di Giuseppe Tuccio – La politica delle aree urbane rivendicata dalle città europee non è stata in passato adeguatamente esplicitata dalla Unione Europea nei termini in cui la città è ormai il luogo delle politiche.
Lo è in quanto può sfruttare la più ampia base economica della città metropolitana e così rendere più solida e diversificata l’economia urbana, economia che oggi è l’unica che effettivamente è nel dominio dei poteri locali. Da qui la riconosciuta centralità delle città e delle loro economie nella politica di sviluppo globale.
Tale posizione di politica-economica è legata al concetto di rete delle città e di relazioni che catturano. Stare nel flusso di queste relazioni determina condizioni di vantaggio per le città. Una risultante di tale politica di spazializzazione è rappresentata dalle core areas e dalla rete TEN-T. Inoltre va considerato che il 70% della popolazione europea vive in città. Pertanto la città avrà ancora un ruolo più importante nella prossima politica di coesione e le grandi aree urbane (anche città metropolitane pertanto) giocheranno posizioni di rilievo nello spazio europeo, nazionale e interregionale. In particolare le città-porto e le città che si collocano in condizioni di intermodalità e lungo i corridoi di alta velocità, energia, etcc. Stante queste condizioni la strategia Europa 2020 punta alla politica di coesione come il supporto alla realizzazione di una crescita intelligente, sostenibile ed inclusiva con nuovi strumenti di finanziamento integrato che attraverso un’agenda territoriale e urbana, precisi i contenuti e gli obiettivi delle politiche aggiuntive cofinanziate dai fondi strutturali e dal fondo per lo sviluppo e la coesione per migliorare quantità e qualità di beni e servizi collettivi da erogare a livello locale per cittadini e imprese. Si concretizza quella politica di welfare urbano attrattore di investimenti.
Ecco perché nel nuovo assetto dei flussi -per quanto l’ampliamento e l’approfondimento della partnership euromediterranea è stata la condizione necessaria per il rafforzamento dei legami politici, economici e sociali tra le due rive del Mediterraneo, e per lo sviluppo di una rete euromediterranea dei trasporti, che ha privilegiato la direzione sud-sud (tra partner del Mediterraneo stessi) e nord-sud (interconnessione longitudinali con la rete transeuropea)- bisogna creare iniziative volontaristiche di Reti ed offrire pacchetti integrati a supporto dei flussi stessi (comprensive areas), quali porti, aereoporti e sistemi plurimodali a fronte di pacchetti sconnessi. Reggio Calabria e lo Stretto devono catturare i flussi, bisogna quindi individuare un ruolo e rafforzare le peculiarità su cui investire per entrare in questo nuovo assetto nazionale ed europeo che si configura. Va risolto il nodo e la dotazione infrastrutturale che configura l’accessibilità e la mobilità in termini europei di questa parte del territorio..
E’ bene ricordare anche alcune iniziative quali ad esempio ESPON, MEDURBS, MEDA, tante altre, che hanno individuato progetti, scambio e trasferimento di KnowHow tra città, città porto e università del nord e sud europa con le città delle sponde estreme del mediterraneo. Questa direzione di “sviluppo” del Mediterraneo dovrebbe portare a definire per l’Italia anche un ruolo di cerniera fra il Mediterraneo sud orientale e le regioni nord europee e fra il Mediterraneo occidentale ed il Nord Africa, un ruolo in cui Reggio Calabria e lo Stretto beneficerebbero di una rendita di posizione importante.
Le città del settentrione d’Italia investono e mettono a sistema opportunità “altre” per rilanciarsi nel mercato delle metropoli. Milano ha individuato nella candidatura all’Expo del 2015 lo strumento e l’occasione per il processo di modernizzazione del bacino padano del Nord-Ovest, in tal caso, anche se il gap tra Milano e Reggio è evidente, un grande evento diventa l’occasione per avviare profondi processi di ristrutturazione dei sistemi territoriali, analogamente l’avanzamento al rango di città metropolitana della città di Reggio Calabria può essere l’occasione per attrezzare l’infrastruttura materiale e immateriale della nuova metropoli che nasce lungo i corridoi e potrà essere la vetrina di un Sud che investe su se stesso proponendo un modello culturale, sociale ed economico ed area di traino per lo sviluppo del Mediterraneo. Quando pensiamo a questo scenario dobbiamo pensare al sistema Stretto-Reggio-Gioia Tauro. Un Sistema Sud nuovo.
E’ infatti questo sistema territoriale, tutto da riorganizzare in termini di mobilità, infrastrutture e città (a meno dell’unico pacchetto integrato connesso, paradossalmente sia il sistema dell’attraversamento stabile dello Stretto), che deve dialogare con l’Europa e la sponda sud del mediterraneo. Forse se avvenisse anche in termini contrari, prima mediterraneo e poi europeo, potrebbe portare addirittura un valore aggiunto all’UE.
L’occhio esperto ben comprende che il termine Reggio Città Metropolitana deve essere riempito di contenuti forti per essere messa nel conto del policentrismo equilibrato, dello SSSE, Schema di Sviluppo dello Spazio Europeo, basato sull’incentivazione dei metodi di trasporto e di comunicazione integrati che promuovano lo sviluppo policentrico del territorio europeo, è il punto di partenza e condizione essenziale per il coinvolgimento attivo delle città e regioni europee.
La necessità di collegare l’Unione Europea ai partner del Mediterraneo con reti e con un sistema di trasporto efficiente non costituisce una priorità isolata, ma si tratta di una priorità trasversale, multilivello e transcalare, resa più urgente dal prossimo ampliamento, dagli sviluppi della partnership euromediterranea e dall’attuazione della programmazione economica avviata nell’UE sul futuro della rete transeuropea di trasporto.
Bisogna connettere il policentrismo europeo al nuovo sistema mediterraneo e orientale, e Reggio Calabria con il sistema Stretto-Gioia Tauro ne è il centro. Tutto ciò come pre-condizione alla reale dimensione della realizzazione del grande sistema urbano centro-mediterraneo dello Stretto (la piattaforma territoriale Catania-Gioia Tauro del MIT).
In questa logica e nei futuri delle città, bisogna collocare la nuova politica dei trasporti internazionali, così come il cambiamento del sistema dei trasporti marittimo dei containers in funzione delle nuove navi-porto e pertanto, l’abbattimento delle aree retroportuali e la nuova dimensione dei porti, nel rapporto con la città nella imminente riconversione urbana, giocheranno un’altra strategia.
Bisogna fare i conti con una sostenibilità a tre vettori dinamici: ambientale, economico-sociale, tecnico-amministrativo, nei processi di progettazione urbanistico-territoriale e nella programmazione strategica regionale.
Bisogna mettere mano alla soluzione dei problemi che impediscono di identificare il ruolo della città di Reggio. Gli squilibri territoriali non possono essere ridotti senza migliorare le infrastrutture dei servizi di trasporto nelle regioni in cui la mancanza di accessibilità e di penetrazione/distribuzione interna, rimane il principale ostacolo allo sviluppo economico, turistico. Nelle aree urbane principali (global gateways), nei poli urbani intermedi, nei poli “fragili” extra-urbani, va potenziato il livello di “collegamento con l’entroterra” e con l’ammagliamento dell’area vasta in una logica di città liquida: ed ecco che il nuovo sistema infrastrutturale si amplia e raccoglie policentrismi nuovi.
E’ infatti nella struttura urbana delle città del Mediterraneo il luogo in cui si realizza la competitività e l’innovazione e porta, attraverso la globalizzazione, la conoscenza delle attrazioni e delle strategie.
E’ il Paese che deve investire in un Sud transcale, sono gli Italiani, i Calabresi e i Siciliani che devono comprendere in quale dei mondi possibili vogliono vivere.
