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    Processo Cacciola, il pg chiede condanne per i familiari. Per Pisani sconto di pena

    Anche per la Procura generale di Reggio Calabria i genitori di Maria Concetta Cacciola, la testimone di giustizia morta il 20 agosto del 2011 a seguito dell’ingestione di una dose di acido muriatico, sono da considerare colpevoli per averla costretta ad abbandonare il programma di protezione e sopratutto per averla costretta a ritrattare, con una registrazione falsa, quanto dichiarato ai magistrati della Dda di Reggio Calabria. Questa mattina infatti, si è svolta la requisitoria del procuratore generale Danilo Riva nel processo d’Appello relativo all’inchiesta “Onta” che ha fatto luce sulla presunta violenza perpetrata nei confronti della testimone di giustizia. Alla sbarra ci sono i genitori e il fratello della donna, Anna Rosalba Lazzaro, Michele e Giuseppe Cacciola, condannati lo scorso 30 luglio dal gup Davide Lauro. Nello specifico il giudice comminò 4 anni e 10 mesi di carcere per la Lazzaro, 5 anni e 8 mesi per Giuseppe Cacciola e 6 anni e 6 mesi di reclusione per Michele Cacciola. Per l’avvocato rosarnese invece, il gup dispose la condanna a 4 anni e 6 mesi. Il legale e i familiari di Maria Concetta Cacciola sono stati riconosciuti colpevoli della violenza inferta alla donna, morta nell’agosto del 2011, in seguito alla decisione che l’ha portata a fornire contributi importanti alle indagini messe in piedi dall’Antimafia contro la cosca Pesce ossia l’inchiesta “Califfo” e contro la ‘ndrina dei Bellocco stroncata grazie alle sue dichiarazioni nel blitz dell’operazione “Tramonto”. E ci sarebbero proprio i Bellocco dietro l’agire dei familiari e dell’avvocato Pisani finito in manette insieme al collega  Gregorio Cacciola, che è stato condannato il 24 aprile scorso a sei anni e 4 mesi di carcere dal Tribunale di Palmi all’esito del processo di primo grado svoltosi con il rito ordinario. Stando però a quanto richiesto dal pg Riva la condanna inferta ai genitori e al fratello di Maria Concetta Cacciola si deve comminare in continuazione con quella disposta il sei febbraio del 2014 dalla Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria, confermata poi dalla Cassazione nel settembre scorso. In appello infatti i giudici arrivarono alle medesime conclusioni della Corte d’Assise di Palmi che giudicò colpevoli tutti e tre gli imputati per i maltrattamenti inferti, le angherie, le vessazioni psicologiche e lo stato di pressione e costrizione  vissuto dalla testimone di giustizia morta il 20 agosto del 2011 per cui attualmente sono in corso le indagini della Dda per l’ipotesi di omicidio. In appello furono comminati 4 anni e sei mesi di carcere a Michele Cacciola, 4 anni a Giuseppe Cacciola e 2 anni di reclusione ad Anna Rosalba Lazzaro, condanne diventate definitive in Cassazione.

    Le richieste della Procura generale

    In definitiva per questi fatti dell’inchiesta “Onta due”, ossia la presunta ritrattazione estorta con violenza alla donna, aggravata dall’aver favorito la cosca mafiosa dei Bellocco, la Procura generale ha chiesto alla Corte d’Appello, presieduta da Iside Russo, che Michele Cacciola venga condannato a 4 anni e 2 mesi di detenzione in più rispetto alla sentenza emessa in Appello, quindi con pena complessiva, considerati entrambi i processi, a 8 anni e 8 mesi di carcere; per Giuseppe Cacciola l’accusa ha invocato 7 anni e 4 mesi di reclusione, ossia 3 anni e 4 mesi di condanna in più da “sommare” a quella comminata dai giudici d’Appello, ed infine per Anna Rosalba Lazzaro la pena finale ammonta a 5 anni e sei mesi di carcere, ossia 3 anni sei mesi di carcere in più per questi fatti relativi al processo “Onta due”. Per l’avvocato Vittorio Pisani, condannato dal gup Davide Lauro a 4 anni e sei mesi di carcere, il pg Riva ha invocato una condanna a 3 anni di carcere. Una pena inferiore poiché Riva ha chiesto alla Corte che a Pisani vengano riconosciute le attenuanti generiche. Pisani però dal settembre scorso collabora con la giustizia e al momento è sotto programma di protezione. Nella scorsa udienza in Appello ha riferito, cosi come dichiarato ai pm antimafia Giovanni Musarò e Alessandra Cerreti che hanno curato la sua collaborazione, di aver partecipato alla finta ritrattazione estorta a Maria Concetta e che insieme a lui hanno avuto un ruolo decisivo sia i familiari della donna che il collega Gregorio Cacciola. Per il pg Riva però non sussistono elementi giuridici sufficienti a far godere a Pisani dell’attenuante riservata ai collaboratori di giustizia poiché, stando a quanto dichiarato stamani in udienza, l’avvocato, difeso dal legale Adriana Fiormonti, non “avrebbe aggiunto elementi di novità all’attività degli inquirenti così come prevede la legge” bensì avrebbe “solo” ammesso le sue responsabilità nella vicenda. L’ultima parola però, se concedere o meno le attenuanti della collaborazione a Pisani, così come decidere se i fatti debbano essere valutati “ in continuazione” con la precedente sentenza sui maltrattamenti, ce l’avrà la Corte d’Appello di Reggio che il 30 giugno, dopo la discussione dei difensori Carlo Morace, Gianfranco Giunta e Antonio Cimino, emetterà la sentenza. Angela Panzera