di Domenico Grillone – “Un evento unico nel suo genere”. In effetti il primo gay pride calabrese, il “Calabria Pride 2014”, dal sottotitolo “piccano, non peccano”, attira già tanta curiosità. Intanto perché vede per la prima volta i tre comitati territoriali calabresi del movimento Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) di Reggio, Cosenza e Catanzaro, protagonisti della “passiata” che si svolgerà il 19 luglio prossimo in un percorso che da piazza Garibaldi attraverserà il Corso, fino in Via Roma. Per poi concludersi all’Arena dello Stretto. E poi perché dal punto di vista ideologico, così come hanno affermato Lucio Dattola, presidente dell’Arcigay dei Due Mari di Reggio Calabria, Lavinia Durantini, presidente dell’Eos Arcigay di Cosenza e Francesco Furfaro, presidente del Kaleidon Arcigay di Lamezia e Catanzaro. nel corso della presentazione svoltasi nell’aula biblioteca della Provincia, non si rivolge solo alla comunità Lgbt ma a tutti i cittadini, “perché diventi una battaglia per l’ottenimento dei diritti e del rispetto che ad alcune categorie come donne, omosessuali e transessuali vengono spesso negati”. Due, secondo quanto dichiarato da Dattola le linee guida fondamentali della manifestazione: cultura e formazione. Fermo restando che, come ha sottolineato Lavinia Durantini sulla libertà della ‘passiata’, “non ci sarà nessuna limitazione”. Insomma, sarà un gay pride in piena regola e non “normalizzato”. Un logo provocatorio, come quello di una Calabria trasformata in tacco, per “sdoganare lo stereotipo del gay più vicino alla donna che all’uomo”, assieme all’altrettanto provocatorio slogan (Piccano, non peccano) “proprio per non cadere nel moralismo che vorrebbe un pride sobrio”. Da quest’anno non esiste più un Gay Pride nazionale ma varie tappe realizzate in diverse città d’Italia. E quella di Reggio rappresenta l’unica tappa Onda Pride organizzata a livello regionale in tutta Italia. “Sarà un regalo verso tutte le persone omosessuali calabresi ma anche verso chi non lo è – aggiunge Dattola – sarà l’occasione di confrontarsi con una tematica che sempre di più entra a far parte del nostro quotidiano, delle nostre famiglie, della nostra azione politica come cittadini, quindi nulla a che vedere con l’azione politica riferita ai partiti. La nostra manifestazione non ha un colore politico ma vuole essere di tutti i calabresi.”. Una novità anche per quanto riguarda i patrocini che continuano ad arrivare non solo dalle realtà associative ma anche dalle istituzioni come il Consiglio Regionale, la Provincia e il Comune di Reggio Calabria. Altri patrocini dalle altre città sono stati richiesti dai rispettivi comitati territoriali e sono in attesa di approvazione. Ma l’evento sarà un momento di lotta contro la ‘ndrangheta, i soprusi, le violenze, “insomma tutto quello che non permette di manifestare la libertà sostanziale, espressa nell’articolo 3 della Costituzione”, dice ancora Dattola. Durante l’incontro i tre rappresentanti del Comitato hanno presentato il documento politico del Calabria Pride che oltre ad aderire a quello nazionale dell’Onda Pride, presentato al Campidoglio qualche settimana fa, “si caratterizza di alcuni punti cardini frutto dell’esperienza associativa sul territorio che ormai ha superato dieci anni. In particolar modo si punta a istituire progetti formativi nelle scuole per la lotta al bullismo omo-transfobico e impegnarsi attivamente in una cultura che valorizzi le differenze, ripudi tutte le mafie e le discriminazioni di genere e per orientamento sessuale”. Nelle prossime settimane sarà diffuso il programma della “passiata” che si svolgerà il 19 luglio e tutti gli eventi collaterali nei giorni seguenti. Tutte le notizie sul sito (www.calabriapride.com).
