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    Attesa della Pasqua: "Alzati e cammina! C’è una vita che risorge!"

    Polsi, festa della Madonna: l’omelia di monsignor Francesco Oliva

    “Carissimi fratelli e sorelle, Desidero esprimere il mio saluto a tutti voi qui presenti in questa solenne celebrazione nella Messa in onore della B.V. Maria del Divin Pastore”. Inizia così l’omelia tanto attesa monsignor Francesco Oliva, vescovo di Locri, da noi riportata integralmente.

    “Con voi intendo salutare i tanti devoti che in questi giorni si sono soffermati in questo bel Santuario. Mi sono chiesto in questi giorni: perché tanti vengono in questo santuario attraverso un percorso anche rischioso e tanto disagevole? La risposta è riposta nel cuore di ciascuno. Ho potuto notare però che tanti si sono accostati alla penitenza, ricevendo il perdono di Dio. E come se ci fosse un bisogno di conversione, di riconciliazione e di perdono e qui ci fossero le condizioni per soddisfarlo. Qui a Polsi, un luogo affascinante, incastonato tra le montagne, ove si respira anche un senso di solitudine e di lontananza dai rumori ed agitazione della vita moderna. Qui, a Polsi, in questo Santuario della Madonna della Montagna, Madre del Divin Pastore. Questo è un santuario, un luogo di incontro con il Signore, ove si esprime una fede “popolare”, semplice e spontanea. Qui si può incontrare Dio nella profondità del proprio cuore. Lo possono anche gli uomini, che frequentano poco le nostre parrocchie. La festa della Madonna di Polsi è ed è stato luogo di pentimento per tanti. Solo il Signore conosce la ricchezza di grazie qui dispensate. Solo Lui sa quanti si sono ravveduti dalla loro cattiva condotta. E’ vero: non tutti poi hanno saputo perseverare nella grazia di Dio. E c’è anche chi dice: ma a che serve confessarsi se poi si ricade di nuovo in peccato. Gesù sapeva questo, conosceva la fragilità dell’uomo, di ogni uomo, di tutti gli uomini. Ha voluto consegnarci questo sacramento, per avere una chance in più, un’opportunità di ravvedimento. Ad esso ricorre chi riconosce di essere malato e vuol tornare a star bene e recuperare le energie interiori, per ricominciare e riprendere il cammino, interiormente alleggerito e rinnovato.
    Dobbiamo riconoscere che il rinnovamento della società passa attraverso il rinnovamento interiore della persona. Se stanno bene l’uomo e la donna sta bene la società. Curare la persona è perciò curare la società. Il benessere si recupera attraverso il pentimento e il perdono. Ma dobbiamo dare a ciascuno il tempo del ravvedimento. Solo l’uomo che prende coscienza dei propri peccati e ritrova la gioia del perdono è capace di riprendere il cammino della vita. Una società senza perdono è una società senza amore. Una società che condanna, ma non dà alcuna possibilità di ravvedimento, è una società senza cuore. Sappiamo che senza amore non si vive. Solo col perdono si ritrova la forza di ricominciare. Quel perdono che il Signore concede, perché ha fiducia nell’uomo. Lui solo è capace di perdono, di rimettere le colpe. Sappiamo fidarci di Lui come Lui ha fiducia in noi. Egli ci ha guadagnato il perdono con la morte del suo Figlio in croce. Un perdono a caro prezzo.
    Un significato particolare riveste la presenza della croce in questo nostro Santuario: Maria e la croce camminano insieme. Maria ha seguito suo figlio sulla via del calvario, partecipando alle sue sofferenze. Sul calvario ci è stata consegnata come madre dal suo stesso Figlio: “Donna, ecco tuo il tuo Figlio”. In Giovanni era presente l’umanità intera. E’ divenuta così la nostra madre: “Ecco la tua madre”. E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa.
    Una madre che ci è stata affidata, una madre che ci è stata donata. La madre è segno di un amore che non tradisce, che non viene mai meno. Maria, madre di Dio e madre nostra, accompagna il cammino dei tuoi figli. Non abbandonarci nei pericoli. Rendi feconda la nostra terra ed allontana da noi ogni forma di sterilità. La sterilità che fa perdere il gusto della famiglia. La sterilità che ci chiude in noi stessi ed inaridisce il nostro cuore, che rende i nostri rapporti sempre più freddi ed interessati. La sterilità che porta a chiudere i nostri occhi, in modo da non vedere il bisogno del fratello, che tura le nostre orecchie in modo da non sentire il grido del sofferente, che cuce la nostra bocca e ci impedisce di dare una parola di speranza, di denunciare il male che ci circonda. La sterilità che ostacola ogni forma di cooperazione nella creazione di nuovi posti di lavoro. La sterilità che toglie ogni creatività e fantasia operativa ai giovani delle nostre contrade.
    Chiediamo a Maria, nostra madre: è possibile ancora amare in questa nostra terra tanto spesso bagnata di sangue? E’ possibile continuare a sperare quando la realtà di ogni giorno nega i sogni di felicità dell’uomo e ogni progetto di vita?
    Nelle periferie, nelle regioni meridionali, nella nostra terra di Calabria, nella Locride, in questi nostri piccoli centri aspromontani, tutto appare più difficile: strappare la vita, migliorare di poco le condizioni di vita, cambiare le cose. L’attenzione generale sembra rivolta altrove, laddove si giocano gli interessi del potere economico e politico, laddove la politica ha i suoi maggiori interessi. Chi si trova nelle periferie sembra essere escluso dal gioco. Di noi si parla solo in negativo e questo condiziona gravemente il nostro sviluppo. Chiediamo alla Madre di liberarci da quell’immagine negativa che si formata su di noi nell’opinione generale.
