di Stefano Perri – Era uscito di galera da appena tre mesi e già era tornato a comandare, a pieno titolo, gli uomini della cosca, ristabilendo equilibri e direzionando in maniera scientifica traffici illeciti e relative spartizioni. Questa mattina i carabinieri del Ros e del Comando Provinciale di Reggio Calabria, guidato dal Colonnello Lorenzo Falferi, sono tornati ad acciuffare Umberto Bellocco, storico boss dell’omonimo clan operante nel territorio di Rosarno, destinatario insieme ad altri sette soggetti, di un provvedimento di fermo emesso dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura di Reggio Calabria.
A carico dei fermati l’accusa di associazione di tipo mafioso e porto e detenzione illegale di armi e munizioni, aggravati dalle finalità mafiose. Insieme a Bellocco sono finiti nella rete tesa dagli uomini del Ros in collaborazione con il Nucleo Pd del G.I.C.O. della Guardia di Finanza di Reggio Calabria, anche i gregari Salvatore Barone, Giuseppe Ciraolo, Michele Forte, Elvira Messina, Francesco Oliveri, Umberto Emanuele Oliveri, e Giuseppe Spataro.
In particolare il provvedimento scaturisce dagli esiti di due distinte attività investigative svolte sul contesto mafioso della Piana di Gioia Tauro, sviluppate in due periodi differenti. La prima, tra settembre 2012 e ottobre 2013, finalizzata alla cattura dell’allora latitante Giuseppe Pesce, classe 1980, detto Testuni, divenuto reggente dell’omonima cosca all’indomani della cattura, il 9 agosto 2011, del fratello maggiore Francesco, classe 1978. La seconda, effettuata tra i mesi di gennaio e giugno 2014, appunto nei confronti del dominus Umberto Bellocco, classe 1937 e degli altri appartenenti al sodalizio.
L’ARRESTO DEL LATITANTE GIUSEPPE PESCE – In particolare per ciò che riguarda il primo dei due segmenti di indagine era mirato alla localizzazione del latitante Giuseppe Pesce, ritenuto reggente dell’omonima famiglia mafiosa, già raggiunto da provvedimenti coercitivi nell’ambito dei processi ”All Inside” e ”Califfo”. Lo stringersi della rete tesa dagli investigatori, insieme al fermo, avvenuto nell’aprile dell’anno scorso, di Domenico Sibio, ritenuto uomo di fiducia del boss Pesce, e l’ordinanza custodiate del maggio 2013 indirizzata alla moglie del latitante, avevano indotto il boss a costituirsi il 15 maggio dello scorso anno presso i Carabinieri di Rosarno.
FUORI DI PRIGIONE – Proprio in seguito a quel primo risultato, la prosecuzione delle indagini ha consentito di ricostruire le complesse dinamiche criminali nella cittadina della Piana. Dinamiche che lo storico reggente Umberto Bellocco, classe ’37, nonostante fosse già abituato a comandare dal carcere attraverso un sapiente scambio di pizzini con i parenti (GUARDA IL VIDEO), era tornato a comandare direttamente con la sua scarcerazione, avvenuta appena tre mesi fa, dopo un periodo di detenzione di oltre venti anni.
Attraverso la rete di protezione costruita dai gregari, la maggior parte appartenenti al suo nucleo familiare, Bellocco era tornato ad affermare la sua leadership all’interno delle dinamiche criminali della cosca, riprendendo immediatamente l’interlocuzione con esponenti di spicco di altre ‘ndrine della Piana, tra cui i Crea di Rizziconi, nonché la riorganizzazione delle attività illecite sul territorio di Rosarno.
SI COMINCIA DALLE ARMI – In particolare, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, i primissimi passi dopo la scarcerazione del boss ruotano attorno alla riorganizzazione della forza militare della cosca. Un episodio documentato attraverso le intercettazioni ambientali, ottenute grazie ad una microspia installata sulla sua auto, dimostra come allo stesso boss fosse stata portata un’arma (GUARDA IL VIDEO) da poter utilizzare durante i suoi spostamenti, sia in paese che nei centri limitrofi. Quella di girare armati, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, era una norma indipendente dalla reale percezione di sicurezza sul territorio. Gli uomini della cosca dovevano girare armati, ancor di più quando si trovavano al di fuori del loro territorio ”di pertinenza”
I TRAFFICI SUL PORTO – Le indagini hanno dimostrato infine quanto gli interessi della cosca fossero incentrati sulle attività criminali all’interno del porto di Gioia Tauro. In particolare si tratta di traffici internazionali di sostanze stupefacenti, documentati peraltro dall’apporto investigativo della Guardia di Finanza, che vedevano come referente il nipote di Bellocco, Umberto Emanuele Oliveri, prescelto dallo zio come principale riferimento per la gestione dei traffici sul porto.





