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    Telefonò alla madre di Lombardo e gli disse: “Ammazzeremo tuo figlio”

    di Giuseppe Baldessarro  – Lo hanno incastrato piazzando la telecamera su una delle cabine telefoniche della zona in cui vive. E lui alla fine ha fatto l’errore di usarla per minacciare di morte il pm della Dda Giuseppe Lombardo: “Siamo pronti ad uccidere il giudice”. E’ la prova principe che gli specialisti del Gico della Guardia di Finanza di Reggio Calabria hanno inserito nel fascicolo che questa mattina ha portato alla denuncia, e alla perquisizione dell’abitazione, di Francesco Gennaro Triolo, reggino di 47 anni.
    I finanzieri lo hanno beccato dopo le prime tre o quattro telefonate, poi il resto dell’inchiesta è servita per consolidare le prove in parte già acquisite. Dopo la seconda telefonata in cui diceva “è pronta la festa per il giudice Lombardo al Parco Caserta” (quartiere in cui vive con la sua famiglia), gli investigatori avevano scoperto, grazie alle telecamere di un centro commerciale, che a fare quella chiamata era stato un uomo basso e tarchiato, con la camminata strana. Di più, a causa della distanza non era stato possibile scoprire. Per questo l’area di Viale Calabria era stata messa sotto controllo. Agenti in borghese che sembravano ragazzotti a spasso o giovani coppie a passeggio per i negozi. Ed è stato così fin quando una giovane donna della Fiamme Gialle non ha notato quel personaggio che si muoveva in maniera particolare. Un’intuizione che l’aveva portata a seguirlo, passo passo, fino a casa. Da qui a scoprire l’identità di Triolo è stato un gioco da ragazzi. Un’operazione tutto sommato semplice, che però non era sufficiente a contestargli il reato e che forse non avrebbe tenuto davanti ai giudici. Intanto le telefonate continuavano, fin quando Trioli non ha utilizzato l’apparecchio pubblico sbagliato. O meglio, quello che era controllato dalle telecamere degli investigatori. Una volta avuta la certezza assoluta i finanzieri coordinati dalla Procura della Repubblica di Catanzaro, hanno tentato di ricostruire il quadro nel quale l’uomo si muoveva.
    Strano personaggio Triolo. Fratello di Giuseppe Triolo, già accusato e poi assolto, di essere il telefonista delle minacce al Procuratore generale Salvatore Di Landro che si verificarono nel 2010.
    Una famiglia di “mitomani”? Forse. Tuttavia gli inquirenti avrebbero in mano una serie di spunti investigativi che porterebbero verso una spiegazione diversa. Nessun movente in apparenza, ed è ovvio che prima di chiudere il fascicolo la Procura di Catanzaro vuole provare a capire cosa o chi abbia potuto spingere Triolo a fare quelle telefonate di minaccia. Nove chiamate minatorie a Lombardo ed una a Nicola Gratteri, ma perché? E come faceva Triolo a sapere alcune cose.
    Certo gli spostamenti di Lombardo, che lui segnala puntualmente (in una telefonata indica l’orario di rientro a csa del magistrato antimafia), non passano inosservati muovendosi in città con una scorta numerosa, ma c’è dell’altro. C’è Una telefonata a casa della madre di Lombardo nella quale il messaggero dice: “Ammazzeremo tuo figlio”. La chiamata arriva a un telefono fisso facile da trovare anche con l’elenco telefonico, ma quel numero non è registrato sotto il cognome Lombardo, ma della madre del giudice che porta un nome diverso. Non è nome che tutti conoscono.
    Ci sono poi le frequentazioni dei due Triolo, amicizie equivoche che i finanzieri vogliono scandagliare. L’indagato era infatti in contatto con un imprenditore su cui Lombardo aveva indagato a lungo ritenendolo un prestanome dei clan della ‘ndrangheta. Stamattina, assieme ad altre nove perquisizioni il Gico ha anche “visitato” casa sua, a caccia di una qualche traccia, di un indizio, di una indicazione. Certo Triolo viene descritto anche dal fratello come uno che non ci sta tanto con la testa, ed è per questo che non si esclude che possa trattarsi di un mitomane. Ma troppe stranezze spesso non fanno un mitomane, anzi.

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