Le attuali tendenze territoriali confermano la presenza di funzioni di alto valore e di tipo “globale” nelle regioni centrali dell’UE e in alcune metropoli; un ulteriore accentramento dello sviluppo territoriale su un’unica zona d’integrazione dinamica e importante, non ridurrebbe le disparità esistenti tra la parte centrale ed una periferia dalla geometria indefinita, suscettibile di un progressivo allargamento: la creazione di zone dinamiche d’integrazione nella prospettiva di realizzare una forza economica europea, distribuite equamente sul territorio europeo e costituite da reti di regioni metropolitane, è funzionale alla creazioni di reti, corridoi e piattaforme. Si tratta, quindi, di cogliere un’occasione per dare impulso allo sviluppo policentrico e reticolare attraverso il rafforzamento delle connessioni tra grandi reti infrastrutturali e sistemi di città e porti, potenziando la connettività di reti lunghe tramite un rafforzamento delle armatura territoriali locali.
Il cambiamento di visione dovrebbe portare a considerare tutta l’Italia come una piattaforma integrata europea nel Mediterraneo. In questo senso i corridoi, non importa quanti, possono giocare un ruolo fondamentale nel processo di ammagliamento di rete (porti-aereoporti-dorsali) e di integrazione dei territori tra il nord e il sud-est del mediterraneo. Bisogna accogliere tutte le opportunità dettate dalla tempistica dei finanziamenti e degli investimenti di link nella logica di una vision coesa purchè il Paese rafforzi un sistema integrato in cui Reggio Calabria possa giocare un ruolo importante nel paese e nel mediterraneo.
Per definire quanto nel corso di questo breve saggio è stato indicato in termini di creazione di attrattività, competizione ed organizzazione funzionale, nonché politica e gestione, e riassumerlo in uno slogan efficace, all’interno dell’attuale quadro dinamico europeo non basta pensare al progetto innovativo di territorio che la città metropolitana può suggerire. Si pensi all’approccio seguito da alcune città per cooperare nella identificazione delle azioni prioritarie per investire nella loro concreta realizzazione.o immaginare la rete delle città innovative -20 in Italia- 300 in europa. Ci sarà Reggio Calabria?
Queste città si definiscono metropoli strategiche in quanto capaci di elaborare strategie in modo da stabilire orientamenti che consentiranno alle stesse di inserirsi nel sistema dei flussi mondiali.
Naturalmente, come già detto, nessuna strategia è possibile senza il coinvolgimento e l’adesione della società civile e degli “attori metropolitani”. E’ inutile ripetere che il successo e i vantaggi dell’ attrattività di Barcellona nascono dal binomio tra città e attrattività produttiva, fra le università e le imprese; senza dimenticare l’innovazione privata e la creatività sociale e politica.
Diventare una città creativa che produce pertanto attrazione significa attirare e trattenere, favorire le classi creative che identificano evolutivi principi di azione, sistemi idonei a muovere l’arte, la cultura, l’innovazione , la tecnologia, le economie, i sistemi programmazione del territorio.
Ma tutto questo necessita di una leadership politica regionale e di una amministrazione pubblica forte e dinamica. Non bisogna avere paura di pensare in grande, di innamorarsi o re- incantarsi, politicamente parlando di un progetto.
Molte delle città del mediterraneo sono in concorrenza e competitività e nell’emulazione e sfide presentano i propri progetti basati sui principi non solo dell’attrattività, bensì dell’influenza della città sui contesti e come abbiamo visto sul proprio innalzamento del PIL e all’indice di internazionalizzazione. Sono questi due elementi che oggi condizionano il successo delle strategie urbane/metropolitane oltre a quell’infrastrutturazione di cui abbiamo parlato.
Alcune città europee si sono pertanto dotate di una nuova governance, creatrice di immagine e partecipazione. La partecipazione sociale di una città è importante non solo nel ruolo dell’esercizio democratico del consenso, ma soprattutto nell’essere utile e consapevole del processo delle azioni, delle strategie, del processo delle trasformazioni, ma anche nella comunicazione interna ed una “esposizione permanente” tra cittadini e attori economici, sociali e politici. Naturalmente i programmi, le linee guida, le valutazioni sfociano nel progetto che rappresenta il risultato e l’esperimento del processo attento della governance politica-economica-sociale della città metropolitana. Così ogni città conduce la propria realizzazione di uno strumento di <<Intelligenza Territoriale>>, Genova- smart city- si è basata sul proprio progetto di centro urbano virtuale ed ha proposto una metodologia di gestione dei contenuti che mette a disposizione attraverso le informazioni chiave sulle trasformazioni urbane, Valenzia ha attuato sistemi rinnovando gli attori chiave dei settori della salute e delle biotecnologie, anche Marsiglia ha allargato proprio modello alle problematiche dell’occupazione nella sanità.
Anche noi possiamo fare altrettanto, col turismo, l’università, la città, le nuove imprese e persino la montagna.
Quanto illustrato è frutto di nuove metodologie fondate su progetti pilota concertati su elementi concreti ed operativi, supportati da strategie condivise dalla Governance Territoriale, ma basati su un tessuto urbano-metropolitano consolidato ed in continua auto proposizione.
Tra questi assetti in corso, spazi di governo e di produzione di programmi e politiche, di progetti pilota identificativi di nuove competitività, se pur riferiti a livelli definiti, quale può essere la risposta immediata?
Bisogna interpretare la logica di un policentrismo ammagliato che la realtà di Reggio Calabria impone in un dialogo tra sponde e con due intere regioni che potrebbero assumere il ruolo di piattaforme strategiche nello spazio euro mediterraneo e, la impostazione della politica condivisa per la messa in atto della strategia di ruolo e di scala. Come dialoga poi la città con il neonato “spazio euro-mediterraneo”?
Tra questi sistemi di aree urbane si deve collocare il futuro di Reggio Calabria.
Devono pertanto essere considerati gli aspetti multidimensionali del progetto città e la transcalarità che ogni azione, ogni progetto, produce su ogni livello della dimensione urbana. Dal locale al globale. Questo deve essere il progetto politico ed urbanistico per la città. Questo unico progetto che trasversalmente aggancia settorialità e strategia, spazi e luoghi.
Inoltre bisogna costruire quelle caratteristiche di attrattività possibili (di mercato, di economie urbane, di investimento culturale, ambientale, etcc.). Queste possono variare dalle agevolazioni fiscali (zone franche, incentivazioni all’investimento), alla produzione di tecnologie e know how; alle incentivazioni alle PMI, alla presenza di centri di eccellenza, alla presenza di multinazionali, alla garanzia di accessibilità e mobilità. Si evince come il ruolo e l’investimento sull’Università, sulla cultura (Biennale di Arte e architettura- moda- cinema), sulle risorse e sul turismo, attrezzando adeguatamente il territorio e determinando il fenomeno crescente dell’accoglienza urbana — non come disponibilità umana di relazione, ma come diffusione e qualità dello spazio pubblico del sistema città e logistica urbana, del sentirsi rassicurato dai servizi efficienti, perché non basta la bella spiaggia o un nuovo albergo — diventano strategici se giocati in termini di creatività urbana ed imprenditoriale.
Soltanto attraverso quell’<< Intelligenza Territoriale>> di cui parlavamo prima, e di cui quanto detto identifica in capacità di visione e di gestione, ebbene questa cerniera urbana in una spazio in gran parte fatto di acqua diventa una Porta in cui i flussi attratti e intercettati vengono riprodotti ed esplosi. Questo passaggio deve catturare il valore aggiunto e i flussi finanziari che determinano i mercati.
Oggi, in assenza di una base locale economica produttiva di imprese di dimensione nazionale, strutturare un flusso già debole non è cosa facile. Non lo è in un momento in cui economia e finanza mondiale hanno subito un contraccolpo catastrofico.
Lo Stretto deve essere il centro, di una intelligenza territoriale immateriale- il centro direzionale portuale del mediterraneo, delle comunicazioni dei flussi dei trasporti materiali e immateriali, della sicurezza del bacino del mediterraneo, degli scambi commerciali e delle rotte, delle connessioni e informazioni e dati in tempo reale delle funzionalità dei corridoi euro mediterranei; deve incidere nei retroterra urbani nei sistemi di sicurezza (altro grande problema mondiale e su cui l’ Unione Europea sta molto investendo), nelle tecnologie e nei servizi rari. Deve diventare parte di una piattaforma logistica.
