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    Reggio: 3 anni in appello a Roberto Megale, fiancheggiatore di “micu u pacciu”

    La Corte d’Appello di Reggio Calabria, Iside Russo Presidente, ha condannato a 3 anni di reclusione Roberto Megale, l’uomo accusato di aver favorito la latitanza del boss Domenico Condello alias “micu u pacciu”. Megale infatti, nell’ottobre del 2012 fu arrestato dai Carabinieri reggini nel blitz che assicurò alla giustizia il latitante che da oltre 20 anni si era sottratto alla giustizia. Domenico Condello infatti, stava effettuava uno spostamento a bordo di un’automobile guidata da Roberto Megale. Ed è proprio seguendo le tracce di Megale  che i Carabinieri reggini sono riusciti prima ad individuare l’area in cui “micu u pacciu” potesse nascondersi per poi attendere il momento giusto per far scattare le manette. Domenico Condello infatti, fu arrestato  nel quartiere di Catona, alla periferia nord di Reggio Calabria, tra via Figurella e via Sabaudia. La Corte d’Appello inoltre, ha condannato lo stesso Condello alla pena di 4 anni, 2 mesi e 20 giorni di reclusione e 8 mila e 400 euro di multa per il reato di procurata inosservanza della pena. Su di lui infatti, gravava una condanna all’ergastolo passata in giudicato e diversi ordini di cattura emessi a suo carico nel corso degli ultimi anni. Domenico Condello è il cugino di uno dei boss più noti della criminalità calabrese, Pasquale Condello, detto “il supremo” proprio per il carisma riconosciutogli da tutta la ’ndrangheta, arrestato nel febbraio 2008 dopo 18 anni di latitanza. Fu quell’arresto a segnare il salto di qualità di Domenico, divenuto il capo indiscusso della cosca, e conosciuto come “micu u pacciu” per la decisione e l’interventismo mostrati nel corso della guerra di mafia scoppiata dopo l’attentato ai danni del boss Antonino Imerti ed il conseguente omicidio di Paolo De Stefano, capo indiscusso dell’omonima famiglia. Due episodi che segnarono, nella seconda metà degli anni ’80, la scissione tra i Condello-Imerti ed i De Stefano e l’inizio di un sanguinoso scontro portato avanti a colpi di kalashnikov e autobombe che provocò più di seicento morti. Con l’arresto di Pasquale Condello  è cominciata l’ascesa del cugino Domenico che, come tutti i boss latitanti che si rispettino, non aveva lasciato il suo territorio per poter comandare veramente, incontrando alleati ed affiliati ed imponendo la propria leadership.

    (A.P.)