stava dialogando con Ventura-esibendo un fucile a canne mozze e un collant- e allorché giaceva bocconi a terra con fori d’entrata e uscita nella calotta cranica. Quegli stessi abiti egli indossava la mattina in cui fu visto per l’ultima volta dai suoi familiari a riprova della contestualità delle riprese e delle immagini. Tracce biologiche in stato di decomposizione, ricondotte proprio al Puntorieri, sono state repertato presso il casolare che appare nelle immagini, a riprova che certamente il suo cadavere si trovò in quel luogo(…)In conclusione, gli elementi che precedono consentono di ritenere pienamente dimostrata la colpevolezza di tutti e tre gli imputati per l’omicidio confermandosi, quanto al Condemi, anche all’esito del supplemento di perizia fonica disposto in questo grado, il giudizio di corrispondenza della sua voce con quella di uno dei tre uomini che il 14 settembre del 2011 son ostati captati mentre dialogavano a bordo dell’autovettura in uso allo stesso, pianificando l’azione delittuosa posta effettivamente in essere il giorno successivo». Adesso la parola spetterà alla Cassazione, sicuramente il collegio dei difensori, composto dai legali Carmelo Chirico e Salvatore Staiano per Ventura, Giacomo Iaria e Antonio Managò per Condemi e sempre Iaria per Natale Cuzzola, ricorrerà a Roma.

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