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    Quel tragico giorno a Baghdad

    Sono trascorsi 7 mesi da quando Tabularasa, si è occupata della figura di Nicola Calipari e della sua controversa morte. Il festival, organizzato tra Reggio Calabria e Messina da Raffaele Mortelliti e Giusva Branca, direttori di Strill.it, ha cercato di smuovere le coscienze dei calabresi, cittadini ed amministratori, che poco sanno e poco ricordano del loro conterraneo, ucciso il 4 marzo del 2005 in circostanze chiare sul come, ma non sul perché. Da Tabularasa era stata avanzata la proposta di intitolare a Calipari una via della sua città, ma ad oggi nulla. Nessuno sembra aver colto l’invito. Una serata in cui gli ospiti hanno ripercorso gli ultimi istanti di vita di un servitore della patria, assassinato “nell’esercizio delle proprie funzioni” per salvare la vita a Luciana Sgrena, giornalista de “Il Manifesto” rapita a Baghdad dalla Jihad islamica.
    Ma chi era Nicola Calipari? Non si sa molto di lui, se non le notizie che sono alla portata di tutti. Qualcuno lo definirebbe uno “scout”, di quelli con il manuale cucito sulla pelle. E lui, nato a Reggio Calabria il 23 giugno del 1953, lo scout lo aveva fatto veramente e ne era diventato capo insieme ai suoi amici di infanzia, così come in seguito aveva fatto carriera nella polizia e nei servizi segreti italiani. Di quella Reggio che gli diede i natali restano solo sbiaditi ricordi legati solo alla sua sfera personale. Chi lo conosceva racconta prima di un ragazzo sempre disponibile e vicino ai più deboli ed ai più piccoli e dopo di un uomo appassionato che cercava di cambiare la sua terra per renderla vivibile. Forse anche per questo la lotta contro il crimine era stata fin da subito una sua priorità. Sposato e padre di due figli, Calipari era entrato in polizia nel 1979. Se volessimo parlare della sua carriera sarebbe semplice descriverlo come esempio di abnegazione e successo conseguente all’impegno costante, alla serietà ed anche alla sensibilità di cui era dotato. Commissario in prova presso la questura di Genova aveva iniziato, subito dopo la scuola di Polizia, una brillante carriera investigativa. Dopo Genova passa a dirigere la Mobile di Cosenza, e subito dopo è funzionario della Squadra narcotici a Roma. Da capo della sezione Criminalità organizzata, il passo è breve per la Criminalpol ed il servizio centrale operativo (Sco). Prima di approdare ai servizi segreti del Sismi, dirige l’ufficio stranieri della Questura di Roma, dove si inventa il sistema degli appuntamenti agli sportelli per evitare le code ed insegna a tutti gli agenti il profondo rispetto per gli immigrati. A loro, come a chiunque altro, Calipari dava del lei ed anche i suoi uomini impararono a farlo. Nel 2002 passa ai servizi segreti con l’incarico di vice direttore operativo del Sismi.
    E’ lui ad occuparsi del sequestro delle “due Simonetta”, Pari e Torretta, le volontarie italiane rapite in Iraq e sarà lui a farsi carico del rapimento di Giuliana Sgrena. La Sgrena era l’inviata per Il Manifesto in Iraq quando nel febbraio 2005 fu rapita dalla Jihad islamica appena fuori dalla moschea che si trova nel centro dell’università “dei 2 fiumi” a Baghdad. Per la sua liberazione fu proprio Nicola Calipari a trattare con gli jihadisti. Nella notte tra il 3 ed il 4 marzo era riuscito a liberarla, a farsela consegnare, “Giuliana sono Nicola, sei libera, sono venuto a prenderti per portarti in Italia” disse vedendola, e si stava dirigendo proprio all’aeroporto per farla tornare a casa, quando qualcosa andò storto. “Qualcuno spara. Qualcuno ci spara addosso”, già, ma chi sparava contro la Toyota sulla quale viaggiavano. I Terroristi? Non avevano potuto raggiungerli in una zona così tanto controllata dagli americani. Era un posto di blocco. Il posto di blocco 541, sulla route Irish, la strada che dal centro della capitale irachena porta allo scalo, lì c’era un presidio mobile controllato dagli americani. I militari americani, fuoco amico, mitragliavano contro l’auto che stava portando in salvo la Sgrena.
