di Angela Panzera – Il Tribunale della Libertà, Salvati Presidente, ieri ha rigettato l’istanza di annullamento dell’ordinanza di custodia cautelare, emessa dal gip reggino Cinzia Barillà, avanzata dal presunto boss di Melito Porto Salvo, Carmelo Iamonte, da Bartolo Verduci, entrambi difesi dell’avvocato Maurizio Punturieri, e da Francesco Verduci assistito dai legali Umberto Abbate e Pietro Modafferi. Tutti e tre quindi rimangono in carcere. Gli indagati erano finiti in manette nell’ambito dell’operazione condotta dai Carabinieri, su coordinamento della Dda, denominata “Replica” e per loro l’accusa è di 416 bis ed in particolare di far parte della cosca operante a Melito Porto Salvo e territori limitrofi. Iamonte fu fermato dai Carabinieri il 16 luglio scorso e insieme a lui le manette scattarono anche per Gianpaolo Chilà, la cui posizione verrà vagliata prossimamente da un altro collegio del Riesame. I due cugini Francesco Verduci alias “penna bianca” e Bartolo Verduci sono finiti in cella invece, il 20 luglio scorso. A gravare sulle posizioni degli indagati le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Giuseppe Ambrogio, fino ad ora rimaste omissate nei numerosi verbali che hanno già portato all’esecuzione dell’operazione “Sipario”, che nel 2013 ha fatto arrestare molti presunti affiliati alla ‘ndrina di Melito Porto Salvo. Dichiarazioni quelle del pentito che si sono incrociate con alcune intercettazioni ambientali con cui la D.D.A. ha raccolto numerosi indizi di colpevolezza a carico del presunto capo dell’omonima cosca e dei presunti due soggetti affiliati alla ‘ndrina. In particolare sul Carmelo Iamonte, ritornato già in cella dopo aver scontato alcuni periodi di detenzione per precedenti condanne, il collaboratore riferirà che: “Carmelo a livello…era il più alto di tutti i fratelli, anche perchè gli altri due erano arrestati ( Remingo e Antonino ndr) […] voglio dire che Remingo era il capo locale a livello di montagna, con la dote era più completo il signore Carmelo Iamonte…molti speravano che uscisse presto per organizzare, voglio dire la società”. E queste affermazioni, oltre ai numerosi riscontri investigativi, hanno indotto prima la Dda ad emettere un decreto di fermo e poi il gip reggino a convalidarlo e ad applicare l’ordinanza di custodia cautelare in carcere. Così il gip Barilla scrive nell’ordinanza: “ Questa sua prima pelle da boss e non da semplice macellaio, Carmelo Iamonte se la porta addosso, gli aspetta di diritto iure sanguinis e ciò viene ormai percepito come tale anche dalla restante popolazione del circondario di Melito Porto Salvo. È un soggetto apicale e costituisce il promotore dell’associazione mafiosa e a cui la gente riconosce quasi spontaneamente il ruolo di comando riservato al don o al signor Carmelo- scrive ancora il gip. È vero che lo Iamonte abbia dovuto cedere il passo alle scelte del fratello Remingo nei periodi di libertà di quest’ultimo e di sua carcerazione, ma ciò non significa che egli abbia esercitato una scelta dissociativa, unico percorso che lo poteva portare ad una dismissione di cariche e di funzioni, che gli sono così proprie e peculiari da tornare ad appropriarsene automaticamente ogni qualvolta le possa esercitare in via del tutto libera, come nel caso successivo alla liberazione”. Secondo gli inquirenti infatti, l’indagato una volta uscito dal carcere, ed una volta che il fratello Remingo è stato arrestato per 416 bis nell’ambito dell’operazione “Crimine” ( per cui ha rimediato in Appello una condanna a 9 anni di carcere) ha continuato a delinquere a dirigere l’omonima cosca.





