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    La piramide dei Tegano: la nuova struttura del clan dopo l’arresto del boss ”uomo di pace”

    di Stefano Perri – Una struttura piramidale, con un vertice, una base ed una fitta rete di fiancheggiatori. Era questa la gerarchia che il boss Giovanni Tegano aveva impartito alla ‘ndrina dopo la sua cattura nell’aprile del 2010. Con l’uscita di circolazione del vecchio padrino di Archi, a prendere le redini erano stati prima i generi Michele Crudo e Carmine Polimeni, anche loro in seguito arrestati nell’ambito dell’operazione Agathos, e successivamente gli altri due generi Edomondo Branca e Antonio Lavilla, in collaborazione con il cugino Giovanni Pellicano.

    E’ questa la nuova presunta mappatura di una delle ‘ndrine storiche del mandamento reggino, con base operativa nel quartiere di Archi. A fotografarla è l’informativa che ha portato al fermo di 25 presunti affiliati al clan, nell’ambito dell’operazione ”Il padrino”, messa a segno ieri dalla Squadra Mobile di Reggio Calabria.

    Un’operazione che oltre a rappresentare un durissimo colpo nei confronti di uno dei clan di ‘ndrangheta più blasonati e potenti del mondo, ha offerto uno spaccato della nuova struttura verticale creatasi dopo l’arresto dello storico boss Giovanni Tegano, costruita con cura per preservare gli interessi criminali del clan e fondata, come quasi sempre avviene nei contesti ‘ndranghetisti, sui legami di sangue.

    7 LAVILLA ANTONIO 28-02-1975-19   BRANCA EDMONDO 20.4.79IL VERTICE

    Edomondo Branca, Antonio Lavilla, Giovanni Pellicano. Erano loro a gestire il vertice della cosca di Archi dopo l’arresto dello storico boss Giovanni Tegano. Branca e Lavilla, generi del boss, avevano preso la gestione degli interessi del gruppo dopo l’arresto dei cognati Michele Crudo e Carmine Polimeni, colpiti anche loro da provvedimento di custodia nell’ambito del processo Agathos.

    Secondo la ricostruzione degli investigatori, i due, insieme al cugino Pellicano Giovanni rappresentavano la nuova triade al vertice della cosca. Non è un caso se il Decreto di fermo a loro carico li descrive come ”organizzatori del gruppo criminale”. Dopo l’arresto del vecchio boss, a loro erano demandati, ”compiti di particolare rilievo alle dirette dipendenze del “capo crimine” Giovanni Tegano”. Tra questi la gestione della struttura associativa durante la latitanza e la successiva detenzione del boss, nonché il ruolo di raccordo con le altre famiglie di ‘ndrangheta ”per affrontare le varie problematiche che riguardano la più ampia organizzazione di appartenenza”.

    L’ESERCITO DEI TEGANO

    Il loro era un ruolo esecutivo. ”In esecuzione delle direttive impartite, prendono stabilmente parte diretta alle azioni delittuose, finalizzate ad agevolare, favorire e, comunque, protrarre la pluriennale latitanza di Giovanni Tegano”. Li descrive così il Decreto di fermo firmato della Procura reggina. Complessivamente sono 15 i soggetti che, secondo la ricostruzione degli inquirenti, costituivano l’ossatura del clan.

    A loro la Procura reggina imputa ”articolate e pianificate condotte, a loro affidate a seguito di preventiva programmazione, finalisticamente orientate a conseguire il prioritario intento di acquisire notizie riservate destinate a sviare gli apparati investigativi impegnati nell’attività di ricerca del latitante e, quindi, fuorviare le complesse attività di indagine in corso”. Peraltro ”nella piena consapevolezza di perseguire gli scopi del sodalizio e di agire al fine di mantenere inalterata la capacita operativa dell’organismo collegiale di vertice” della cosca Tegano.

    4 CAPONERA FRANCESCO 13-02-1976-Tra gli esponenti criminali di rilievo, secondo la ricostruzione degli inquirenti, c’era Francesco Caponera, alias Cicciu ”u niuru”, genero di Carmelo Barbaro, esponente di spicco del clan, oggi detenuto in regime di 41 bis. Il suo era un ruolo di raccordo tra il nuovo vertice criminale della cosca ed il braccio operativo. In particolare il suo ruolo era quello di gestire canali di approvvigionamento economico del clan, anche grazie al blasone criminale del suocero detenuto, del quale aveva raccolto l’eredità.