Deve offrire non solo bellezze naturali, storia e amenità turistiche, deve essere nodo di investimenti o transazioni economiche e finanziarie. Deve determinare un “luogo” speciale in cui anche le grandi multinazionali abbiano interesse ad avere una sede.
Nell’ambito di un assetto di questo tipo, è indubbio che le infrastrutture di trasporto e la mobilità giochino un ruolo fondamentale, sia che l’approccio riguardi lo spazio territoriale della provincia di Reggio Calabria e la sua organizzazione, sia che interessi lo spazio territoriale del Comune e quindi della Città. In ultimo che sia in relazione allo spazio dello Stretto e al sistema di attraversamento.
E’evidente pertanto come questa triplice funzione di Città territorio/metropoli dello stretto/città-comune travalichi poteri e assetti tradizionali ed istituzionali per proiettarsi in una nuova governance urbana, livello che è ancora da costruire non solo in termini giuridico-amministrativi, ma fondamentalmente in termini di progetto complesso e di cultura del vivere questa città. Direi, osando, di “comprendere” questa città.
Oggi parliamo di una città parzialmente slegata. Sconnessa dai trasporti e dalle logiche autoreferenziali della programmazione di scala. Attraversata da flussi, con un piccolo porto e un piccolo aereoporto.
Un polo fratturato che si propone come completo. In realtà la città si piega, senza accorgersene a fattori di espulsione e contrometropolizzazione.
Per rispondere a questa domanda è necessario avere visione e capacità (politica, imprenditoriale, progettuale, programmatica, attuativa, gestionale), per decidere il ruolo di leader (quale?) senza primeggiare con il resto del territorio, produrre e rafforzare quei fattori di cui abbiamo ampiamente parlato; essere autosufficiente nelle relazioni di flusso marittimo, aereo e ferroviario (piattaforma intermodale).
Come definire la politica di attrattività e competitività della città metropolitana e la capacità di governarle?
Abbiamo già detto che bisogna investire in cultura e alta formazione, ricerca e innovazione, immagine, infrastrutture, territorio, turismo, commercio, trasporto collettivo-mobilità, sicurezza urbana-, programmazione economica, pianificazione territoriale, fiscalità locale-tasse ambientali,tasse immobiliari, eventuale politica abitativa se fatta unitariamente a comuni contermini, ambiente.
Predisporre almeno un progetto pilota forte di risonanza e una intelligenza territoriale su cui giocare, rivolgersi ad un progettato sistema intermodale acqua-terra/ferro-gomma. Operare integrazioni tra terziario, industria/commercio e trasporti attraverso l’innovazione e l’incentivazione. Essere in grado di negoziare i rapporti con l’intorno: le frontiere di acqua e di terra, le altre città del sistema o gli ambiti di mixitè produttive, anche di servizi – università, poli sanitari. Tutto ciò che vive nel nostro territorio urbano e dello Stretto. Diventare una città creativa per giovani e imprese. Poi bisogna rafforzare ed innovare secondo le logiche locali e globali.
Mettere in campo l’unità di governance attraverso una nuova lettura dello spazio e quindi del suo essere la risposta nel progetto di trasformazione. Un sistema di urbano e periurbano in cui anche lo Stretto entra nel gioco. Questa è la sfida.
Quali i soggetti per mettere in campo questo progetto?
Rafforzare il legame della città con gli abitanti significa non solo rappresentare simbolicamente un potere attrattivo, ma intercettare al suo interno nuovi problemi, domande di trasformazione, nuovi bisogni, configurazioni sociali, popolazioni, abitanti. Significa raccogliere i segnali “locali” da tradurre in occasioni per “creare consenso”, ricucire attraverso trame a-spaziali, intangibili, estetico/simbolici, la riconoscibilità e il senso di appartenenza di una collettività. Oggi si può affermare che Reggio Calabria è in una condizione favorevole al cambiamento strutturale che la possa realmente trasformare in Città- Porta se politica e civitas decidono consapevolmente di affrontare questo cammino.
E’ la civitas infatti che modifica l’urbs. Lo spazio materiale e immateriale in cui si collocano i flussi, prodotto dalla città oggi, cerca risposte nell’istantaneità attraverso le tecnologie del tempo reale. Quello che siamo in grado di produrre oggi, con i nostri mezzi e con le nostre idee.
Fig. 5 Carta d’identità di Reggio Calabria città metropolitana
Nell’ambito di una nuova politica euro mediterranea, Reggio nella sua dimensione metropolitana avrà l’opportunità di recitare un ruolo nel panorama politico ed economico internazionale, vista la sua posizione geografica nel Mediterraneo.
Sicuramente a questo vantaggio naturale si dovrà affiancare una capacità organizzativa delle proprie strutture pubbliche e private in grado di assolvere ai compiti gestionali ed amministrativi in maniera efficiente e con l’applicazione di nuovi modelli organizzativi e con l’uso di supporti tecnologici avanzati anche per una maggiore efficienza nei servizi.
La formazione di nuovi operatori è importante per innescare e gestire queste forme complesse di sviluppo dove le capacità degli operatori devono essere elevate e specializzate tramite un’offerta formativa multidisciplinare debitamente organizzata.
Le istituzioni pubbliche ai vari livelli (Stato, Regioni, ecc.) saranno chiamati a gestire in primis il complesso fenomeno del rapporto delle migrazioni e dello sviluppo dei Paesi di provenienza, in quanto per diminuire la spinta migratoria vanno aiutati i Governi ad innescare processi di crescita economica e sociale. Nello stesso tempo va impostata una politica dell’accoglienza.
In ragione di tale impegno con Reggio, Città metropolitana, la Calabria deve diventare un “laboratorio” per sperimentare modelli di sviluppo replicabili nelle aree mediterranee in via di sviluppo; diventando da Sud dell’Europa il Nord di un’area mediterranea che cerca una via per l’integrazione culturale ed un sistema socioeconomico che riporti il Mediterraneo ad una rinnovata centralità economica nella scena mondiale.
Lo sviluppo dovrà essere orientato e finalizzato dalla ricerca tecnologica applicata e da programmi di Alta Formazione in un’azione sinergica ed interdisciplinare tra Università, Enti Locali e Sistema produttivo al fine di creare un “polo d’attrazione” che favorisca lo sviluppo di attività di servizio ed instauri una rete di comunicazione tra istituzioni pubbliche e le società private.
Obiettivi primari:
• Attivare rapporti nazionali ed internazionali;
• Valorizzare risorse ed intelligenze;
• Finalizzare i risultati della ricerca allo sfruttamento industriale puntando all’impiego di risorse umane;
• Innovare la piccola e media impresa coinvolgendola nell’attività di ricerca e diffusione delle conoscenze e trasferimento delle tecnologie;
• Attivare processi di formazione e sviluppo per le risorse umane.
La nuova metodologia usata per la programmazione a livello territoriale ci induce a pensare che sono maturate le condizioni per nuove riflessioni sul ruolo che gli enti pubblici territoriali, gli enti economici, le Università, la scuola possono giocare rispetto allo sviluppo economico locale.
Attivare meccanismi propulsivi è un compito complesso ed implica una combinazione di politiche economiche ed industriali e di strategie tale da consentire di governare lo sviluppo locale affinché sia competitivo in relazione agli scenari economici e sociali che si determinano a livello nazionale ed internazionale.
Nella prospettiva dell’internazionalizzazione e della globalizzazione dei mercati un ruolo decisivo lo dovrà svolgere la Pubblica amministrazione è pertanto chiamata ad essere nodo di un sistema di interrelazioni che crei le condizioni per lo sviluppo.
Questo obiettivo è raggiungibile tramite una dirigenza formata ad una cultura manageriale orientata all’innovazione nei processi e nei comportamenti organizzativi.
