di Angela Panzera – Il gip concorda con la Dda: c’è l’evidenza della prova. Fissato il processo per il 4 dicembre dinnanzi al Tribunale Collegiale di Reggio Calabria nei confronti del presunto boss Carmelo Iamonte e dei presunti affiliati alla cosca di Melito Porto Salvo ossia Giampaolo Chilà, classe 1978, Bartolo Verduci classe 1986, e Francesco Verduci, classe 1988. Il gip reggino Cinzia Barillà, accogliendo la richiesta avanzata dai pm Antonio De Bernardo e Luca Miceli, ha infatti disposto il rito immediato per i quattro finiti in manette nell’operazione “Replica”. Iamonte e Bartolo Verduci sono difesi dall’avvocato Puntorieri, Chilà dall’avvocato Alati, e Francesco Verduci, alias “Penna bianca”, dai legali Abbate e Modafferi. I Carabinieri reggini eseguirono in due diverse tranche due fermi emessi dalla Procura antimafia; il primo venne eseguito il 16 luglio e spedì in cella Iamonte e Chilà, mentre i due cugini Verduci finirono in manette il 20 luglio. Adesso gli imputati potranno scegliere se presentarsi dinnanzi ai giudici del Tribunale o eventualmente chiedere di essere giudicati con il rito abbreviato. Elemento fondamentale per l’accusa sono le dichiarazioni del pentito Giuseppe Ambrogio che dopo essere stato arrestato nell’operazione “Ada” ha deciso di collaborare con gli inquirenti. Già con il suo narrato la Dda ha messo in segno un’altra operazione di polizia giudiziaria denominata “Sipario” che con quella precedente ha letteralmente decapitato la cosca Iamonte. Le ulteriori dichiarazioni di Ambrogio, fino a luglio rimaste omissate nei numerosi verbali, la Dda le ha incrociate con alcune intercettazioni ambientali. Un mix che ha permesso all’accusa di far spalancare nuovamente le porte del carcere al presunto mammasantissima di Melito e dintorni. Per Carmelo Iamonte, la contestazione è ancora quella di associazione per delinquere di stampo mafioso; reato questo che lo aveva visto già finire nel mirino degli inquirenti all’epoca dell’operazione “Rose Rosse” e in “Ramo spezzato”. Iamonte, secondo l’Antimafia, dopo aver scontato l’ultima condanna avrebbe continuato a mantenere la leadership del sodalizio mafioso, soprattutto dopo il maxi blitz di “Crimine” che ha mandato in carcere il fratello Remingo- condannato in Appello a 9 anni di carcere, e dopo quella “Ada” che azzerato la ‘ndrina. Di lui così ne parla il collaboratore Ambrogio nel colloquio del 23 marzo del 2013 avvenuto con l’autorità giudiziaria. Pm: “questo anche dopo l’operazione Crimine?”. Ambrogio: “Sì…un mese fa un affiliato, Antonio Meduri, mi diceva che dovrebbe uscire il signore Carmelo e almeno così si poteva sistemare dicono loro la società perchè come vi dicevo prima c’erano sbandamenti,ognuno stava per i fatti suoi diciamo[…]”. Pm: “quindi diciamo fino a un mese prima dell’operazione Ada era considerato uno dei capi Carmelo?”. Ambrogio: “sì sempre, pure dal carcere…pure quando era al carcere tutti lo nominavano con le ripeto voglio dire,sia a livello di locale che sia a livello di provincia,di montagna…era molto più alto di tutti i fratelli”.




