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Reggio – Arrivano soldi per operatori Hospice, ma le difficoltà ci sono sempre

21 Aprile 2015
in CITTA, Reggio Calabria
Tempo di lettura: 5 minuti
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hospice via delle stelle reggio calabria

di Domenico Grillone – Formalizzato da parte dell’Asp l’impegno di spesa per l’anno in corso, assunto il 23 marzo di quest’anno, nei riguardi dell’hospice Via delle Stelle: circa un milione e seicentocinquanta mila euro. Risorse rimaste bloccate per il cambio di guardia all’azienda sanitaria provinciale con la nomina del commissario Santo Giuffrè il quale ha già provveduto ad apporre la sua firma sul contratto. E che permetteranno, tra l’altro, di pagare in tempi brevi le tre mensilità, febbraio, marzo e tra pochi giorni aprile, vantate dagli operatori. Ma resta intatta una situazione di criticità e per diversi motivi, tanto da orientare gli operatori a chiedere una sfiducia formale all’intero Consiglio d’amministrazione. Intanto c’è da dire, ed il malcontento di chi da tempo ci lavora all’interno ne è testimone, che è svanito lo spirito di un tempo. Quello che ha toccato il cuore di migliaia di reggini, scesi in piazza anni fa accanto a tutto il personale e gli operatori, per difendere la preziosa struttura che, unica in tutta la provincia e una delle poche in Regione, allevia la sofferenza e dona senso e dignità alla vita del malato fino all’ultimo respiro. Basta domandare in giro alle migliaia di famiglie reggine, quelle che magari si sono trovate improvvisamente davanti al dramma di un proprio congiunto a cui gli è stato diagnosticato un male senza speranza. E che, davanti al “congedo” della degenza ospedaliera hanno trovato, con grande sorpresa, un porto sicuro. Specializzato non solo per le cure palliative ma anche per quella necessaria ed esperta assistenza per gli affanni e il dolore dei familiari che in questo luogo hanno perfino trovato una pace interiore e forse hanno dato anche un senso alla morte. Tutto questo rispetto ad un recente passato, quello che riservava quasi sempre al malato terminale una gestione familiare per ovvie ragioni inadeguata, un licenziarsi dalla vita pieno di angoscia, dolore e disperazione che si traducevano per i suoi familiari ancor più in un dramma senza fine. L’hospice è questo, tutt’ora. La sua efficienza è quella di un tempo ma, come si diceva, è svanito l’antico spirito, quel senso di unità e di solidarietà al suo interno. E che alimenta una situazione di malcontento tra gli operatori socio-sanitari. Un senso di sfiducia specie tra i più anziani, quelli che hanno contribuito a far diventare l’hospice quello che oggi rappresenta, preoccupati dallo scarso dialogo con il vertice amministrativo e soprattutto dal numero di assunzioni che nel breve arco di circa tre anni e diventato pletorico. Perché dal passaggio di gestione, da quella mista pubblico-privato (Lega Tumori e Asp) alla Fondazione (Comune, Provincia, Asp, Regione, Curia) il personale in circa tre anni è lievitato passando da 33 fino ai 45 di oggi. Assunzioni ritenute, almeno alcune, non necessarie. E di persone senza titoli e competenze per svolgere il ruolo loro assegnato. Insomma, a parere della maggioranza degli operatori, che ci tengono a sottolineare di non aver nulla contro i nuovi assunti né tantomeno stanno facendo una lotta contro di loro, il rischio è che se si continua con i vecchi sistemi clientelari di una politica pronta a trasformare una struttura così importante e delicata in un assumificio, alla fine non si riuscirà più a garantire lo stipendio a tutti. E per un semplice motivo: il badget assegnato all’hospice è omnicomprensivo. Vuol dire che sono soldi che servono non solo a pagare la singola prestazione ma tutto ciò che concorre ad erogarla. E quindi luce, acqua, gas, telefono e tutto il resto. Utenze che invece avrebbe dovuto farsene carico la Fondazione, cosa che non fa da circa tre anni. Per meglio spiegare, si rischia che la quantità di denaro necessaria per pagare gli operatori sia più elevata rispetto a quella che proviene dal numero delle prestazioni