Una voce contro, riguardo il Gay Pride calabrese. Ed è quella di Nino Spirlì, nativo di Cittanova (RC), omosessuale dichiarato, giornalista, scrittore ed opinionista de “Il Giornale”. Ma soprattutto autore del soggetto e della sceneggiatura di “Pirandello Drag”, il primo coraggioso cortometraggio sociale contro l’omofobia girato interamente nella Piana di Gioia Tauro. “Ho sempre dichiarato di essere contrario ai Gay Pride – esordisce Spirlì, contattato telefonicamente – perché a parte il fatto che potrebbe essere una festa meno esasperata, l’idea della integrazione degli omosessuali nella società è già abbondantemente passata, non siamo più negli anni ’70 o ’80 quando forse c’era la necessità di dare qualche pugno in pancia”. Ma Spirlì conferma la sua contrarietà alla manifestazione motivandola anche con il fatto che la stessa “non rappresenta uno strumento di emancipazione, ne tantomeno di informazione sull’omosessualità. Perché dà una immagine leggermente distorta rispetto a quella che è la mia idea di informazione sulla omosessualità ai non omosessuali”. Un concetto, quest’ultimo, che Spirlì chiarisce così. “Una manifestazione del genere molto spesso spaventa. E faccio un esempio: se io fossi un genitore non omosessuale di un figlio gay o di una figlia lesbica mi preoccuperei se il massimo dell’espressione, dell’invito a conoscere un omosessuale si traducesse semplicemente in un Gay Pride. Mi preoccuperei nel vedere mio figlio vestito da ‘carnevale’, è come se indirettamente volesse dirmi che l’omosessualità è quella che si vede in manifestazioni di questo tipo”. Ma l’autore del “Diario di una vecchia checca”, l’interessante racconto degli ultimi trent’anni della sua vita, libro ben recensito in ambito nazionale, non si ferma qui e rincara la dose. “Stare in strada mezzo nudo e truccato da elefantino rosa – continua Spirlì – non vuol dire aver acquisito la propria libertà d’espressione. Ma significa voler necessariamente imporre, quasi, una finta festa. Perché, diciamocelo francamente, molto spesso sono delle provocazioni anche nei costumi che si utilizzano ai Gay Pride, come quelli di monache, papi, cardinali. Come se il nemico giurato della sessualità fosse necessariamente la Chiesa cattolica o la religione cristiana. Anche questa è una cosa che mi ha sempre dato molto fastidio”. E qui lo scrittore ricorda come lo stesso atteggiamento di chiusura della Chiesa cattolica sia pressoché identico a tutte le altre, come l’Islamismo o il Buddismo. “Ed allora la cosa più importante è forse farli ragionare e presentare l’omosessualità non necessariamente come una carnevalata”. Anche sul tema dei diritti si sentono le differenze. Un dibattito tutto interno allo stesso mondo gay, come succede in qualsiasi altra comunità o organizzazione sociale, e che Spirlì fa emergere prepotentemente. “Mi vanno bene le unioni civili, per esempio, ma non mi piace questa esasperazione con l’idea che gli omosessuali si debbano sposare. Il matrimonio attiene tra un uomo ed una donna e quindi il discorso di ampliare il concetto di unione civile fino ad arrivare a quello del matrimonio mi sembra illogico”. Contrario alle adozioni, pur riconoscendo la capacità di una coppia omosessuale di gestire la genitorialità in maniera perfetta, o imperfetta come tutti genitori eterosessuali. “Il bambino in ogni caso ha diritto di avere una coppia di genitori che abbia un certo equilibrio tra il maschile ed il femminile. Per quanto mi riguarda, ritengo che sia più giusto preferire famiglie tradizionali, anche perché la nostra società ancora non garantisce al bambino, quando da solo entra nella società, quella serenità e tranquillità di cui ha bisogno. Credo insomma che pigiare il piede sull’acceleratore su certe cose in questo momento non conviene a nessuno. Soprattutto ai bambini”. Scontata, quindi, l’assenza di Nino Spirlì al Gay pride calabrese. Anche perché l’evento tanto atteso è nato da un precedente accordo delle associazioni gay con l’ex governatore Giuseppe Scopelliti. “Un accordo che ho sempre contestato, nato all’epoca delle sue dichiarazioni omofobe. Una sorta di contentino e con la promessa di finanziare l’evento e di garantire la sua partecipazione. Insomma, un accordo nato sull’onda del compromesso, forse anche politico. E questo mi indigna un po’. Nonostante io riconosca alle associazioni che lavorano sul territorio grandi risultati per le tante attività, tutte molto efficaci”. “Sono omosessuale – conclude Spirlì – e sereno all’interno dei rapporti familiari, anche se ho dovuto lottare come tutte quanti gli altri, non necessariamente omosessuali, tirando fuori tutta la propria forza, personalità per delineare il proprio territorio”.