Lo scopo fondamentale dell’azione formativa deve servire ed avviare la creazione di un comune linguaggio, come comune cultura, uno scambio orizzontale di esperienze tra dirigenti di strutture pubbliche e private, che se pur chiamati a compiti diversi condividono, per certi versi, una comune base dell’organizzazione del lavoro per effetto principalmente del poderoso sviluppo delle tecnologie informatiche e delle telecomunicazioni.
La formazione a tutti i livelli va intesa come un’opportunità di crescita individuale e, di conseguenza, della collettività nella quale l’individuo si colloca.
Il Mezzogiorno, la Calabria vuole, e deve, dunque – e non soltanto negli auspici – concorrere efficacemente a promuovere ed a sostenere tra le sponde del Mediterraneo il fecondo flusso della cultura e della collaborazione, linfa vitale soprattutto per quelle terre che sono oggi tra i luoghi meno sicuri del pianeta e da sempre terreno di tensioni fra le potenze di tutto il mondo.
A tal fine, occorre predisporre una struttura culturale che sia promotrice di iniziative nell’ambito dell’area mediterranea (esemplificativamente: Centro interdisciplinare per l’approfondimento della cultura del neoumanesimo mediterraneo; Sistema delle comunicazioni nel Mediterraneo; Tutela ambientale nel bacino del Mediterraneo; Conservazione e diffusione dei giacimenti culturali, artistici, paesaggistici e architettonici del Mediterraneo).
Si delinea per l’immediato l’esigenza di individuare:
• la fisionomia giuridico – istituzionale di tale struttura (osservatorio, agenzia, segretariato, ecc.);
• la individuazione di profili professionali idonei a rappresentare un primo livello di rappresentanze culturali “di garanzia”;
• un secondo livello di partecipazioni concretamente operative.
L’obiettivo principale di questo processo di sviluppo è sicuramente quello di offrire vantaggi alle comunità degli uomini del Mediterraneo, permettendone la partecipazione al miglioramento qualitativo degli standars di vita complessivi.
Alla base di questo processo sta però lo sviluppo umano, che certamente non abbraccia soltanto l’aspetto produttivo e distributivo delle ricchezze, ma deve interessare primariamente la formazione delle capacità umane.
In questa prospettiva di integrazione soprattutto l’impegno della Città di Reggio, ma anche della Regione e del mondo universitario dovrà dare priorità ai livelli scientifici-culturali, creando una fitta cooperazione fra loro e ponendo l’attenzione verso le scienze capaci di applicare la ricerca ad uno sviluppo globale ed equilibrato dell’ambiente.
Occorre utilizzare una vasta piattaforma, dunque, di livelli istituzionali idonei a recepire un discorso di potenziamento e di valorizzazione delle problematiche scientifiche e tecnologiche dell’intero bacino del Mediterraneo.
Ma è mio fermo e determinato convincimento secondo cui il progetto culturale che va proposto deve puntare al recupero della “identità propria della cultura mediterranea”, che ha alimentato nei secoli la sapienza dei nostri grandi uomini di pensiero, proprio oggi in un inquietante scenario culturale-politico-economico, nel quale si intravede il rischio che siano ridotti a stracci millenni di civiltà interiorizzata, di pensiero speculativo.
L’ambizioso progetto di trasformare il Mediterraneo in un laboratorio di nuova umanità trova su queste sponde il luogo più adatto e lo spirito più pronto per iniziare il suo cammino.
Un progetto ambizioso, che nel contempo richiede nel a tutti i contraenti politiche ispirate ai principi dell’economia di mercato e dall’integrazione, tendenti alla modernizzazione del settore privato e al trasferimento delle tecnologie.
Con la consapevolezza che ci deriva dalla storia di questa parte della Calabria, si può proporre, a date condizioni di evoluzione del nostro disegno, l’opportunità di realizzare a Reggio Calabria un centro interdisciplinare che consenta, nella sua sede più naturale, nell’area della Magna Grecia, una produzione culturale conforme alle finalità anzidette, coinvolgendo ed utilizzando tutte le energie storiche ed intellettuali di questa nostra storica terra.
Questo radicato convincimento è peraltro sollecitato dalla posizione eccezionale di centralità di Reggio Calabria collocata in questo meraviglioso punto geografico e geopolitico, per cui la Calabria oggi è nell’attenzione di un focus mondiale per le future strategie di crescita dell’intero bacino mediterraneo.
Noi gente del Mediterraneo, ci proponiamo il rilancio della cultura del neoumanesimo, tentando di stabilire una nuova felice comunicazione tra i suoi componenti, con la scoperta di comuni valori, che, nel rispetto delle diversità culturali e religiose, edifichi una prospettiva di futuro.
Un sistema sociale che non avesse al centro della sua riflessione, del suo fare un ansia metafisica – “Tu non sei ciò che appari” – rappresenta un mondo all’aridità e alla sconfitta.
Si impone perciò la formazione una nuova classe dirigente, che fondi la sua professionalità più che su conoscenze tecniche, sul pensiero, sull’andare oltre le apparenze in una concezione del sapere e dell’insegnare completamente nuova.
Verso tale impegno non è immaginabile per altro una visione olistica dell’uomo, separare cioè i saperi umanistici e i saperi scientifico-tecnologici.
E’ imperativo invece che il confronto culturale si eserciti nell’era della globalizzazione su un terreno interdisciplinare, attingendo sapientemente alla diversità e nel contempo alle radici comuni presenti appunto nelle diverse aree del Mediterraneo, nel poliverso Mediterraneo per disegnare il destino dell’uomo nel terzo millennio in una nuova dimensione fisica e metafisica.
Il Mediterraneo è ridiventato il laboratorio dell’Europa: la zona dove vengono inventate e messe alla prova nuove soluzioni a nuovi problemi.
Ed in questo quadro si inserisce la cultura del neoumanesimo ed il ruolo di esso tra i popoli del Mediterraneo, tenendo in costante considerazione che il rapporto tra questi popoli è stato sempre segnato non tanto da una convergenza, quanto da uan differenziazione profonda.
La cultura peraltro è diversità, non omologazione; è capacità di esprimere una diversità, una differenziazione, una articolazione di valori, di idee, di comportamenti.
Questa totale diversità di popoli nel Mediterraneo è una ricchezza da conservare, non un pericolo da evitare con l’omologazione o con pretese di primati di culture diverse.
Non l’unificazione, ma l’aumento delle relazioni diventa l’elemento fondamentale della cultura moderna.
A questo umanesimo mediterraneo dovrà ispirarsi ogni tentativo di sperimentazione di nuove architetture politiche, più umane, più giuste, liberatrici e feconde nei rapporti Nord-Sud dell’area mediterranea.
Il Mediterraneo, e dunque tutti i paesi che si affacciano sulle sponde, si presenta, oggi, non tanto come una realtà socio-culturale e religiosa ben consolidata e omogenea, ma piuttosto come una vera sfida, perché le situazioni concrete delle culture, delle società, delle religioni presenti nei diversi Paesi che si affacciano su di esso sono quanto mai diversificate e compongono un mosaico molto variegato e pluralista.
Questa diversità, ben lungi dall’essere un ostacolo nel mondo mediterraneo, è al contrario una dimensione fondamentale di un universo culturale unico al mondo.
È in questo quadro che, dappertutto nel Mediterraneo, molte iniziative informali sono state realizzate a completamento degli accordi di cooperazione tra gli Stati, per meglio adattare il proprio contenuto alle mutazioni che le società mediterranee hanno subito in seguito alla decolonizzazione.
Questa complementarietà è stata all’origine del “Patto mediterraneo” e della rinascita mediterranea.
Così, le reti ufficiali ed informali si sono moltiplicate ed in seguito ad una lunga e lenta evoluzione, l’UNESCO ha risposto in occasione della Conferenza del Messico (Mondialcult) all’interpellanza degli intellettuali e produttori mediterranei a Hydra nel 1982.
È così che nel corso della sua centodiciassettesima sessione del mese di novembre del 1983, il consiglio esecutivo dell’UNESCO accettava l’idea della creazione di un “ufficio di collegamento per le culture mediterranee”.
