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    da sinistra Bombino, Criaco, Munzi, Ferracane, Rubbettino

    Catanzaro, prima nazionale del film “Anime Nere”, da giovedì al cinema.

    di Clara Varano

    Criaco: “Se con questo film salveremo anche solo uno di quei ragazzi, avrò raggiunto il mio obiettivo”

    Si prepara alla sfida Oscar, “Anime Nere” di Munzi, film prevalentemente girato in Calabria e che racconta la storia dilaniante di una famiglia di ‘ndrangheta devastata dai lutti, le cui donne, non smettono mai il vestito nero. Nero come quelle Anime protagoniste di un libro, portate in scena in un film, che è destinato più di quanto già non abbia fatto, a far parlare di sé.

    Criaco durante la proiezione del film
    Criaco durante la proiezione del film

    Il libro è quello di Gioacchino Criaco, il film, liberamente tratto, è quello di Francesco Munzi. Una storia dalle tinte fosche, che ha come protagoniste le contraddizioni di una terra “maledetta”. Una terra tanto bella, quanto amara. Non c’è traccia di esagerazione cinematografica. Non c’è traccia di bugia. La storia dei Carbone è quella che tante e tante volte i “paesini” della Calabria hanno vissuto: lacrime e sangue, con un finale diverso da quello dei soliti, banali film. Un “Lieto Fine”, così lo definisce il regista, vero, reale, che assume un significato differente. Un lieto fine che non rende immorale una storia e i suoi protoganisti protagonisti trasformandoli in vincitori del nulla, vincitori solo per un’opinione pubblica, troppo brava a mitizzare chi in realtà può fare una sola fine, o al 41 bis, o sotto terra, morto ammazzato. Perché i boss di mafia, di ‘ndrangheta, gli uomini di ‘ndrangheta “possono fare solo quella fine, non ce n’è un’altra”.

    Acclamato al festival di Venezia, 13 minuti di applausi ininterrotti. Vincitore di numerosi premi della critica, “Anime Nere” e il suo regista non hanno nulla da rimpiangere relativamente all’esperienza sul red carpet veneziano, e parlando della Biennale è lo stesso Munzi a chiarirlo. “Nessuna delusione, per noi, viste lo problematiche che abbiamo riscontrato durante le riprese del film che mettevano in discussione la sua realizzazione, già la chiusura della pellicola è stata un successo. E’ stato un premio gigantesco finirlo – ha continuato il regista -, essere selezionati, poi, per la finale della Biennale tra 3.500 altri lavori possiamo definirla una grossa soddisfazione. La mancata vittoria, quindi è un piccolo screzio all’interno di una felicità immensa”.

    Il film, proiettato questa mattina per la stampa presso il cinema “The Space”, è stato presentato, nel corso di una conferenza stampa, oggi pomeriggio, dal regista e dall’autore del libro, Gioacchino Criaco. “Il motivo per cui ho scelto Munzi per la realizzazione del film sul mio libro è che sono stato folgorato dalla sua persona- ha sottolineato Criaco -. Le offerte sono state tantissime, ma solo una persona come Francesco Munzi poteva realizzare questo film, per la libertà mentale che possiede e che gli ha consentito di capire l’anima della Calabria”.

    Una montagna prima raccontata nelle pagine del libro e poi trasferita su pellicola. “Quando Francesco Munzi ci ha proposto di fare del romanzo un film – ha detto l’editore Florindo Rubbettino – allora abbiamo capito che ‘Anime Nere’ poteva arrivare lontano e poteva avere una ricaduta positiva dal punto di vista sociale e culturale”.

    Il film, racconta la storia di 3 fratelli appartenenti ad una famiglia di ‘ndrangheta di un paese dell’Aspromonte. Narra

    Una scena del film Anime Nere
    Una scena del film Anime Nere

    le lotte tra clan, ma anche quelle intestine alla stessa cerchia familiare che ruotano intorno a Luciano, maggiore dei 3, interpretato da Fabrizio Ferracane, presente alla conferenza, e che “rappresenta la summa – ha spiegato Munzi – di 3 persone, 3 coscienze racchiuse in un unico personaggio, che alla fine si rivela chiave per la trama”. Una Calabria, i cui spaccati di vita sono stati impressi sulla pellicola di Francesco Munzi che dell’esperienza calabrese racconta: “Quando ho detto che volevo fare un film in Calabria che parlasse di calabresi, molti mi hanno detto che in questo posto non si possono fare cose belle. Ebbene, non è così. Ho tovato complicità nei luoghi, ho incontrato la gente del posto. Dovevo fondermi con questa terra per raccontare una storia dura senza esserne giudice. Per questo quello che temo di più è il giudizio dei Calabresi. Per questo la prima, ho voluto fosse in Calabria”.