    La scena è raccontata quasi visibilmente nella piece teatrale “Il viaggio di Nicola Calipari”, che sempre a Tabularasa, nel 2014, ha tenuto inchiodati alla sedia tutti gli spettatori. Nicola e Giuliana sono dietro, sui sedili posteriori quando iniziano gli spari. La giornalista nel suo racconto dice “di essere finita incastrata tra il sedile davanti e quello su cui era seduta”. A buttarla giù Calipari. La copre con il suo corpo, le fa da scudo umano, “Così ti senti più protetta” le dice. Gli spari arrivano da destra e Calipari viene colpito immediatamente e rimane sulla Sgrena. “Da quel momento non ha più parlato – racconta la giornalista –. L’autista (Andrea Carpani, un agente del Sismi, ndr), parlava con palazzo Chigi e gli spari continuavano, non capivo se stavo morendo io o se era lui. Solo dopo, quando ho ascoltato il suo rantolo ho capito…”. Così morì il generale di divisione Nicola Calipari, colpito da una pallottola alla testa, venti minuti dopo l’inizio del suo viaggio.
    Alla mitragliatrice era addetto il soldato Mario Lozano, all’epoca 35enne. Il suo “fuoco amico” uccise Nicola Calipari. Eppure il protocollo era stato seguito, l’auto aveva rallentato e illuminato verso il posto di blocco con le luci come si fa in questi casi. Gli americani sapevano dell’arrivo della Toyota, però spararono ugualmente. Per Strill.it e Tabularasa è il racconto di Caludia Fusani, giornalista dell’Huffington Post, a chiarire le dinamiche dell’omicidio Calipari, mai in realtà dichiarato tale, né dallo Stato italiano, né dagli Stati Uniti. Lozano dichiarerà durante il processo di aver segnalato la presenza del check point come da regolamento: puntando contro l’auto degli italiani, che l’inteligence statunitense conosceva benissimo, una potente torcia, urlando a squarciagola, sparando diversi colpi in aria e solo dopo mirando all’auto. Nessuno dei presenti, però, disse d’aver udito o visto tutto questo. Lozano, sparò direttamente, secondo i racconti dei testimoni, contro la Toyota. Le raffiche furono almeno due, ravvicinate, una più lunga ed una più breve. L’arma era una M240B. I proiettili esplosi 11, calibro 7.62, che perforarono le portiere, uno di quelli colpì ed uccise Calipari.
    Claudia Fusani continua per noi il suo racconto sui fatti: “Dopo gli spari è stato spostato tutto. Non si sa nulla e non si può ricostruire la scena del delitto. Italia e Stati Uniti arrivano a due diverse versioni. C’è un capo d’accusa di omicidio, ma gli italiani non hanno potuto procedere per mancanza di giurisdizione”. Al processo tutti raccontarono la loro versione dei fatti, ma il soldato Mario Lozano, volontario nel 69esimo reggimento della guardia nazionale americana, non fu mai imputato, né accusato per “incompetenza territoriale” di omicidio. “Io – continua la giornalista dell’Huffington Post – ho sempre pensato che non si sia trattato di un errore. Calipari è stato ucciso da fuoco amico e forse volontariamente. Il Govermo italiano voleva salvare i suoi ostaggi, ma la linea degli Usa e dell’Inghilterra, era ed è opposta. Temo che il nostro servizio segreto italiano fosse diviso tra una frangia che sottostava a quello che erano gli ordini degli Usa ed una, più indipendente, di cui faceva parte Calipari, che era fortemente impegnato a liberare gli ostaggi. Di lui poi – conclude Fusani – non si è più parlato e la sua società d’origine non lo ricorda. Un comodo silenzio”. La sua società di origine non lo ricorda. Non lo ricorda nessuno ancora oggi, a pochi giorni dal 4 marzo 2015, l’anniversario della sua morte. Sono trascorsi 10 anni e poco si sa, poco si dice, niente è chiarito formalmente. In fondo, però, chi era Nicola Calipari? Un eroe dei nostri giorni, calabrese, che “non era proprio un corazziere” ma che è morto per la “sua grande statura di uomo”.

    (ClaVa)