
Riceviamo dal Presidente di Formula Sud, Amedeo Canale, e pubblichiamo –
Se non fosse solo
una delle varie scissioni consumate o in procinto di consumarsi quasi in contemporanea (a destra e a sinistra) in Italia, lo strappo di Alfano e degli “innovatori” avrebbe potuto rappresentare un evento di un certo interesse nella stagnante politica attuale.
Una notizia, insomma, capace di resistere alla crudele velocità dei media; di diventare centrale per diversi mesi e, magari, anche di risultare suggestiva – se messa in parallelo col dibattito in piedi negli USA sulla mutazione dei blocchi sociali/elettorali a sostegno dei due partiti tradizionali – al fine di capire quanto l’ennesimo scisma all’interno del primo partito del centrodestra italiano sia conseguenza autentica di sconvolgimenti nelle proprie categorie sociali di riferimento, piuttosto che una manovra di Palazzo compiuta con pallottoliere e calendario alla mano.
Invece, non sarà così! E lo si intuisce dalla posizione defilata, quasi imbarazzata, di alcuni big del nuovo assembramento (Schifani ad esempio); dalla povertà di argomentazioni e di analisi che è stata ed è alla base di questo parricidio incompiuto; dalla sequela di motivazioni declinate a cantilena sui media – cosa significa fare una scelta per il bene dell’Italia? In che modo si crede di farne il bene? Tenere in piedi un governo inconcludente è un bene? E sulla scorta di quali ricette economiche, sociali o politiche lo è?
Questi elementi, allo stato, la dicono lunga sulla caratura politica dell’iniziativa e non possono certo sorprendere chi, negli anni, ha seguito l’ascesa e valutato le peculiarità dei vari Alfano, Lorenzin, Lupi o quelle dei recalcitranti mini-leader di periferia che oggi ambiscono a ruoli di maggior visibilità.
Proprio per questo, ritengo siano ben altre le valutazioni da tentare per indagare l’ennesima picconata inferta ad un’area moderata mai completamente riunita.
Per carità…non è irrilevante guardare alle mutazioni perpetue del vecchio blocco democristiano o al continuo ed inesorabile tradimento dei valori e della storia della destra italiana da parte di alcuni vecchi colonnelli e nuovi caporali ex AN. Così come non è secondario studiare la redistribuzione di partiti e movimenti in formazioni pericolosamente gradite a potenze europee come la Germania o alle dinamiche di sfaldamento di comunità storicamente influenti e monolitiche come Comunione e Liberazione. O registrare l’aggressione renziana al totem sindacale o, ancora, assistere alla nascita in Europa di un bipolarismo che scavalca quello tradizionale PPE/PSE, plasmandosi sulle tematiche Euro sì/Euro no.
Tuttavia, rispetto all’evento, credo siano quasi tutti esercizi eccessivi e poco pertinenti.
Dunque, è opportuno tentare un ragionamento partendo dallo stato oggettivo delle cose. Da una parcellizzazione, cioè, del quadro partitico cui corrisponde una vasta area “liquida” in costante movimento – che però, nel caso in ispecie, non abbandonerà Berlusconi per un’iniziativa che puzza di fallimento finiano – e dall’assoluta urgenza di costruire una politica che sia immaginata per l’Italia e non a scapito dell’Italia e che non abbia paura di infrangere tabù come quello delle pratiche europee, foriere senza dubbio di povertà e di disastri difficilmente sanabili.
Una politica, insomma, che disegni il futuro a beneficio del Paese e non dei grossi blocchi bancari e finanziari a noi ostili e che abbia un’autorevolezza tale da condurre la battaglia su due piani paralleli: quello dei rapporti con Bruxelles, Strasburgo e Francoforte e quello interno, per esempio, relativo alla gestione ed alla spesa proprio dei fondi UE; mettendo in mora le Regioni meno virtuose e sottraendo ai chiacchieroni di professione argomenti rilevanti come quello del Mezzogiorno.
A questo proposito, considero la posizione critica di Berlusconi sull’Europa come strategica e potenzialmente dominante nella prossima campagna per le europee e credo sinceramente sia tutt’altro che populista, fondata com’è su iniziative assunte nel tempo da illustri economisti che si sono occupati di debito pubblico e di Eurozona (Savona, Pelanda, etc.).
In virtù di tutto ciò, proprio nelle regioni meridionali e in Calabria in primis, assumerà un’importanza particolare la costruzione di Forza Italia e la gestione di una coalizione di centrodestra attualizzata e riequilibrata. Perché è nei territori del Sud che si gioca la difficile partita dello sviluppo, della spesa e della legalità. E perché è dal contenimento delle politiche depressive del Governo in carica e dalla tenuta sociale ed economica di questi territori che passerà il mantenimento della pax sociale in Italia.
Venendo alla Calabria, credo si possa iniziare a ragionare sulla ricostituzione di una linea politica che abbia direttrici certe e che riporti in capo al Partito più consistente dell’area dei moderati e alla propria leadership nazionale, il compito di una rinnovata iniziativa politica. Revocando le prassi (sospette) di supervalutazione di taluni rapporti di alleanza in prospettiva “magnocentrista” e recuperando la gestione delle politiche di sviluppo e la distribuzione della rappresentatività politica e istituzionale. Per questo, serve immaginare da subito un programma che contribuisca alla ridefinizione dei confini dell’alleanza di Centrodestra e ne determini il rilancio dell’azione di governo a tutti i livelli. Che prenda atto delle condizioni fortunose ed irripetibili delle scorse elezioni politiche (in Calabria) e ponga con maggiore impegno e sobrietà le basi per una riconferma alla guida dell’Ente regionale e per la vittoria alle elezioni europee e nazionali.
A questo proposito, suggerisco a tutti coloro si apprestino a ristrutturare Forza Italia in fondo allo Stivale, un incontro costituente in cui recuperare il rapporto tra le componenti democratiche e liberali che sono state via via emarginate da blocchi avvezzi a meccaniche muscolari ed autoritarie ed il popolo che si rifà generosamente allo spirito originario dell’esperienza berlusconiana. Un incontro in cui si inverta la rotta degli ultimi anni e che certifichi nei fatti e con i fatti la diversità e la credibilità dei dirigenti e degli eletti che hanno scelto di non rinnegare le proprie origini.
Al folto popolo che non ha abbandonato il sogno della grande Rivoluzione Liberale tutto ciò è dovuto!
AMEDEO CANALE
Presidente Formula Sud