Questa unità doveva gestire il settore dell’aiuto agli Stati membri per creare centri nazionali a vocazione regionale, specializzati nell’uno o nell’altro aspetto delle culture mediterranee. È su questa base che il programma ha previsto un progetto-pilota consacrato alle relazioni interculturali
nel Mediterraneo.
In seguito, numerosi Stati membri hanno manifestato la loro intenzione di realizzare, sul loro territorio nazionale, dei centri mediterranei specializzati. Citiamo, a titolo di esempio, anche per stimolare l’attenzione della classe politico-culturale di Reggio, alcuni progetti presi in considerazione in questo quadro, quali:
– Il Centro delle Culture Mediterranee per lo sviluppo dell’Artigianato (Creta);
– L’Assemblea delle Università aderenti alla Comunità delle Università Mediterranee (Bari);
– L’Università del Mediterraneo (Valencia);
– Il Centro degli Studi Andalusi (Beirut);
– Il Centro Mediterraneo per l’Architettura e l’Urbanistica (Istambul).
Altri progetti sono stati proposti nello stesso periodo (1983-85), quali:
– Il Museo del Mediterraneo;
– La Biblioteca del Mediterraneo;
– L’Istituto di Ricerca sulla città mediterranea;
– L’Istituto Mediterraneo dell’Audiovisivo;
– La Biennale itinerante delle Arti Plastiche;
– Il Festival del Cinema del Mediterraneo;
– L’Antologia Annuale della Poesia Mediterranea;
– Il Manuale della Storia del Mediterraneo.
D’altra parte, degli intellettuali delle due rive del Mediterraneo, dei funzionari della Lega degli Stati Arabi e della CEE hanno cercato, nel corso di un incontro svoltosi ad Amburgo, di precisare le grandi linee del dialogo Euro- Arabo. Dopo questo simposio di Amburgo, primo del genere ad essere organizzato a livello istituzionale, molti “colloqui universitari” e incontri sono stati organizzati dai movimenti associativi, le conferenze si sono succedute in modo permanente sulle due rive del Mediterraneo, quali: gli incontri di Granada, Toledo, Palermo, Tunisi.
Sempre nello stesso spirito, altre iniziative meritano di essere segnalate, quali:
– Il Piano Blu “azione per lo sviluppo culturale del Mediterraneo” con la proposta di tre assi prioritari;
– La Storia del Mediterraneo;
– I Parchi Tecnologici;
– Incroci sulle Aggressioni del futuro;
– “Il Veliero per la Pace” della municipalità di Roma organizzata tramite l’Associazione Culturale “Parallelo 42”. Si tratta di un viaggio in nave, attraverso il Mediterraneo, che è durato cinque mesi durante i quali un messaggio di pace è stato trasmesso in quindici città costiere del Mediterraneo per far prendere coscienza ai popoli della “necessità di ritrovarsi insieme al più presto, per promuovere un certo numero di iniziative”;
– La Mostra del Cinema Mediterraneo, iniziativa della città di Valencia che presiede ugualmente l’incontro degli scrittori del Mediterraneo;
– Le diverse iniziative della città di Marsiglia e quelle dell’Associazione Mediterranea di Marsiglia in materia di tutela del patrimonio;
– Le azioni del Consiglio Regionale di Provenza e particolarmente la creazione dell’Agenzia Mediterranea di cooperazione per lo sviluppo;
– Il Festival del Film delle Culture Mediterranee di Bastia;
– Gli incontri del cinema mediterraneo di Montpellier;
– L’Agenzia Mediterranea di Comunicazione;
– L’Associazione di Studi e di Civiltà Mediterranei creata a Malta dieci anni prima della Conferenza del Messico;
– La Casa del Mediterraneo a Aix en Provence;
– Le iniziative della Fondazione Seydoux, che pubblica inoltre l’eccellente Repertorio Mediterraneo, strumento indispensabile per navigare attraverso le istituzioni mediterranee;
– Le iniziative dell’Istituto Robert Schumann, in particolare la Conferenza Internazionale “Mediterraneo: spazio di culture e di civiltà”;
– L’azione dell’Istituto Internazionale del Teatro del Mediterraneo;
– L’azione del Centro-Nord di Lisbona del Consiglio d’Europa, precisamente il Programma Transmediterraneo e il Programma MedGate;
– Il programma MEDA dell’Unione Europea;
– Le iniziative del Forum dei Cittadini del Mediterraneo;
– Le iniziative dell’Istituto Catalano del Mediterraneo di studi e di cooperazione che ha organizzato nel novembre 1995 il grande incontro “Forum Civil Euro-Med”;
– Le iniziative di CEDODEC di Tunisi, particolarmente “Le giornate di studi sulle pratiche culturali del Mediterraneo”;
– Le attività della Fondazione Europea per la cultura e quelle d’Interarts.
Dagli anni ’90 e facendo seguito ad una riflessione non organizzata, queste iniziative in materia di cooperazione culturale sono state caratterizzate da un maggiore rigore scientifico e da una reale preoccupazione di un percorso efficace.
In tal modo i promotori di un’azione culturale hanno saputo, per la maggior parte, strutturare le loro rispettive iniziative su obiettivi accessibili concreti, in funzione di scopi identificabili e di possibilità reali.
Di importanza cruciale sarà il ruolo dell’Ateneo di Reggio Calabria.
Certamente deve mantenere la sua autonomia anche se si discute, in ambiti parlamentari, di possibili fusioni e federazioni fra Atenei ma soprattutto caratterizzati per iniziative culturali e di ricerca che ne esaltino alcune peculiarità quali:
1. Rafforzare il proprio ruolo favorendo la cooperazione nel Mediterraneo
2. Internazionalizzare la propria ricerca con larghi periodi di permanenza dei propri ricercatori in Università straniere
3. Favorire la discussione e l’interscambio culturale promuovendo convegni di grossa portata e respiro internazionali.
Lo sviluppo umano che è fusione del processo partecipativo e dinamico degli individui alla vita del Paese, abbraccia non soltanto l’aspetto produttivo e distributivo delle merci, come gli approcci tradizionali imponevano, ma anche l’utilizzazione, la formazione e la valorizzazione delle risorse umane.
Per le Università di Reggio Calabria, comunque, è acquisita da tempo la necessità di cooperare con i Paesi dell’Area del Mediterraneo.
In rapporto ai Paesi della sponda del Sud, gli obiettivi perseguiti consistono in attività di sviluppo di strutture educative e di ricerca e nella realizzazione di miglioramenti concreti in vari settori della realtà sociale ed economica nella quale si opera. Si è consolidato, di fatto, il concetto che la cooperazione non può e non deve limitarsi ai trasferimenti tecnologici; più specificamente occorre una stretta collaborazione fra le Università su un piano di assoluta parità culturale, sforzandosi di individuare condizioni adeguate ai Paesi con i quali si coopera.
Per questo motivo è fondamentale individuare il percorso da seguire nella qualità della formazione e nella intensificazione dei processi di ricerca. Tutti i Paesi sviluppati hanno, infatti, sistemi di ricerca e di formazione avanzati, pur manifestando al loro interno diverse contraddizioni ed evidenziando modelli diversi.
In tutti questi Paesi vengono devolute notevoli quantità di risorse per la formazione e la ricerca. E’ interesse di ogni Paese infatti fare in modo che non solo vi sia una élite culturale ampia, ma che vi sia anche una vastissima parte della popolazione con un livello medio culturale adeguato.
Recentemente anche la Confindustria ha posto l’accento sulla necessità e l’importanza della cooperazione invitando la Conferenza dei Rettori delle Università Italiane ad una fattiva collaborazione per individuare programmi comuni operativi.
Nell’area del Mediterraneo l’Ateneo reggino esercita un ruolo cruciale e deve anche perseguire una iniziativa autonoma volta al raggiungimento di alcuni obiettivi:
a) Fare di Reggio Calabria un punto di riferimento culturale obbligato per il Mediterraneo;
b) Discutere coinvolgendo competenze e individualità diverse dell’Area del Bacino con il compito preciso di ottenere nell’immediato futuro rapporti più proficui di collaborazione;
c) Porre le basi di scambi culturali duraturi.
