di Stefano Perri –
I codici, gli strumenti, il linguaggio criptato del clan Jerinò, sulla rotta del narcotraffico internazionale dal Sud America all’Italia, passando per Portogallo e Olanda.
”C’è una fidanzata che vuole venire su”. Parlavano di ”fidanzata” i sodali del clan Jerinò, la cosca di ‘ndrangheta dedita al traffico internazionale di stupefacenti sgominata oggi con i 7 provvedimenti di fermo eseguiti nell’ambito dell’operazione Ulivo 99 condotta dalla DDA di Reggio Calabria.
Quella che i malviventi definivano ”fidanzata” in realtà era il carico di droga proveniente dal Sud America, che tutto il gruppo attendeva con ansia, comunicando freneticamente, attraverso un suo codice interno, per predisporre tutte le fasi organizzative.
”La macchina l’hanno cambiata.. perché l’altra si è rotta”. In questo caso il riferimento era alla nave che avrebbe dovuto trasportare il carico. Il traffico si avvaleva infatti di una serie di appoggi da parte di imprenditori che operavano nel campo del commercio di legnami. La cocaina veniva abilmente occultata nella parte interna di fascioni di parquet o addirittura sciolta e colata all’interno di lamine di legno all’interno delle quali si essiccava nuovamente.
I meccanismi per sfuggire ai controlli operati dalla Forze dell’Ordine erano diversi. E nonostante ciò i malviventi temevano di far arrivare la droga direttamente in Italia attraverso il porto di Gioia Tauro, considerato un passaggio non sicuro soprattutto per via della rotta da percorrere attraverso lo Stretto di Gibilterra e il Mediterraneo. Le rotte seguivano quindi la direttrice atlantica. I container giungevano, attraverso il Portogallo, dove sostavano anche per diversi mesi, direttamente al porto di Rotterdam in Olanda, dal quale poi venivano smistati verso il Nord Italia.
Nulla era lasciato al caso. La banda comunicava al suo interno attraverso i mezzi più disparati. Il principale era sempre il classico metodo delle schede telefoniche internazionali, intestate ad ignari cittadini di varie nazionalità. Si utilizzavano anche le email, con linguaggio in codice, ma per le comunicazioni più importanti i membri del clan erano pronti a percorrere anche 40 o 50 chilometri cercando una cabina telefonica sicura dalla quale comunicare. Addirittura in alcuni casi si affrontavano viaggi intercontinentali pur di comunicare in sicurezza sulla compravendita o sulla logistica dei carichi da far arrivare in Europa. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti il clan godeva comunque di un’alta credibilità sul piano internazionale: come quasi tutte le cosche calabresi trattava alla pari con i cartelli sudamericani della cocaina, senza mai la necessità di pagare in anticipo o di lasciare un uomo ”in ostaggio” a garanzia del pagamento.





