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    Maurizio Lento ex capo squadra mobile Vibo in arresto
    Maurizio Lento ex capo squadra mobile Vibo in arresto

    ‘Ndrangheta a Vibo – ‘Purgatorio’: deposizione colonnello Sozzo e ispettore Condoleo

    “Non sono mai stato ostacolato da nessuno ad indagare sul clan Mancuso. Il mio dirigente dell’epoca, dal 2007 al 2011, cioè il dottore Maurizio Lento a capo della Squadra Mobile di Vibo Valentia, non mi ha mai ostacolato in nessuna indagine, così come non ha mai ostacolato la mia partecipazione al gruppo di lavoro instaurato con la Squadra Mobile di Catanzaro”. E’ quanto sostenuto ieri in aula, dinanzi al Tribunale di Vibo Valentia, nell’ambito del processo “Purgatorio”, dall’ispettore Antonio Condoleo, a capo della sezione “criminalità organizzata” della Squadra Mobile di Vibo. Il processo vede imputati l’ex capo e vicecapo della Squadra Mobile di Vibo, Maurizio Lento ed il suo vice Emanuele Rodonò, accusati di concorso esterno in associazione mafiosa, e l’avvocato Antonio Galati. L’ispettore Condoleo, teste dell’accusa (Dda di Catanzaro), rispondendo alle domande dell’avvocato, Maurizio Nucci, difensore di Lento, ha inoltre sottolineato che di tutta l’attività investigativa compiuta dalla Squadra Mobile di Vibo e su tutti i risultati investigativi ha sempre informato la Procura distrettuale di Catanzaro, e quindi all’epoca anche il pm Marisa Manzini che coordinava come autorità giudiziaria tutte le inchieste. Affermazioni importanti, dunque, quelle del teste Antonio Condoleo perché non solo negano che nel periodo di reggenza della Squadra Mobile di Vibo da parte di Maurizio Lento ed Emanuele Rodonò non si sia indagato sul clan Mancuso (questa l’accusa rivolta dalla Dda di Catanzaro ai due funzionari di polizia), ma che se tale omissione c’è stata allora doveva essere in qualche modo “complice” anche la stessa Dda di Catanzaro che per legge, in quanto autorità giudiziaria, deve coordinare tutta l’attività di indagine della polizia giudiziaria. “Dal 2007 al 2011 – ha poi affermato in aula il teste Condoleo – ho sempre seguito l’attività investigativa sotto le direttive della Dda di Catanzaro e ritengo corrette le indicazioni del dirigente Maurizio Lento sulle indagini da compiere”. La deposizione del teste Antonio Condoleo, che proseguiva dall’udienza del 27 febbraio scorso quando in aula aveva affermato che la Squadra Mobile di Vibo dal 2007 ha indagato a 360 gradi su tutti i clan della provincia, dai Mancuso ai loro rivali si è quindi ieri conclusa per far posto a quella del teste principale dell’accusa, vale a dire il colonnello dei carabinieri Giovanni Sozzo, 43 anni, attuale comandante del Ros di Milano ed all’epoca dei fatti alla guida del Ros di Catanzaro con il grado di “maggiore” ed autore dell’informativa denominata “Purgatorio” che è alla base del processo ai due funzionari di polizia Lento e Rodonò ed all’avvocato Galati. Il colonnello Sozzo, dopo aver ricostruito la genesi dell’inchiesta, ovvero le conversazioni captate attraverso una micropsia piazzata nel casolare di campagna di località “Fontanelle” di Limbadi in uso al boss Pantaleone Mancuso, 68 anni, detto “Vetrinetta”, ha svelato alcuni particolari sulle scelte investigative, cadendo però in errore in ordine a date e fatti storici. “Ho guidato la sezione anticrimine del Ros di Catanzaro dal 2008 al dicembre 2012 – ha spiegato in aula Sozzo – e con l’allora procuratore aggiunto della Dda di Catanzaro, Giuseppe Borrelli, decidemmo di accontonare le inchieste sul traffico di stupefacenti ed avviare indagini sul potente clan Mancuso di Limbadi poiché non vi era all’epoca alcuna sentenza definitiva che accertasse l’esistenza come associazione mafiosa della potente cosca Mancuso in quanto la sentenza della Cassazione del processo “Dinasty”, l’unico