In sintesi allargare le cooperazioni e l’interscambio diventa una necessità inderogabile.
Un tale risultato può non essere appariscente, ma è senz’altro duraturo e destinato ad espandere i suoi effetti nel tempo e nello spazio. È proprio in questo ambito, in cui si elaborano dal basso ipotesi di lavoro e non si calano dall’alto soluzioni preconfezionate, che Reggio e la Calabria possono rilanciare la loro vocazione mediterranea.
Le istituzioni locali si sono già mosse in questa direzione, in particolare nel campo della formazione universitaria, ma occorre adottare una visione strategica di ampio respiro che sia raccordata al livello nazionale ed al livello europeo.
Nella rete culturale mediterranea, Reggio può legittimamente rivendicare un ruolo centrale, purché sappia dotarsi di un’offerta formativa competitiva sul piano dell’innovazione e della ricerca in un’ottica che contemperi però la memoria storica e la tradizione. Al riguardo, è da osservare che la domanda di cooperazione che proviene dalla sponda meridionale nel settore accademico è prevalentemente orientata agli ambiti disciplinari delle scienze applicate. Ma un reciproco arricchimento non può prescindere da un’osmosi sul piano delle tradizioni culturali e dei valori umanistici, in una visione integrata dei saperi ispirata al senso critico. Ne consegue l’esigenza, tutta ancora da sperimentare, di approfondire approcci formativi più globali ed interdisciplinari, da alimentare con programmi di scambi reciproci tra studenti.
In tale prospettiva, la città dovrebbe dotarsi di un centro culturale multimediale, una cittadella del dialogo tra le civiltà, una struttura polifunzionale di informazione e documentazione,
ma anche di produzione di arte, musica e spettacolo, un luogo-simbolo che testimoni l’attualità della
sua identità mediterranea.
L’auspicio conclusivo delle riflessioni condotte in queste pagine è che i reggini e i calabresi sappiano intercettare l’occasione di un rilancio della loro più che naturale inclinazione a guardare l’orizzonte che si staglia lungo le loro meravigliose coste.
E’ opportuno evidenziare, anche per i riflessi che si riproducono sulla Città metropolitana di Reggio Calabria, che la legge 131/2003 riconosce alle Regioni, oltre alla competenza a stipulare accordi con Regioni di altri Stati membri dell’UE, anche il potere di svolgere vera e propria attività internazionale nelle materie di competenza esclusiva. Il primo aspetto, rafforzato dal Protocollo aggiuntivo del 5 luglio 2006 alla Convenzione di Madrid, sancisce la nascita di nuove entità a carattere regionale, che tendono a superare i confini e i limiti degli Stati nazionali, per affermare la prevalenza degli interessi e dei progetti di sviluppo propri, ma sempre in un’ottica e in una dimensione comunitaria. Il secondo, aspetto, invece, travalicava questi limiti ed abilita le Regioni a stabilire rapporti cooperazione, di scambio, eccetera, con Stati ed entità politiche sovra o infrastatali di qualunque parte del mondo.
Per il momento, in ambito regionale, il maggiore contributo agli investimenti nei Paesi in questione lo hanno dato la Lombardia, il Piemonte e il Veneto. Le Regioni meridionali si connotano per una partecipazione assai scarsa; nel 2003 sono presenti con 23 imprese e 430 addetti per un fatturato di appena 52 miliardi.
Indicatori vari lasciano intendere che avanza in seno ad esse un grande spazio per nuovi progetti di investimenti condivisi nei settori del tessile-abbigliamento e della concia, dell’immobiliarismo, del turismo. Così pure esperienze realizzate nel decennio 1995 – 2005 mostrano che un altro campo fertile per l’iniziativa economica delle Regioni del Sud è quella dell’import-export. In tale decennio, infatti, il flusso totale tra le Regioni meridionali e l’area del Maghreb-Nashrek, misurato in valori reali ed escludendo i prodotti petroliferi, è aumentato di circa l’80%. Perciò è ritenuto fondamentale che esse si diano ad ottimizzare l’integrazione logistica e trasportistica a livello infrastrutturale e di servizi, con i Paesi partner del Mediterraneo. In questo momento la portualità mediterranea nel suo complesso riesce a tenere il passo con la crescita dei grandi scali del Nord Europa, ma il merito è dei porti spagnoli nonché degli hub centro-mediterranei, mentre la portualità storica italiana, quella del Nord, perde colpi in maniera sempre più palese. E’ urgente dunque catturare il traffico marittimo ed entrare in concorrenza con i porti del Mare del Nord anche riguardo anche alle grandi navi RTW (round the world).
Una corsia preferenziale va accordata altresì alla creazione di due piattaforme logistiche: Puglia e Asse Gioia Tauro-Augusta. Sicilia e Sardegna, dal canto loro, dovrebbero sostenere lo sviluppo di servizi marittimi con un solo Paese: Sicilia per la Tunisia e Sardegna per l’Algeria. Si precisa in proposito che a questi flussi commerciali possono far seguito significativi flussi di capitale in cerca di opportunità di investimento, come pure flussi energetici alternativi alle direttrici settentrionali o Nord orientali ed infine consistenti movimenti turistici. Le Regioni del Sud, infine, non dovrebbero trascurare il settore relazioni finanziarie (banche di credito cooperativo) e quello delle public utilities locali.
In breve, sembra che l’interesse delle Regioni meridionali verso l’instaurazione e l’intensificazione di relazioni economiche e culturali con le aree del Sud e dell’Est mediterraneo divenga ogni giorno più evidente.
Contestualmente, ora in termini espliciti ora tacitamente si fa strada l’idea secondo la quale a) il vecchio schema eurocentrico va superato a favore di una cooperazione paritetica fra le diverse soggettività istituzionali delle due sponde; b) il ritrovamento delle proprie radici mediterranee postula per coerenza l’emancipazione da ogni residua sudditanza all’atlantismo ad egemonia nordamericana. E sta qui la sostanza di un’ “alternativa mediterranea”.
Oltretutto, in ordine al cruciale problema della definizione di una nuova forma di Stato, divenuta ormai indifendibile, le classi politiche meridionali sono giunte ad un bivio. O le Regioni del Sud maturano veramente un senso politico e democratico delle autonomie in una visione strategica mediterranea, come sopra descritta, o continueranno ad alimentare uno Stato clienterale e depresso, in bilico tra affari e criminalità organizzata, con una società destinata a rimanere arretrata per molti decenni ancora. Poiché è chiaro che nella seconda ipotesi, da un lato, l’egemonia dei potenti criminosi si consoliderà, dall’altro, il degrado delle classi politiche meridionali diverrà ancora più devastante.
Il contrappeso esercitato al Nord dalla Lega, a meno che essa non sposi le esigenze di solidarietà avanti accennate, sarà sempre più negativo per il Sud.
Anche perché questo non può vincere la sua storica battaglia inseguendo la logica dei partiti personali.
Un primo passo concretamente innovatore a me sembra possa essere rappresentato dalla creazione di un Consorzio tra le Regioni Calabria, Sicilia, Campania e Puglia diretto a far assumere in comune ad esse – che sono, tra l’altro, come s’è già ampiamente visto, le più colpite dalle diseconomie e dai condizionamenti sociali di una criminalità organizzata operante su scala mondiale – le prospettive sopra delineate, secondo un progetto organico di lungo termine .
Progetto nel quale le risorse pubbliche ordinarie e i Fondi strutturali 2007-2013, le iniziative imprenditoriali private di rilievo, gli apporti di idee degli Atenei e dei centri di ricerca ed in generale ogni contributo significativo della società civile, confluiscono in un tutto unitario.
Avviando così una macroregione, che coordini le grandi linee delle politiche pubbliche, stabilisca rapporti, in quanto macroregione, non solo con le istituzioni statali italiane, ma anche con i Paesi dell’hinterland europeo-mediterraneo: balcanici, medio-orientali, africani. Il tutto secondo un modello di larga interregionalità ( che potrebbe essere imitato dalle altre Regioni del Sud) ispirato al principio della cooperazione piuttosto che a quello della collaborazione.