che loro possono garantire. Ed in ogni caso il budget assegnato dall’Asp rappresenta il tetto massimo, perché l’Azienda sanitaria pagherà solo le effettive prestazioni. E non è possibile illudersi neanche del piccolo incremento di 100mila euro rispetto agli anni precedenti. Senza contare che a tutto questo bisogna aggiungere un decremento fisiologico dei ricoveri: pochi giorni addietro erano solo sette. Per gli esperti si tratta di un decremento fisiologico che si presenta sempre nel corso dell’anno. Ci sono momenti con una incredibile lista di attesa, altri con meno richieste. Insomma, l’accusa, in sostanza, è quella di una gestione poco oculata. Che potrebbe portare, se si dovesse continuare su questa strada e con questi ritmi, ad una fine simile ad un’altra Fondazione, la “Campanella” di Catanzaro. Inoltre, l’antico spirito che dava un senso anche al lavoro, comunque svolto sempre con grande passione, è stato sostituito da schemi rigidi, tipici di un ospedale, sia pure in perfetta efficienza. Esattamente il contrario di quello che predicano gli esperti, quelli che hanno contribuito a redigere oltre dieci anni fa la legge nazionale sull’istituzione degli hospice e che la Regione Calabria ha recepito solo in parte, visto il numero assolutamente esiguo presente sul territorio regionale rispetto alle altre regioni italiane. Una struttura, l’hospice, che dovrebbe essere simile ad una casa, ad un ambiente domestico, insomma ad una grande famiglia. E che invece il modello organizzativo pare abbia portato ad avere una gestione molto gerarchica, sposando il famoso motto “dividi et impera”. Nessuna risposta, alle domande del personale circa l’ammontare delle donazioni, su buste paga con varie incongruenze, sull’organizzazione del lavoro. Nessuna risposta a svariate lettere. E tutto questo mette in evidenza quanto si sia incrinato il rapporto di stima tra le parti. E questo, sempre secondo chi se ne intende ma anche secondo il buon senso, mette a serio rischio la qualità delle cure. “Nonostante tutto, strappare un bel sorriso ad un paziente rappresenta un buon motivo per vivere la giornata”, dice un operatore ormai sfiduciato per come le cose stiano andando avanti. L’augurio di tutti è che l’hospice ritorni ad essere quello per cui è nato: una piccola realtà, comunità gestita nella maniera più efficace e con grande amore.
E adesso le buone notizie: il commissario Gioffrè che conosce bene la situazione dell’hospice per averla seguita nel corso di tutti questi anni, appena insediato ha manifestato l’intenzione di voler entrare dentro la Fondazione per recuperare quel rapporto pubblico-privato che aveva improntato i primi cinque anni di vita e che poi si è disperso per volontà della politica regionale. L’anomalia, in ogni caso resta tutta in piedi, perché una Fondazione che di privato non ha nulla, o quasi, dal momento che è costituita da enti pubblici, mette in difficoltà anche le menti più semplici. Sembra proprio una sorta di Fondazione Campanella bis in cui il 50 per cento era dell’Università e l’altro cinquanta della Regione. Altra novità è che il prossimo consiglio d’amministrazione vedrà la presenza, finalmente, del rappresentante del Comune: il dottore Valerio Misefari, medico e direttore del Centro regionale di tipizzazione tissutale. Anche l’Asp ha scelto il proprio rappresentante. Si tratta, ironia della sorte, dell’oncologa Paola Serranò, consigliere comunale al pari di Misefari, ma soprattutto una delle principali menti ed anime dell’hospice fin dalla sua nascita e poi sacrificata sull’altare della costituzione di una Fondazione che, nella sostanza, non è mai decollata. E’ probabile che le new entry in Consiglio d’amministrazione pongano subito la questione del Comitato scientifico, mai costituito nonostante sia contemplato dallo statuto. E che avrebbe dovuto orientare le scelte del Consiglio d’amministrazione. E anche probabile che finalmente vengano accolti soci benemeriti e soci sostenitori, elementi preziosi per la vita della Fondazione per offrire risorse aggiuntive a quelle dell’azienda sanitaria

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