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Processo Appello ”Cosa mia 4”: 3 condanne e un’assoluzione

8 Maggio 2014
in CITTA, Reggio Calabria
Tempo di lettura: 2 minuti
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tribunale

Tre condanne ed un’assoluzione. Finisce così il processo d’Appello relativo al troncone abbreviato dell’indagine “Cosa

Mia 4”. Dopo tre ore di camera di consiglio i giudici della Corte d’Appello reggina, Lucisano Presidente, hanno condannato a 12 anni di reclusione Carmelo Gallico. Per uno dei presunti rampolli della potente cosca operante a Palmi, i giudici hanno optato per uno sconto di pena. Carmelo Gallico infatti, in primo grado era stato condannato dal gup Palermo alla pena di 20 anni di carcere per associazione mafiosa e intestazione fittizia di beni. I giudici di secondo grado hanno però escluso per lui anche il secondo comma dell’articolo 416 bis riservato ai promotori dell’associazione mafiosa. Leggero sconto di pena per l’ergastolano Domenico Gallico, che passa da 6 a 5 anni di reclusione, e per Teresa Gallico che rimedia 3 anni, 6 mesi e 20 giorni, rispetto ai 4 anni e 4 mesi del primo grado. Entrambi sono stati ritenuti responsabili del reato di intestazione fittizia di beni aggravata dalle modalità mafiose. Assolto invece da questo reato Rocco Gallico precedentemente condannato dal gup a 6 anni di reclusione. Regge in buona sostanza l’impianto accusatorio portato in avanti dal sostituto procuratore generale, Adriana Fimiani, che in sede di requisitoria aveva chiesto alla Corte la conferma delle condanne emesse in primo grado. Questa trance dell’indagine “Cosa Mia”, condotta dalla Polizia di Stato su coordinamento dei pubblici ministeri antimafia Roberto di Palma e Giovanni Musarò, aveva stroncato le infiltrazioni della malavita organizzata nei lavori di ammodernamento dell’autostrada A3 Salerno- Reggio Calabria, ma aveva anche posto i sigilli all’immenso patrimonio della cosca Gallico, fatto presumibilmente di società e immobili. Secondo la Procura antimafia, questo enorme patrimonio era stato “salvaguardato” attraverso l’attività dell’avvocato Vincenzo Minasi che a differenza dei quattro imputati ha scelto il rito ordinario e d è attualmente sotto processo dinnanzi al Tribunale di Palmi. Secondo l’accusa, era lui a mettere i patrimoni del clan al riparo dalle “attenzioni” di investigatori ed inquirenti tramite società di comodo intestate a prestanome, in Italia, ma soprattutto negli Stati Uniti e in Svizzera.

 

A.P.

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