La collaborazione infatti è solitamente un fatto occasionale, che si esaurisce all’interno di programmi di azioni limitati. La cooperazione si svolge, invece, secondo modalità associative dell’esercizio di funzioni stabili e durature nel tempo.
Le ragioni che devono sospingere verso le sperimentazione di forme di cooperazione interregionale non sono poche.
Mi limito qui a richiamarne solo alcune, partendo da quella identificata dai mutamenti verificatisi in seno al sistema politico italiano, a partire dai primi anni Novanta, al fine di ovviare in qualche misura alla crisi crescente delle forme di rappresentanza.
Ci si riferisce in primo luogo alla legge 142/1990 e codificate dal cap. VII nei modelli della Convenzione, del Consorzio dell’Accordo di programma e dell’Unione di Comuni.
Le medesime esigenze di potenziamento della rappresentanza vengono infatti avvertite in sede regionale. Un’altra ragione che suggerisce la formalizzazione della cooperazione interregionale scaturisce dall’assunzione delle Regioni, a seguito della già citata riforma del cap. V della Costituzione, di compito del tutto nuovi: solitamente di natura intersettoriale e interistituzionale.
Compiti che naturalmente esigono nuove politiche e mobilitano nuove risorse, imponendo non di rado economie di scala prima conosciute.
Una terza ragione proviene dall’avvenuto rafforzamento dei poteri dei governi regionali nella grande maggioranza degli altri Paesi dell’UE. In situazioni di scarsità di risorse finanziarie tali Paesi, piuttosto che consentire che le Regioni rinuncino all’erogazione di servizi essenziali, ne favoriscono un consorziamento che le metta in grado di continuare ad assolvere ai loro compiti istituzionali.
E a chiusura, si rileva che, se le politiche e i processi attuativi sopra descritti saranno realizzati nel coinvolgimento degli strati popolari, questi potranno essere condotti alla riscoperta della loro titolarità politico – partecipativa. Arrestando così o comunque riducendo gli effetti degli inveterati inganni delle classi dirigenti e del ceto politico.
Un ceto, che, attraverso i decenni, ha estremamente impoverito le forme e gli strumenti, pur già precari, di partecipazione democratica, annullati i controlli dal basso; e più ancora, con i suoi trasformismi, il valzer di single partitiche, il transito disinvolto da una formazione politica all’altra, la costruzione di maggioranza trasversali, volta a spostare le masse elettorali da destra a sinistra e viceversa, il mantenimento a tutti i costi delle rendite di posizione, ha disseminato di tossici l’intero mercato politico meridionale.
E, così facendo, ha alimentato quella debole cultura civica e quell’endemica sfiducia verso la sfera pubblico-istituzionale che si pongono tuttora tra le cause principali della mancata fuoriuscita del Sud dalla sua arretratezza.
Per cui le nuove politiche di sviluppo, se vogliono rimediare alle patologie meridionali che hanno impedito il successo delle vecchie, alle tante terapie devono associare quelle di natura precipuamente culturale idonee a porre fine alle distorsioni del processo di selezione del ceto in questione.
Nel vasto ambito delle reti di comunicazioni europee sicuramente al corridoio mediterraneo intermodale est ovest è assegnato un determinante ruolo di distribuzione di flussi; in tal senso dunque occorre provvedere alla messa in funzione di nuove reti, potenziando i sistemi locali tali che siano idonei per una integrazione delle reti intereuropee.
Da un osservatorio più complessivo appare evidente che sta delineandosi una ricca ammagliatura, una articolata tessitura di una poderosa interazione di reti della città del Mediterraneo coinvolgendo a buon diritto la nostra città.
Tutto ciò premesso, per linee generali, ne consegue come non sia sufficiente che Reggio possa accreditarsi in Italia, in Europa e nel Mediterraneo per una questione, pur rilevante, di carattere storico o per la sua straordinaria posizione geografica.
Va riconosciuto che Reggio si propone come protagonista di una evoluzione urbana, strategica e dinamica sicuramente superiore a tante altre città del Mediterraneo.
Non è un atto di superbia e nemmeno di provincialismo se sosteniamo che Reggio, avviando una programmazione territoriale integrale, può ambire ad essere collocata in un ruolo di competitività con altre città del Mediterraneo, tra cui le più importanti appaiono oggi Barcellona, Valencia, Tangeri.
La preoccupazione è che sia garantita la partecipazione volontaria nel “sistema a rete” e che il contenuto di essa sia compiutamente adeguato per garantire valori irrinunciabili quali legalità, sicurezza e gestione corretta del territorio.
Prioritaria è la esigenza che siano delineati ruoli e funzioni inedite perché sia assicurata alla città una interlocuzione funzionale nel policentrismo equilibrato dettato dallo Schema di Sviluppo dello Spazio Europeo, a mezzo di una profonda incentivazione dei metodi di trasporto e di comunicazione; in tal senso qualificati urbanisti (Francesca Morace) evocano il concetto e il conseguente rilancio di “fattori di metropolizzazione”.
Mettendo anche in campo il capitale sociale e culturale che gli è proprio ed una attenzione primaria verso il mondo accademico, occorre spingere perché Reggio diventi città creativa, capace cioè di produrre attrazione, attirare e trattenere nuove risorse in una attuazione intelligente delle c.d. politiche di prossimità, oggi attivate in situazioni consimili.
In definitiva lo sforzo maggiore dovrà essere rivolto in favore delle categorie creative che si siano dimostrate sul territorio come dotate di particolare capacità di identificazione di principi evoluti sul piano dell’azione; mettere mano all’arricchimento di nuovi sistemi idonei a muovere, a dinamizzare l’arte, la cultura, l’innovazione, la tecnologia, le economie ed i sistemi di programmazione del territorio.
Va ribadito quanto enunciato nella parte generale e cioè che una programmazione di tal genere non può risolversi nell’adozione di un mero atto amministrativo, giacché al contrario essa sollecita la attivazione di relazioni estremamente differenziate dipendenti da infinite variabili che, a loro volta, determinano spazi “a geometria variabile”.
Uno sguardo disincantato verso la nostra città consente di svelare come un ritratto parlato la sua attuale fisionomia.
E’ stata effettuato uno screening della nostra città dall’Istituto Tagliacarne (2009) sia sul versante finanziario sia in ordine ai valori ed ai disvalori raggruppati nel metodo Swot esteso all’intera Area dello Stretto.
Come è noto attraverso tale metodo vengono esaltate Strengths, Weaknesses, Opportunities and Threats, equivalenti a punti di forza, punti di debolezza, opportunità e rischi.
Si tratta come è noto di specillare il complessivo “bagaglio di informazione” che tale analisi produce e quindi proiettare la rappresentazione delle caratteristiche degli anzidetti fattori in un futuro di medio e lungo periodo (sostenibilità ad ampio raggio).
Tra i punti di forza è stata evidenziata la eccezionale posizione geografica rappresentante un asset rilevante nella capacità di sviluppo di una nuova offerta turistica.
Ma esso deve diventare determinante nella attrazione di nuovi investimenti, nell’incrementare la capacità di esportazione e di offerta di servizi alle imprese in termini di logistica.
Accostandoci più direttamente verso l’intera Area dello Stretto si evidenzia una interessante relazione di infrastrutture importanti come il Porto di Gioia Tauro e quelli di Messina e Milazzo.
Ma occorre un potenziamento dell’aeroporto di Reggio Calabria e dei poli ferroviari di Villa San Giovanni e Messina per mettere mano ad un sistema integrato e funzionale da affidarsi ad una intelligente regia di programmazione e pianificazione.
Un ulteriore punto di forza che può attrarre nuovi investimenti è individuato nel perfezionamento di un sistema universitario che potenzialmente potrebbe offrire know-how, innovazione e capitale sociale, fattori determinanti nella scelta di nuovi investimenti.
