
Nella storia di Denis Bergamini sono molte le cose che non quadrano. La sua morte ha lasciato una famiglia disperata che da anni cerca di colmare un vuoto che, probabilmente, senza la verità resterà tale.
La versione di Isabella fa acqua da tutte le parti fin dal principio. La storia di Pisano che prima dichiara di aver trascinato il corpo di Denis per dei metri e poi ritratta, non ha senso ed è smentita dalle perizie, seppur postume, dei periti medico legali. La Maserati che c’è, non c’è, scompare e poi riappare magicamente nel rapporto dei carabinieri, nel racconto di Isabella, in quella di Pisano e anche in quella del ristoratore Mario Infantino (LEGGI L’ARTICOLO).
Ci sono delle prove, però, che mai furono prese in considerazione durante la prima inchiesta: gli indumenti di Denis. Il titolare del Bar, dove Isabella Internò si recò per telefonare, parlò oltre che della Maserati, anche di un giubbotto presente nell’abitacolo, oltre alla giacca della ragazza. Questo giubbino, non fu mai trovato, né cercato, almeno da quel che è noto. Eppure poteva trattarsi di un indumento della vittima, di Donato Bergamini. Vero è, che Denis per le versioni ufficiali si era suicidato e fu la verità alla quale si decise di credere fin da subito. Se così non fosse stato le lacune e le leggerezze investigative sarebbero state minori. Con il “giubbotto misterioso”, portato via dal “passante misterioso” non si può non parlare delle scarpe e dei vestiti di Denis.
Dopo la morte di Denis, il suo corpo fu trasportato in ospedale. Qui da prassi, viene spogliato, ma l’autopsia non avviene perché sconsigliata ai genitori, che poi cambieranno idea. Da questo momento in poi che fine fanno gli abiti, le scarpe? Non si sa. Le scarpe compaiono sul pullman del Cosenza dopo i funerali di Bergamini, li ha “Mimmolino”, il factotum della squadra, Domenico Corrente. Quelle stesse scarpe, vengono poi consegnate alla famiglia Bergamini da Roberto Ranziani, direttore sportivo del Cosenza. Ranziani le portò personalmente ai familiari di Denis, dicendo loro che a mandarle era proprio “Mimmolino”, che li pregava di mantenere il riserbo e che quelle scarpe, indossate da Denis la sera del delitto, provavano che non aveva affatto camminato sotto la pioggia. Scarpe di camoscio, pulite, senza neanche una macchia di fango, senza neanche una goccia di acqua. Se Denis avesse camminato in quella piazzola le scarpe sarebbero certamente state logore.
Idem per i vestiti. Scomparsi subito dopo il trasporto in ospedale. A cercarli in molti. Il massaggiatore del Cosenza Giuseppe Maltese, che li chiese a “Mimmolino”, trovando in lui un muro impaurito. Il padre di Denis, che il Lunedì dopo il funerale, lasciando Cosenza, spinti dal padre spirituale della squadre, padre Fedele, cercò di riavere gli abiti scontrandosi contro il diniego dell’ospedale. La versione dell’infermiere incaricato di occuparsi di Denis, cambia al telefono con Graziano Bergamini, prima i vestiti si trovano in un sacco in attesa di essere inceneriti, poi, quando è chiaro che l’uomo vuole entrarne in possesso, i vestiti sono già stati “bruciati”. In quei vestiti ancora una parte di verità.
Gli abiti indossati da una persona trascinata per 60 metri sull’asfalto avrebbero dovuto essere ridotti a brandelli, ma così evidentemente non era. “Tuo figlio è stato ucciso in quei vestiti c’è la prova”. Questa la frase di padre Fedele. Quando Ranziani consegnò le scarpe alla famiglia Bergamini, disse al papà di Denis che alla fine del campionato, qualcuno, un altro magazziniere del Cosenza, precisamente Alfredo Rende, avrebbe consegnato i vestiti che Donato indossava quella tragica sera. Quei vestiti non arrivarono mai. Alfredo Rende morì il giorno dopo la conclusione del campionato in un incidente stradale proprio sulla statale 106.
Di quei vestiti non si è saputo più nulla. Non sono mai stati ritrovati e, come le scarpe, mai cercati nemmeno dopo l’autopsia e la rivelazione delle incongruità nei racconti. Denis Bergamini si era suicidato. Punto. Niente doveva dimostrare o sconfessare quella verità costruita neanche tanto perfettamente. (clava)
(6 – continua)




