“Cerco un porto, alla fine del mio viaggio e spero di trovarlo nei vostri sguardi”. Si presenta così al pubblico reggino il Maestro argentino del teatro contemporaneo internazionale Cesar Brie, stasera alle 21.00 al Politeama Siracusa di Reggio con “Il Mare in tasca”, che chiude la stagione di prosa RivelAzioni Horcynus Fest 2014.
Cesar Brie racchiude nella sua storia personale e artistica le distese sconfinate della Patagonia (dove trascorre parte dell’infanzia), il tumulto di Buenos Aires (dove nasce e studia), i centri sociali di Milano (dove arriva da esiliato a metà degli anni Settanta mentre il suo Paese è in mano alla dittatura militare), la luce bianca della Danimarca (dove si trasferisce per lavorare con l’Odin Teatret di Eugenio Barba), le altitudini boliviane di Yotala (dove ha fondato il Teatro de los Andes e dove vive dal 1991 al 2010, in un’azienda agricola trasformata in comunità artistica, prima di rientrare in Italia per le minacce di morte subite a seguito della diffusione del suo documentario “Tahuamanu”).
Per la sua prima volta sullo Stretto porta in scena uno dei suoi spettacoli storici, prodotto nel 1989 e considerato il suo manifesto poetico: “Il mare in tasca”, scritto, diretto e interpretato da Cesar Brie che ne ha curato anche la scenografia (le musiche, invece, le attinge dagli spartiti classici di Antonio Vivaldi).
Lo spettacolo racconta la storia di un attore che, svegliatosi, scopre di essere stato trasformato in un prete. Da qui inizia un dialogo tra l’attore, il prete e Dio. Tutti e tre parlano attraverso una sola voce; tutti e tre hanno un ruolo, degli spettatori, un impegno sociale. Tutti e tre hanno bisogno di dire la loro, in modo forte, irruento. Un mare di parole, di metafore tra divino e profano, in cui tutto si mischia e si ammucchia sul proscenio, in cui staziona il pubblico fittizio che permette al sacerdote di rivolgersi al pubblico reale senza confonderlo con il suo gregge.
In questo rappresentazione che sfrutta l’espediente del metateatro, non si tratta di credere nella verità della scena ma nella verità della finzione, animata da oggetti semplici e quotidiani ma dall’alto valore simbolico. Una striscia di tessuto blu che spunta dalla tasca è il mare, un dito che si allunga verso il buio e tocca l’infinito. Brie crea così, in maniera irriverente e ironica, la storia di un uomo che non crede in Dio ma che è costretto a conversarci, con la complicità del pubblico, a sua volta testimone di un sacramento. Ne “Il mare in tasca” l’attore si offre in pasto al suo pubblico in un sacrificio che si rinnova ogni volta. Lo spettatore, in religioso silenzio, accoglie questa sua confessione, questa sua riflessione sull’agire teatrale, ma anche e soprattutto sulla vita che il teatro ha spesso la capacita di mostrare, a volte riflessa, altre volte distorta o amplificata. E lo assolve.