Tale produzione culturale di alta formazione deve esprimere anche l’opportunità di una sua replicazione e capacità di trasferimento in altre aree geografiche della sponda Sud del Mediterraneo.
Ed ancora: il clima temperato adatto a diverse forme di turismo nonché l’enorme patrimonio ed artistico che l’intera Area può vantare.
La prima condizione va sostenuta sfruttando la destagionalizzazione dei flussi turistici, puntando su un turismo “intelligente”, verso zone con un clima temperato che consentono la programmazione di forme turistiche differenziate per tutto l’anno.
Quanto al patrimonio culturale, va ribadito quanto suggerito dagli studi di settore, e cioè che le straordinarie ricchezze presenti in questa area attendono soltanto una azione coordinata di pianificazione di marketing adeguati che involgano tutta l’Area dello Stretto.
I punti di debolezza sono, purtroppo, abbastanza noti: una presenza preoccupante della criminalità organizzata nonché un fenomeno di forte concentrazione di aree caratterizzate dal degrado dell’ambiente naturale.
Su tutte le citate debolezze grava una condizione insostenibilmente deficitaria per le opportunità di accesso alle primarie vie di comunicazione; situazione che rende più difficile le opportunità di sviluppo imprenditoriale al passo con i tempi.
Per ultimo va considerata con preoccupazione l’emergere in posizione di concorrenza, di valori attrattivi, di investimento e turismo proposti da altre regioni del Mediterraneo.
A fronte di ciò da più parti si sollecita per questa nostra area geografica l’esigenza di ricercare valide alternative.
Il processo di diversificazione dovrà condurre alla creazione di nuove professionalità aventi come attività specifica il trasferimento ai partner della sponda Sud della know-how di informazioni sistematiche.
L’obiettivo, oggi probabilmente utopistico, è quello di immaginare l’Area dello Stretto come capace di proporsi nella dimensione di “laboratorio ideale” per tentare una proposta alternativa di sviluppo che punti ad integrare saldamente l’intero Mezzogiorno nello spazio economico nazionale e mediterraneo mediante la dedizione ad attività strategiche assai rare da riscontrarsi.
Non può sfuggire la straordinaria prospettiva di raccordarsi con il traffico commerciale attivo nel Mediterraneo anche per la crescita e le grandi comunicazioni pilotate dall’economie asiatiche.
Abbiamo anticipato come nel Disegno Strategico Nazionale elaborato dal MIT-DICOTER (Dipartimento per il Coordinamento dello Sviluppo del Territorio) è stata prevista per questa Area una straordinaria opportunità nella individuazione di una “Piattaforma” che dovrebbe costituire la testa di ponte dell’Europa verso il Mediterraneo, agganciando funzionalmente il territorio dello snodo internazionale di Gioia Tauro con il triangolo Catania-Siracusa-Ragusa con l’inserimento in posizione di centralità dell’Area dello Stretto.
E’ evidente la possibilità di prefigurare in una visione di sistema un progetto di territorio, rivolto a sviluppare forme di plurime complementarietà fra questi luoghi.
Tale Piattaforma attestata sul corridoio trans europeo I (Berlino-Palermo) dovrebbe svolgere un ruolo primario nell’attivazione del corridoio meridiano intermodale Est-Ovest che sia capace di redistribuire flussi di risorse nonché attivatore di nuove reti e potenziatore di sistemi locali.
In tale ambito questi ultimi sistemi saranno resi idonei per una loro integrazione nelle reti intereuropee.
Accostandoci più direttamente all’area territoriale Reggio-Messina balza all’evidenza una sorta di “doppia città lineare” con una popolazione superiore a 500 mila abitanti.
Non è questa la sede per affrontare le complesse problematiche riguardanti l’intero sistema relazionale dei vari ambiti in cui si articola il territorio della provincia di Reggio assieme a quello della provincia di Messina.
Notiamo soltanto la spinta alla riduzione del rapporto di dipendenza funzionale in favore delle Città capoluogo, privilegiando la concezione di un livello superiore di Città Metropolitana, a mezzo di una riqualificazione delle periferie delle stesse ed un più concreto riconoscimento verso tutti i Comuni della istituenda Area, in un vitale progetto di governance dell’intera Città Metropolitana dello Stretto.
Indubbiamente vanno sostenute forme di integrazione e di scambio interne che rivendicano matrici identitarie, che hanno stratificato nel tempo immaginari collettivi e basi culturali comuni, nel più interessante ipertesto di beni culturali presente nel bacino del Mediterraneo.
Sinteticamente ricordiamo che sono state individuate, oltre l’ambito di Città, un altro a Nord riguardante la Piana di Gioia Tauro – ove dovrebbero svilupparsi dinamiche positive legate al ruolo del porto – nonché quella a Sud (fascia ionica) con due sotto-ambiti, e cioè l’area grecanica e quella ionica, entrambi bisognevoli di profondi interventi strutturali.
Nel contesto abbiamo più volte citato l’Area Metropolitana dello Stretto e dunque non solo quella reggina.
E’ convincimento particolarmente diffuso sia tra gli urbanisti che tra i giuristi come sarebbe assolutamente assurdo concepire la sola Città Metropolitana di Reggio, non prevedendone l’espansione nell’intera Area dello Stretto, verso la meta finale della creazione di un nuovo Ente territoriale: la Città Metropolitana dello Stretto.
Si pensi in proposito che lo Statuto della Regione Calabria già afferma (art. 46 n. 6) che “la Regione favorisce la costituzione di Città Metropolitane” implicitamente riferendosi all’area reggina, laddove viene formulata la prospettiva di un collegamento con l’area dirimpettaia (“promuovendo necessarie intese interregionali”).
Per altro verso, parallelamente, quanto al riconoscimento per la città di Messina dell’anzidetta dimensione qualificante, va sottolineato che essa è stata espressamente collegata, nella specifica Legge Regionale siciliana, proprio con riferimento alla peculiare posizione della Città con la sua preminente proiezione verso l’Area dello Stretto.
Illustri costituzionalisti (in primis, Antonino Spadaro) hanno approfondito il tema della diversità tra i due Statuti (quello calabrese e quello siciliano) per cui ogni opportunità della costituzione dell’ “Area integrata dello Stretto” entro la quale dovrà essere istituita la Città Metropolitana dello Stretto postula il ricorso ad una Legge Costituzionale, stante la potestà legislativa esclusiva riconosciuta alla Sicilia nel proprio Statuto di regione a Statuto speciale, relativamente agli interventi in materia di Enti Locali.
Immaginare diversamente la sola Città Metropolitana di Reggio significa mettere mano ad un progetto monco sicuramente inidoneo a realizzare le finalità opportunamente approfondite in ambiti culturali internazionali ed in parte inalveate in processi normativi europei.
Il discorso per la definitiva attivazione di questi principi sicuramente è lungo e complesso; ma occorre pensare a questa Area territoriale svincolandosi da atteggiamenti ispirati a cultura di conservazione o a letture localistiche riduttivamente concernenti singoli territori, sicuramente improduttive di risorse e senza dignitose prospettive.
Il capitale sociale reggino e quello messinese, il sistema universitario (tra cui dovrà essere convenientemente sostenuta l’Università per Stranieri di Reggio Calabria), una classe dirigente, governativa e burocratica, altamente qualificata, un rafforzato rapporto di fiducia nella lettura di una storia che ci insegue incessantemente e ci impegna quotidianamente sono fattori capaci di sostenere una progettazione politico culturale dell’Area in questione, capace a sua volta, di proiettare i propri interessi verso l’Europa nel suo complessivo sviluppo economico e umano, con la fondata ambizione di ricollegarla, attraverso questo punto nodale, alle future sorti delle genti del Mediterraneo.
E’ stato detto che Città Metropolitana non è un punto di arrivo, bensì una sfida.
Siamo costretti ad affrontarla per evitare che le generazioni future ci contestino un irresponsabile atteggiamento di timidezza, equivalente ad una insostenibile scelta rinunciataria