    Maria, fa emergere quanto di bello c’è in noi, il nostro spirito di sacrificio, la semplicità e l’amore alla nostra radici, la caparbietà di fronte alle difficoltà, la bellezza della nostra terra.
    Maria, aiutaci a non cadere nella rassegnazione e nel vittimismo. Sarebbe uno scacco lasciarsi cadere nello scoraggiamento. Quando la croce è pesante Gesù non si tira indietro e la porta al Calvario. Quando la croce sembra schiacciarlo e cadere sotto di essa vi è un cireneo che lo aiuta a continuare.
    Consideriamo, fratelli e sorelle, che Cristo è morto su quella croce, ma non vi è rimasto per sempre. Passando attraverso quella morte è risorto a vita nuova. E la croce è divenuta vessillo di vita, di vittoria, una croce che libera da ogni dipendenza, da quelle dipendenze che sembrano indicare vie facili di guadagno, anche se causano morte. Una croce, che vuole liberare dalla dipendenza della droga e dalla sua commercializzazione, che purtroppo diventa man mano sempre più coinvolgente facendosi strada la convinzione che attraverso questo mercato della morte si possa ottenere un più facile guadagno. Una croce che vuole liberare dalla dipendenza dal gioco d’azzardo, che porta a credere che giocare ti fa vincere e ti cambia la vita. Non è affatto così. E’ pura illusione. Vinci solo quello che non giochi e che riesci a guadagnare col sudore della tua fronte. Una cosa è certa: ogni dipendenza crea illusione e morte, togliendoti quella libertà interiore che ti fa essere te stesso.
    Vorrei dire ai giovani, qui presenti, non siete “anime morte”, non comportatevi da “anime morte”, quelle di cui parla il film di Francesco Munzi, tratto dal libro di Gioacchino Criaco, film presentato proprio in questi giorni al Festival di Venezia. Un film nel quale compaiono tanti personaggi reali, scelti tra la nostra gente. Tra questi, un giovane, di nome Giuseppe Fumo, che lancia un monito degno di attenzione: “In Calabria non c’è lavoro, ma non fate scelte sbagliate; non legatevi con le ‘ndrine”. Una cosa del genere vi renderebbe ancora più schiavi, rubandovi la pace e la gioia di vivere.
    “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò suo Figlio, nato da donna nato sotto la legge”. Con queste parole, San Paolo ci presenta la grandezza di Maria ed il suo ruolo di “donna” nel piano di salvezza. Dio entra nella storia umana grazie a questa donna, che l’ha accolto, accompagnato, amato ed educato al rispetto della legge. Una grande donna che ha esaltato il genio femminile.
    Alle tante donne devote di Maria qui presenti dico: guardate Maria, donna semplice e fedele, affidate a Lei le sorti della vostra famiglia, ma non piegatevi alle comodità e facilità della vita, alla ricerca di un benessere materiale, privo di slanci ideali. Non distogliete lo sguardo dai vostri figli, di notte e di giorno. Mia nonna diceva: meglio poveri che marcire nella disonesta ricchezza.
    Carissimi,
    Maria Madre del Divin Pastore ci ha accompagnato in questi giorni. A lei abbiamo consegnato le nostre ansie e preoccupazioni, quelle che nascono dall’incertezza del domani, dalla mancanza di lavoro, dalle divisioni familiari, dallo spirito di vendetta che non perdona. Qui siamo venuti per invocare “la tenerezza materna” di Dio. Qui vogliamo sottoporci allo sguardo amorevole di Maria. Attraverso di lei incontrare il volto misericordioso di Dio, vincere i nostri dubbi. I dubbi che ci affliggono quando le cose vanno diversamente da come vorremmo. Quando nella malattia, nella perdita del lavoro, in tanti altri momenti che, come una notte oscura, segnano la nostra vita, ci viene voglia di gridare con il profeta Isaia: “Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato”.
    La Parola di Dio ci ha rinfrancato: “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io non ti dimenticherò mai”.
    Che bello sentirci dire dal Signore: “Ti ho disegnato sulle palme delle mie mani”. Pensate: i nostri nomi sono disegnati “sulle palme delle mani di Dio”! Siamo importanti ai suoi occhi. Non siamo figli del caso. Abbiamo una dignità qualunque sia la nostra condizione umana. Una dignità che nessuno ci può mai togliere.
    Carissimi,
    un’ultima cosa desidero chiedere a Maria: che non venga meno la speranza nei giovani della nostra terra, che nessuno tolga loro il diritto di sognare. Sognare un futuro ed una vita fatta di relazioni più belle. Che nessuno cada nelle mani di gente senza scrupoli, che nessuno approfitti della loro innocenza e sincerità. Che non nessuno finisca nella spirale della droga e dell’illegalità.
    La società è una comunità ben compaginata ed organizzata. In una sinergia delle forze e delle risorse più sane è possibile dara speranza alla nostra terra. Vedo in tutti, nelle autorità civili e militari, la volontà di offrire il proprio contributo positivo nello sviluppo del territorio. Colgo l’occasione per esprimere la mia gratitudine per la loro presenza e per il servizio d’ordine prestato con tanta professionalità e puntualità. Quest’anno poi per le avverse condizioni climatiche vi è stato chiesto un supplemento di impegno in più.
    A Maria affidiamo la nostra vita ed il nostro futuro, le nostre comunità, gli ammalati, le famiglie, i ragazzi ed i giovani. Nelle sue mani la nostra vita. Amen”.

    + Francesco
    Vescovo di Locri-Gerace