in corso contro il clan Mancuso, è arrivata solo nel 2010”. In realtà la prima sentenza in Cassazione del processo “Dinasty” arriva il 26 marzo del 2008, quindi due anni prima di quanto ricordato in aula dal colonnello Sozzo, con la condanna in via definitiva, fra gli altri, dei boss Pantaleone Mancuso, detto “Scapuni”, e Pantaleone Mancuso detto “l’Ingegnere”, oltre a Francesco Mancuso, detto “Bandera”. La seconda sentenza definitiva del processo “Dinasty” (troncone celebrato con il rito ordinario), che conferma il verdetto della Corte d’Appello di Catanzaro del giugno 2008, arriva invece l’1 ottobre 2009 con la condanna in via definitiva, fra gli altri, dei boss Antonio, Pantaleone “Vetrinetta” e Diego Mancuso. Anche riguardo la mancanza di indagini precedenti sul clan Mancuso rispetto alla data di arrivo del colonnello Sozzo alla guida del Ros di Catanzaro e del procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli alla guida della Dda di Catanzaro, vi è da ricordare l’esistenza dell’inchiesta “Genesi” che nell’agosto del 2000 colpì l’intero clan Mancuso con oltre 40 arresti ed il cui processo di primo grado si è concluso il 3 maggio 2013 quando il Tribunale di Vibo Valentia ha condannato 11 imputati e ne ha assolti 32, infliggendo un totale di 86 anni di reclusione a fronte dei 379 totali chiesti proprio dal procuratore Giuseppe Borrelli e dall’allora pm della Dda di Catanzaro Simona Rossi al termine della loro requisitoria. Ed ancora: da ricordare è anche l’esistenza dell’inchiesta che nel 1984 portò allo storico primo maxiprocesso contro il clan Mancuso (Francesco Mancuso più 93 imputati del suo clan) e l’inchiesta “Minosse 2” avviata nel 2003 ad opera dei carabinieri della Stazione di Vibo, guidati dal comandante Nazzareno Lopreiato, che l’11 luglio 2013 ha portato, fra le altre, alla condanna del boss Pantaleone Mancuso, “Vetrinetta” e del figlio Giuseppe Mancuso al 7 anni e 4 mesi di reclusione a testa per estorsione aggravata dalle modalità mafiose. Infine, contro i Mancuso era stata portata a termine già nel 1999 l’inchiesta antimafia “Impeto” il cui processo è ancora in corso dinanzi al Tribunale di Vibo Valentia. Altro passaggio della deposizione del colonnello Giovanni Sozzo che si “scontra” sia con un’ordinanza del gip di Salerno e poi anche con un verdetto del Tribunale del Riesame di Salerno riguarda infine la “chiamata in causa” da parte del teste dell’ex pm della Dda di Catanzaro, Giampaolo Boninsegna. Secondo Sozzo, infatti, l’ex pm “sapeva che con il procuratore Borrelli noi del Ros intendevamo intercettare l’avvocato Galati ed io stesso ho consegnato al pm Boninsegna le trascrizioni di due intercettazioni ambientali del 19 e 22 aprile 2011 fra l’avvocato Galati ed il boss Pantaleone Mancuso”. Su tale specifico episodio, però, il gip di Salerno, Dolores Zarone, nel verdetto del 29 novembre 2012 ha scritto che “l’impossibilità che il pm Boninsegna possa aver disvelato al Galati notizie su procedimenti penali trova un obiettivo riscontro nel dato che a gennaio 2011 lo stesso Boninsegna aveva presentato, per il visto, al procuratore aggiunto Borrelli una richiesta di misura cautelare a carico di Mancuso Pantaleone e Maccarone Antonio. E’ difficile ipotizzare – ha rimarcato il gip – che Boninsegna potesse avere un qualche interesse ovvero siffatta scelleratezza da rivelare indagini a carico di una persona che intendeva arrestare. Boninsegna spiega le ragioni per cui perde la coassegnazione di tali procedimenti penali, negando che tale situazione sia ricollegata – sottolinea il gip – alla lettura delle conversazioni intercettate tra Galati e Mancuso che egli dichiara, infatti, di non aver mai letto, cosa che peraltro ipotizzata dallo stesso pm a pag. 42 della sua richiesta”. L’esame del colonnello Sozzo proseguirà nell’udienza del 20 marzo prossimo.