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Processo Virus: il pg Rizzo chiede 14 condanne per gli Alvaro

9 Ottobre 2014
in CITTA, Reggio Calabria
Tempo di lettura: 3 minuti
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tribunale giustizia

di Angela Panzera –  Condannare tutti i 14 imputati. Lo ha richiesto ieri il sostituto procuratore reggino Fulvio Rizzo durante la propria requisitoria svolta dinnanzi ai giudici della Corte d’Appello presieduta da Bruno Finocchiario. Alla sbarra ci sono infatti presunti boss e gregari della cosca Alvaro di Sinopoli coinvolti nell’inchiesta denominata “Virus”. Questo processo di secondo grado deriva dalla sentenza della sesta sezione della Corte di Cassazione che il 15 febbraio del 2013 aveva annullato con rinvio, limitatamente ai reati di associazione mafiosa e favoreggiamento, la decisione di un’altra Corte d’Appello. I giudici di piazza Castello nell’aprile del 2011 infatti, avevano punito con condanne severe gli imputati. Quella sentenza aveva accertato una sorta di prosecuzione delinquenziale della cosca Alvaro anche negli anni successivi all’operazione “Pri – ma”, con cui era stata decimata la ’ndrina capeggiata da Carmine Alvaro.  L’inchiesta “Virus” condotta dalla Dda reggina, in particolare dal pm Roberto di Palma, era nata nell’ambito delle ricerche del superlatitante, boss di Sinopoli. Per lui ieri il pg ha chiesto la condanna a 4 anni di carcere da infliggere in continuazione con la sentenza disposta dalla Corte d’Appello reggina il 18 novembre del 2002. Il 60enne capoclan, difeso dai legali Attinà e Managò, era stata scarcerato nel febbraio 2003 per decorrenza termini dalla Corte di Cassazione e dopo il passaggio in giudicato della sentenza di condanna a 12 anni di reclusione, si era reso latitante. Il business del riciclaggio dei dinari croati sull’asse Reggio-Sinopoli si sarebbe esaurito con il suo arresto, avvenuto nel luglio 2005 nelle campagne di Melicuccà quando i segugi della Squadra Mobile della Questura di Reggio lo scovarono in un bunker sotterraneo. Processato in “Virus”, Carmine Alvaro è stato condannato sia in primo grado che in Appello. Una decisione che la Corte di Cassazione ha annullato nel febbraio 2013 disponendo un nuovo procedimento dinnanzi ad una diversa sezione della Corte di Appello di Reggio per cui ieri il pg Rizzo ha chiesto la condanna. Per l’accusa inoltre, va condannato a 4 anni e 4 mesi di carcere Stefano Alvaro, figlio di Carmine. 6 anni e 8 mesi e 6 mila euro di multa il pg li ha invocati per Rocco Salerno, Nicola e Paolo Alvaro e per Antonio Dalmato. Sette anni e 4 mesi e 8 mila euro di multa sono stati chiesti dall’accusa per Giuseppe Alvaro mentre Antonio Felice Romeo la condanna richiesta ammonta a 4 anni e 8mesi di carcere più 5 mila euro di multa. Il pg Rizzo ha inoltre chiesto alla Corte la condanna a 3 anni di carcere per Maurizio Grillone, a 3 anni e 600 euro di multa per Francesco Dalmato. 2 anni e 400 euro di multa per Domenico Alvaro, 2 anni e 800 euro di multa per Rocco Caruso mentre per Francesco Borruto è stata chiesta la condanna a 1 anno e 4 mesi di carcere più 533 euro di multa. Il processo è stato aggiornato al 29 ottobre, giorno dedicato al proseguimento degli interventi difensivi mentre la sentenza è attesa per il 26 novembre. Solo per alcune posizioni il pg Rizzo ha chiesto una parziale riforma della precedente sentenza dell’Appello,  per molti ha chiesto che vengano nuovamente comminate le pene del secondo grado. Fin dal principio questo processo ha rappresentato un fiore all’occhiello per la Procura Antimafia reggina. Il procedimento “Virus” scaturisce da un’imponente operazione congiunta tra Polizia e Carabinieri che, nel febbraio 2009, portò all’arresto di dodici persone. L’attività di indagine svolta dagli inquirenti nacque e si dipanò dalla cattura di  “Cupertuni”, ma riguardò anche gli ingenti flussi di denaro gestiti illecitamente dalla ‘ndrina. La cosca Alvaro inoltre, è tra le più in vista della ‘ndrangheta reggina: avrebbe giocato anche un ruolo fondamentale nella riappacificazione delle famiglie di Reggio Calabria lacerate dalla seconda guerra di mafia durata in città dal 1985 al 1991. Secondo l’indagine la famiglia Alvaro avrebbe allacciato rapporti con il clan Tegano di Reggio Calabria, in particolare con il reggente della famiglia, Paolo Schimizzi, scomparso per un probabile caso di lupara bianca.

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