    20 PELLICANO' FRANCESCO 5.3.54Altro elemento cardine del clan era il noto biologo Francesco Pellicano, Primario del Reparto di Analisi dell’Ospedale di Polistena, dove nel giugno del 2009, era stato catturato, in stato di ricovero, il pericoloso latitante del mandamento ionico Antonio Pelle, alias Gambazza. Secondo la ricostruzione degli inquirenti il medico sfruttava le proprie funzioni e la sua collocazione sociale, mettendosi ”costantemente” a disposizione della cosca per qualsivoglia necessità. Insieme al fratello Giovanni, gestiva per conto della cosca i rapporti con le altre ‘ndrine della provincia. Il loro era un ruolo di vero e proprio raccordo. In particolare gli interessi del clan andavano ad incrociarsi con quelli della cosca dei Pelle – Giorgi, specificamente, almeno stando alla ricostruzione degli inquirenti, nel comune interesse finalizzato alle infiltrazioni nel mondo politico. Un rapporto, quello gestito dall’intermediazione dei fratelli Pellicano, che si concretizzava anche con la decisione di appoggiare elettoralmente il candidato Nino De Gaetano, eletto nel 2010 in Consiglio Regionale.

    malaragiovanniAltro nucleo del sodalizio criminale era costituito dal ”il ragioniere” Giovanni Malara e i suoi quattro figli Antonio Marco, Domenico, Paolo e Sergio. A loro era demandato il compito di ”mediatori” durante gli incontri tra i capi del clan. Erano loro a gestire il banco dei meloni, il luogo d’incontro dove i sodali, chiusi all’interno della cella frigorifera per evitare di essere intercettati, decidevano le strategie della cosca. Secondo gli investigatori, la famiglia Malara si prodigava per favorire gli appuntamenti dei capi cosca, custodendo i telefoni cellulari durante gli incontri e distribuendo imbasciate e pizzini. Incontri ai quali, secondo la documentazione raccolta dalla Squadra Mobile di Reggio, era spesso presente anche Stefano Costantino, cognato del pluripregiudicato Paolo Polimeni.

    Terminale operativo e decisionale della cosca nella gestione di diversi esercizi commerciali disseminati su tutto il territorio reggino era Eugenio Tiara, altro presunto  sodale del clan, anche lui spesso impegnato nell’inviare “imbasciate” destinate a Michele Crudo e Carmine Polimeni, generi entrambi detenuti del boss Giovanni Tegano.

    zappiavincenzinoVincenzino Zappia era invece il braccio armato della cosca. Già condannato per associazione mafiosa nell’ambito del processo “Olimpia”, personaggio dalla elevata caratura criminale, è considerato il killer delle cosche De Stefano e Tegano, scampato alla morte più volte nel corso della seconda guerra di mafia, alla quale aveva preso parte nelle file dei destefaniani, costituendo un gruppo di fuoco, entrato in conflitto sia con le forze dell’ordine che con i componenti delle altre cosche.

    Insieme a Zappia, secondo la ricostruzione degli inquirenti operava anche Andrea Giungo, altro soggetto di spessore del clan. Anche lui si recava agli appuntamenti per ricevere le direttive dal vertice della cosca, ai quali partecipava con l’accortezza di lasciare i telefoni cellulari a qualcuno durante le conversazioni, e gestendo direttamente le attività del clan.

    saracenodomenicoA chiudere il cerchio c’era l’attività di Domenico Paolo Saraceno, classe 45, anche lui conosciuto come ”u ragionieri”, descritto nel Decreto di fermo come il capo indiscusso della famiglia ”satellite” Polimeni – Saraceno. Insieme alla moglie al cognato Domenico Polimeni e a suo fratello Paolo Polimeni, conosciuto negli ambienti criminali come ”Lucifero”, gestiva l’esercizio commerciale ”Il Mercatone della Frutta 2”, altro negozio nelle disponibilità della cosca, proprio nel cuore del quartiere di Archi. Tra i fermati anche suo genero Francesco Marino, il quale, secondo la ricostruzione degli inquirenti forniva supporto logistico a Carmine Polimeni e a Michele Crudo,  per favorire la realizzazione di incontri di natura riservata.

    I FIANCHEGGIATORI

    Nella ricostruzione degli investigatori il loro era un ruolo certamente marginale ma non meno importante nella rete di protezione del boss latitante Giovanni Tegano. ”Pur non inseriti stabilmente nella struttura organizzativa visibile dell’associazione di tipo mafioso”, si occupavano dell’ ”immediata disponibilità, per il conseguimento delle finalità dell’associazione, di armi e materie esplodenti anche occultate o tenute in luogo di deposito”. E’ con queste accuse che sono finiti nella rete degli investigatori le donne ai margini del clan Silvana e Vincenza Marra, Antonia Rappoccio, Giuseppina Richichi, insieme con Antonio Richichi e Giuseppe Surace.

    LA VIVANDIERA

    Esclusivamente dedicato alle necessità logistiche della latitanza del boss Giovanni Tegano era invece il ruolo di Giuseppa Serafino. A lei gli investigatori imputano, in concorso con soggetti ”ancora non compiutamente identificati”, di aver aiutato il boss a sottrarsi alle ricerche, assistendolo ”moralmente e materialmente”, ”con la messa a disposizione di quanto necessario alla protrazione dello stato di latitanza ed alla creazione di una rete di supporto e di tutela, nonché aiuto logistico consistito nella fornitura di viveri e generi di prima necessità”.