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    Maurizio Lento ex capo squadra mobile Vibo in arresto
    Maurizio Lento ex capo squadra mobile Vibo in arresto

    ‘Ndrangheta a Vibo – Processo ‘Purgatorio’ teste della Dda non conferma tesi accusa

    “Il servizio centrale operativo della polizia (Sco) di Catanzaro è stato sempre informato su tutte le indagini svolte dalla Squadra Mobile di Vibo, la quale dal 2007 ad oggi ha indagato a 360 gradi su tutti i clan della provincia, dai Mancuso ai loro rivali”. E’ quanto sostenuto stamane in aula, dinanzi al Tribunale collegiale di Vibo Valentia, nell’ambito del procedimento “Purgatorio”, dall’ispettore Antonio Condoleo, a capo della sezione “criminalità organizzata” della Squadra Mobile di Vibo.

    Il processo vede imputati l’ex capo e vicecapo della Squadra Mobile di Vibo, Maurizio Lento ed Emanuele Rodonò, accusati di concorso esterno in associazione mafiosa, e l’avvocato Antonio Galati. L’ispettore Condoleo, teste dell’accusa (Dda di Catanzaro), rispondendo alle domande degli avvocati degli imputati (avvocati Sergio Rotundo e Maurizio Nucci) ha finito per non confermare la tesi accusatoria relativamente alla contestazione mossa ai due ex capi della Mobile di Vibo (Lento e Rodonò) di non aver indagato sui Mancuso e di aver volutamente omesso di indagare sul clan Mancuso dirottando invece le indagini sui clan rivali alla “famiglia” di Limbadi. Il teste Condoleo ha infatti elencato in aula una lunga serie di attività investigative avviate contro i Mancuso ed i clan loro alleati (La Rosa, Cracolici, Colace, Quaranta ed altri clan), oltre che sui rivali dei Mancuso come i c.d. “Piscopisani” (dal nome della frazione Piscopio di Vibo), avviate proprio durante il periodo di reggenza di Lento e Rodonò (dal 2007 al 2012).

    Condoleo ha poi confermato che gli atti su un’indagine della Dda di Milano, denominata “Minotauro”, di cui l’avvocato Galati è accusato di averne dato riservatamente notizia nel 2011 ad un imprenditore di Limbadi, erano in realtà già stati resi pubblici sin dal 2003 in quanto confluiti nell’operazione “Dinasty” contro i Mancuso scattata nell’ottobre 2003. L’intera informativa di Milano chiamata “Minotauro” era quindi perfettamente a conoscenza degli avvocati dei Mancuso (fra i quali vi era anche l’avvocato Galati) sin dal 2003 in quanto “discoverata” e quindi non più coperta da alcun segreto investigativo già da tale data. Il teste Condoleo ha poi confermato anche quanto detto in aula nella scorsa udienza da altro teste dell’accusa, l’ispettore Carmelo Pronestì, ovvero che non solo l’avvocato Galati, ma anche l’intera popolazione del Vibonese e persino gli investigatori nei loro atti e nelle loro informative erano soliti indicare i Mancuso con dei soprannomi per distinguerli l’uno dall’altro oppure li indicavano con il termine “Zio” prima del nome. Tale circostanza per la difesa acquista un rilievo importante poiché la Dda di Catanzaro ( pm Giuseppe Borrelli e Simona Rossi prima, ora il nuovo pm Camillo Falvo) contesta l’associazione mafiosa all’avvocato Galati anche sulla scorta della terminologia (“Zio” prima del nome) con la quale il legale era solito indicare, nei dialoghi intercettati, alcuni esponenti dei Mancuso.