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    Biondo Santo

    Ansaldo Breda, Biondo (Uil): cessione no, partner sì

    di Mario Meliadò – Santo Biondo, segretario regionale della Uil, “arriva” dalle ex-Omeca e dalla leadership calabrese nella Uilm, il sindacato di categoria dei metalmeccanici. Come vedrebbe la cessione globale di Ansaldo Breda ai cinesi? (LEGGI QUI)

    «Bisogna premettere che non c’è affatto chiarezza sulla portata dell’offerta dell’United Mechanical & Electrical, né tantomeno sui contorni del relativo piano industriale. Del resto, le stesse voci di corridoio e gli stessi entusiasmi li abbiamo registrati, nel corso delle settimane e dei mesi scorsi, verso la proposta Hitachi. Dopodiché…»

    Che fa, Biondo, storce il muso? Certo, si dice che i lavoratori dello stabilimento di Torrelupo, ma se è per questo anche dei siti di Napoli e Pistoia, vedano l’ipotesi-dismissione come fumo negli occhi…

    «No, un attimo. L’oltranzismo, a noi, non è mai piaciuto. Sono altri, in caso, i rappresentanti dei lavoratori che pensano sia meglio respingere al mittente ogni collaborazione, ogni progetto in comune con altre aziende o altri gruppi privati… Ma iniziamo col dire questo: fin qui, non c’è niente d’ufficiale. Ai lavoratori non è mai giunto nulla circa le trattative per la vendita di Ansaldo Breda ai giapponesi né ai cinesi; mai le parti sociali hanno avuto il piacere di visionare i relativi piani industriali. Diciamo che i rapporti sindacali con l’azienda, anche dopo l’arrivo di Mauro Moretti ai vertici di Finmeccanica, restano di chiusura pressoché assoluta».

    …Dopodiché?

    «Se poi entriamo nel merito, dico che la Uil è contraria alla cessione “secca” di Ansaldo Breda o a maggior ragione, come si va dicendo in giro, di tutta Finmeccanica. Punto primo: il ferroviario è strategico su scala almeno continentale, non credo proprio che l’Italia possa permettersi d’abbandonare un comparto talmente cruciale. Seconda questione: esistono alcune aziende che non solo non vanno cedute, ma vanno nazionalizzate, nel senso che la proprietà va trasferita integralmente allo Stato centrale proprio per la strategicità degli scopi perseguiti; personalmente, credo che l’Ansaldo sia senz’altro tra queste e che probabilmente vi rientri la stessa holding Finmeccanica».

    Se la risposta finisse qui, sarebbe comunque una porta in faccia a quel pezzo di Far East che s’interessa di noi…

    «In effetti, secondo la Uil bisogna andare oltre. Crediamo che l’Ansaldo debba restare italiana in termini di proprietà, ma se vogliamo anche di “quartier generale” e d’indirizzi di fondo. Tutto vero. Però l’azienda ha sicuramente bisogno di un’importante partnership sotto il profilo finanziario, di prodotto e relativo know-how, ma pure allo scopo di sondare potenziali nuovi mercati, aprendosi a ulteriori interessantissime commesse. Tra l’altro, riguardo alla dotazione economica la difficoltà è lampante: senza soldi non si canta messa. E se non possiamo certo fermare la produzione, bisogna aggiungere che in atto gli investimenti pubblici non possono sicuramente bastare. Ma vorrei dire un’ultima cosa: non bisogna comunque essere miopi».

    Cioè?

    «Sarebbe un’imperdonabile errore sottovalutare la grave situazione debitoria dell’Ansaldo. E i debiti (per ripianare quelli pregressi è servito un miliardo e mezzo di euro negli ultimi dieci anni, ndc) non si generano da soli, ma sono sempre frutto di politiche sbagliate. Il partenariato quindi non basta: bisogna in qualche modo “rifondare” l’azienda. E non certo partendo dai lavoratori, ma cambiando il gruppo dirigente che ha provocato un cratere finanziario in un’azienda produttiva e che può vantare maestranze qualificatissime».