Applausi e speranze di successo: “Anime nere” di Francesco Munzi, primo dei 3 film italiani a passare in concorso al Lido, fa centro con una storia di faide antiche, legami di sangue e vendette, potere ancestrale e ineluttabilità nella Calabria di oggi. La vicenda ha “un piede nell’arcaico e un altro nel contemporaneo” dice Munzi che ha girato in Aspromonte: “Da Africo si può vedere meglio l’Italia”.
Il film “Anime nere”, diretto da uno dei più promettenti registi italiani, Francesco Munzi, tratto dall’omonimo best-seller di Gioacchino Criaco (Rubbettino 2008) è uno dei tre film italiani in concorso alla 71ª Mostra del Cinema di Venezia (gli altri due sono “Hungry hearts” di Saverio Costanzo e “Il giovane favoloso” di Mario Martone). Il film, prodotto da Cinemaundici e Babe Films con Rai Cinema, esce il 18/9 distribuito con Good Films e dopo una lunga preparazione, è stato girato l’inverno scorso in Calabria (quasi prevalentemente), a Milano e in Olanda.
Descrizione
Come in un western ambientato ai giorni nostri, dove il richiamo delle leggi del sangue e il sentimento della vendetta hanno la meglio su tutto, prende vita la storia di una famiglia criminale calabrese. Una vicenda che inizia in Olanda, passando per Milano, fino in Calabria, sulle vette dell’Aspromonte, dove tutto ha origine e fine. Anime nere è la storia di tre fratelli, figli di pastori, vicini alla ’ndrangheta, e della loro anima scissa. Luigi, il più giovane, è un trafficante internazionale di droga. Rocco, milanese adottivo, dalle apparenze borghesi, è imprenditore grazie ai soldi sporchi del fratello. Luciano, il più anziano, coltiva per sé l’illusione patologica di una Calabria preindustriale, instaurando un malinconico e solitario dialogo con i morti. Leo, suo figlio ventenne, è la generazione perduta, senza identità. Dagli avi ha ereditato solo il rancore e il futuro è un treno che per lui sembra già passato. Per una lite banale compie un atto intimidatorio contro un bar protetto dal clan rivale. In qualsiasi altra terra sarebbe solo una ragazzata. Non in Calabria, tantomeno in Aspromonte. È la scintilla che fa divampare l’incendio. Per Luciano è di nuovo il dramma che si riaffaccia dopo tanti anni dall’uccisione del padre. In una dimensione sospesa tra l’arcaico e il moderno i personaggi si spingono fino agli archetipi della tragedia.





