di Stefano Perri – Droga, prostituzione, armi, racket. Queste le principali attività del clan degli zingari nell’hinterland cosentino. Le indagini condotte dalla Dda di Catanzaro dimostrano come il sodalizio abbia messo in piedi negli anni un piccolo impero criminale.
Secondo gli investigatori quello degli zingari è ormai considerato un locale di ‘ndrangheta a sé stante, un sodalizio sempre più potente nelle dinamiche criminali non solo del cosentino.
Il ramo da loro preferito è quello della gestione del traffico delle sostanze stupefacenti. Gli ”zingari” di Cosenza, da tempo vicini ai clan di Cassano allo Jonio, negli hanno iniziato ad emanciparsi, attraverso l’imposizione di estorsioni ad imprenditori e commercianti, ma anche con il commercio delle armi importate dall’est e spesso cedute in cambio del controllo del traffico di stupefacenti e della prostituzione sulla statale 106 jonica.
Il controllo del territorio è ormai operazione compiuta. Il clan degli zingari è considerato egemone nell’area compresa tra Cassano allo Jonio e Corigliano Calabro. Un’escalation che ha fatto della violenza, dell’intimidazione, degli omicidi efferati, la sua arma vincente. A Cosenza tutti hanno paura degli zingari, nessuno parla perché teme per la proprio vita. Donne e uomini senza scrupoli capaci di stroncare anche le vite più indifese.
L’omicidio di Cocò Campolongo, uno sgarro da lavare con il sangue
Proprio all’interno del territorio da loro controllato, è stato ucciso il piccolo Cocò Nicola Campolongo, tre anni, il cui corpo è stato trovato carbonizzato all’interno di una Fiat Punto, insieme a quelli di suo nonno Giuseppe Iannicelli e della compagna marocchina Ibtissan Touss.
Un triplice omicidio maturato in un ambiente di assoluto degrado. Il piccolo era sotto la tutela del nonno perché la madre Antonia, la zia Simona, suo padre Nicola, lo zio Roberto Pavone, la nonna Maria Rosaria Lucera, erano tutti in carcere dal 2011 per traffico di stupefacenti.
Nell’operazione era stato coinvolto anche il nonno Giuseppe Ianicelli, che aveva scontato una condanna di 8 anni per droga. Probabile che l’uomo avesse un conto in sospeso con i clan che gestivano il narcotraffico nel cosentino. Secondo gli investigatori una partita di droga forse non pagata.
Accanto al suo corpo nella Fiat Punto, insieme a quello del piccolo Cocò e alla compagna marocchina, una moneta da 50 centesimi. Un messaggio che secondo gli inquirenti non lascia spazio ad interpretazioni. C’era qualcosa da pagare, un sgarro economico da lavare con il sangue, e da cancellare con le fiamme.





