di Grazia Candido – Prima di salire sul palco del teatro “Cilea” dove domenica sera (grazie alla Esse concerti srl del promoter Scordo) farà tappa col suo nuovo tour “Prima di parlare live”, Filippo Neviani (in arte Nek) si racconta a Strill.it, parla del suo album, di contaminazioni artistiche, di perdite dolorose e della passione per la musica che ad oggi l’ha reso l’uomo e artista maturo che è. Al telefono è un Nek che come sul palco non si risparmia mai, ha voglia di rimettersi in gioco e non ha perso l’innocenza di quel “bambino entusiasta che ha ancora tanti sogni da realizzare e corre veloce insieme al suo pubblico verso nuove mete”. Non svela nulla sulla tappa reggina perché “è come chiedere al mago di svelarti il trucco prima ancora di fare il numero. Dovete fremere sino alla fine” – dice Filippo ridendo.
Dopo “Fatti avanti amore” abbiamo conosciuto un altro Nek. Il tuo ultimo disco “Prima di parlare” che racchiude fede, anima e amore ne è una dimostrazione. E’ così?
“E’ un album variegato dai concetti alla parte stilistica. E’un viaggio attraverso i vari colori della musica: dalla dance al pop al rock e qualche accenno di musica classica. Io cerco sempre l’impurità cioè di contaminare il mio pop con altri generi musicali compatibilmente con le mie conoscenze e mi piace proprio miscelare diversi stili con il mio per dar vita a quello che può rappresentarmi meglio. Per quanto riguarda i temi trattati, fondamentalmente, ho sempre cercato di parlare della vita di tutti i giorni, della mia ma anche di quella di persone vicine a me. La vita è il collante che unisce altri temi che poi trovi nelle mie canzoni come “Fatti avanti amore”, “Credere amare resistere”, “Io ricomincerei” sino al bilancio personale scritto nella canzone “Sono arrivato qui”. In 11 canzoni, la 12esima è la cover di “Se telefonando”, sono riuscito a riassumere diversi argomenti nei quali ognuno di noi si può ritrovare”.
I tuoi album, in particolar modo “Prima di parlare”, sono frutto di un lavoro collettivo e per te la parola chiave è sinergia.
“Lo è sempre stato. Se una testa può avere difficoltà, più teste possono avere una grande forza. Ognuno di noi in questa “comune”, ha dato veramente prova di sé e l’ultimo album è un grande segno artistico che ha unito diverse esperienze, stili, modi di lavorare. Tutti coloro che hanno lavorato a questo disco, dal mio produttore a chi ha curato i suoni, si sono impegnati come se fosse il loro album”.
Effettivamente l’album ha arrangiamenti davvero particolari e i pezzi sono diversi tra di loro come sonorità. Vediamo un Nek molto autobiografico, che narra delle storie, abile ad unire romanticismo e dinamismo.
“L’unione di forze riesce a creare tutto questo perché vedi le cose in maniera diversa rispetto a quando sei solo. Quando c’è qualcuno che ti supporta nella creazione e ti dà qualcosa per poter riflettere, emergono più concetti, arrangiamenti da portare a termine e quello che nasce va messo in ordine nella produzione. L’entusiasmo delle persone che mi sono state vicine, mi hanno aiutato nella creatività. Per quanto riguarda i “volti” di Nek, 43 anni non sono messi lì per caso e c’è una consapevolezza, un modo di lavoro diverso. Spero sia sempre così, in continua crescita”.
Durante questo lungo tour che messaggio stai lasciando ai tuoi fan?
“Il messaggio è divertimento, soddisfazione nel sentirsi partecipi di un concerto fatto al 50% da me e il restante dal pubblico. Sino ad oggi, i fan sono rimasti soddisfatti, hanno cantato, applaudito, ballato, pianto, riso. Io cerco di dare tutto questo in 2 ore di show e spero di riuscirci per tutto il tour. La gente è il motivo per cui si è su quel palco. L’energia che ti dà il pubblico è difficile da spiegare e da contenere. Guai se non ci fosse”.
Se avessi una macchina del tempo cosa non rifaresti e cosa faresti di nuovo.
“Tornerei indietro a rivedere il mio papà. Non penserei al lato professionale. Penso sempre che la vita non risiede nelle mie volontà ma ad una volontà superiore e vorrei tornare indietro nel tempo per star vicino a mio padre pur sapendo che la sua vita ha un termine. So però, che proverei lo stesso dolore ma potrei stare un po’ più vicino a lui, potrei riabbracciarlo”.
Ci sono molti giovani che vogliono fare questo mestiere ma sembra che lo “step studio” sia messo in secondo piano forse perché in tv è stata data l’impressione che il talent show possa sostituire la scuola. Che ne pensi?
“Io sono nato in un periodo in cui i talent non c’erano. Il talento e il lavoro messi insieme sono un grande motore. Se manca uno dei due, inevitabilmente la fine può essere vicina ed è un grande rischio. Non bisogna pensare di diventare famosi prima di saper fare qualcosa: è come andare contro natura, come chiedere all’acqua di andare in salita. Non possiamo andare contro le leggi del tempo, del mondo. Bisogna darsi da fare soprattutto in questi tempi. Se poi, uno ha talento e voglia, bisogna essere disposti a sacrificarsi il più possibile e a studiare. Pensare di diventare famosi senza avere le basi giuste, le competenze è l’inizio della fine. Quindi occhio ragazzi perché gli esempi sono davanti a voi”.






