di Domenico Grillone –
Alla Provincia corso di formazione per volontari penitenziari ”Da esclusi a cittadini” promosso dal Csv in collaborazione con la Conferenza regionale volontariato Giustizia, la Caritas diocesana, il Seac e le Direzioni delle Case circondariali della provincia di Reggio.
Cambia il Volontariato. E ancor di più dentro le cinque strutture carcerarie della provincia reggina. Da quello tradizionale di tipo consolatorio ad un volontariato “promozionale”, un impegno assieme alle altre figure presenti nell’istituto per favorire percorsi di cambiamento delle persone detenute. E’ quello che è emerso durante la presentazione del Corso di formazione per volontari penitenziari, “Da esclusi a cittadini”, promosso dal CSV (Centro Servizi al Volontariato Dei Due Mari, di concerto con la Conferenza regionale volontariato Giustizia, la Caritas diocesana, il Seac e le Direzioni delle Case circondariali della provincia di Reggio. Il corso di formazione, presentato al salone della Provincia da Mario Nasone, presidente del CSV, nasce da una richiesta della Caritas diocesana e dalle varie direzioni penitenziarie della provincia.
“Ci hanno chiesto due azioni: la prima di promozione e coinvolgimento di nuovi volontari ma anche la riqualificazione nei confronti di quelli che già operano”. In particolare, come dice il presidente del CSV, si tratta di una quarantina di persone che operano nei cinque istituti penitenziari della provincia. “E’ un ruolo importante quello del volontario – spiega Nasone riferendosi alla relazione con la persona detenuta – un rapporto personale che si traduce in un sostegno, accompagnamento. Al volontario non vengono certo chieste le funzioni che già svolgono egregiamente gli operatori penitenziari e gli educatori, si tratta di un rapporto che riguarda più la sfera della dimensione morale, assistenziale e delle relazioni umane. Perché il detenuto vive ovviamente una situazione di disagio, disorientamento. Diversi di loro non hanno rapporti con le famiglie, spesso perché si trovano lontane”. Quello che dovrebbe cambiare, secondo Nasone, è il tipo di presenza del volontariato, al momento soprattutto di tipo umanitario. “Serve un volontariato penitenziario più moderno rispetto al passato. Aiutiamo le persone a guardarsi dentro affinché riflettano sulle proprie scelte, e tutto questo con varie iniziative come i gruppi di lettura, attività ricreative, laboratori. Varie esperienze che aiutano a migliorare se stessi. E poi il dopo, quando escono dal carcere, il momento in cui hanno ancor più bisogno di punti di riferimento. Perché il problema grave è quello della recidiva”. E punto di riferimento importante è la famiglia. “ C’è bisogno di spingere di più riguardo l’accompagnamento nella comunità, ma anche il rapporto con la famiglia ha un ruolo strategico perché per tutti i detenuti la famiglia rappresenta uno dei valori di riferimento importanti. Quindi, facilitare questo rapporto aiuta il progetto complessivo”. Per Maria Carmela Longo, direttore della Casa circondariale di Reggio Calabria, quello del volontariato è un contributo fondamentale, previsto dall’Ordinamento penitenziario. “E’ un mandato che la legge conferisce alle persone portatori di valori sani, di principi, di modelli di riferimento – spiega la direttrice – per contribuire ad un opera di rieducazione che non fa solo capo alla Stato ma di chiunque abbia motivazioni ed interesse affinché ciò avvenga”. E sul cambio di passo del volontariato, Maria Carmela Longo non ha dubbi. “Si, adesso si guarda ad un volontariato moderno, organizzato, che propone un modello educativo fatto di contenuti e di percorsi anche a lungo termine”. Ad intervenire in rappresentanza del presidente della Provincia, Giuseppe Raffa, è stata la Consigliera di parità Daniela De Blasio, pronta a sottolineare innanzitutto la forza del volontariato, non più prerogativa dei tanti anziani che lasciano il lavoro e si dedicano per una propria necessità a questo tipo d’impegno sociale. “Adesso sono i giovani ad avvicinarsi e sono in tanti che si dedicano a questo tipo di impegno. E nel carcere, in particolare, è un tipo di volontariato diverso, perché in questo luogo di detenzione alberga una sofferenza del singolo e dell’insieme. Ed allora credo sia giusto sostenere e ringraziare il volontariato per tutte queste azioni positive”. L’intervento di mons. Antonino Iachino su “Come la povertà del carcere interpella la comunità cristiana?” è stata netta. “Stanno in carcere – dice Monsignore riferendosi ai carcerati – per essere aiutati a recuperare la loro dignità, a recuperare anche l’orientamento della propria vita e a reinserirsi nella società civile. E la Chiesa deve dare una mano, proprio per questo passaggio, dal carcere alla società civile. Riteniamo sia uno dei doveri fondamentali della Chiesa”. Parole di speranza sono venute anche da parte del magistrato Stefano Musolino, fiducioso sul fatto che sia possibile uscire dalle mafie e dalla devianza, tema del suo intervento. Ma ad un patto. “Credo sia possibile se c’è una voglia di cambiare gli stili, i modi prima di tutto culturali, con cui siamo stati abituati ad approcciare le cose. Se c’è la voglia di fare una rivoluzione che prima di tutto sia culturale, che riguarda le nostre modalità relazionali, le nostre ambizioni, desideri. Solo così credo si possa veramente uscire da queste strutture che sono di sopraffazione e che soffocano la dimensione sociale e quella economica”.





