
musicale di Sergej Prokofiev “Pierino e il lupo” strega il pubblico reggino. Una perfetta unione di parole e musica, la soave voce di Proietti e le note del grande compositore russo suonate dall’Orchestra sinfonica del teatro “Francesco Cilea” con la direzione del maestro Michelangelo Galeati, hanno dato voce, ieri sera, a un classico senza età, sospeso tra poesia, teatro e musica. L’attore romano prova ad essere rigoroso nel racconto di una storia di un bambino che, accompagnato da alcuni animali, cattura un lupo nella steppa, ma la sua verve comica esplode sin dall’inizio e non riuscendo ad alzare il leggio dice: “Ma qui ha fatto un comizio Brunetta?”. Sin dalle prime battute, si capisce che non sarà un semplice racconto ma un vero e proprio show e a guidarlo un mattatore eccezionale abile a consolidare quel rapporto tradizionale tra attore e spettatore.
Sistemato il tutto, l’eclettico Proietti fa tornare bambino il gran pubblico dell’arena “Alberto Neri” portando in scena tanti personaggi caratterizzati dal suono di vari strumenti: Pierino ha la voce degli archi, il flauto traverso rimanda all’uccellino, l’oboe accompagna l’anatra, la sinuosità del gatto è resa dal clarinetto, il lupo irrompe sulla scena col cupo suono dei corni mentre il nonno borbotta con il fagotto e i cacciatori con i fucili sono fiati e timpani. È la voce del narratore che li introduce e li presenta agli spettatori stregati da quella magia musicale che solo l’orchestra “Cilea” poteva ricreare. Proietti delinea i caratteri e i ruoli, ma ad uno di questi sembra simpaticamente sentirsi più vicino: “Forse il fagotto mi si confà di più, un po’ borbottante come il nonno di Pierino, dunque simpatico ma anche un po’ misterioso”.

Il pubblico non distoglie lo sguardo da quel palco illuminato da grandi stelle: musicisti abili a seguire un attento direttore d’orchestra e un maestro del teatro che, dopo la fiaba, si lascia andare in un mix di ruoli fra caricature, maschere tragicomiche ed ironiche tratte dal suo vasto repertorio. Proietti mette insieme canzoni popolari e testi letterari diventati cavalli di battaglia della sua lunga carriera teatrale e, attraverso versi e brani musicali, alterna una sana ironia, emozioni, quella malinconia che raggiunge il culmine con un omaggio al grande teatro antico “Gastone” di Petrolini, la celebre canzone “Barcarolo romano”; la poesia “Questo amore” di Roberto Lerici.

“Ho scelto di arricchire lo spettacolo con una serie di classici del mio repertorio – dice Proietti mentre si sistema il suo fumando (chiama così lo smoking traducendolo in italiano) – Molti mi dicono di parlare l’italiano ma io amo il mio dialetto e credo che tutti debbano conoscere il proprio perché fa parte di noi, della nostra tradizione. Secondo me, bisognerebbe che il Ministero della Distruzione facesse dei corsi per rivalutare il dialetto e la poesia”.
Gigi racconta una storia dopo l’altra perché “le favole ci sono sempre state anche se in tempo di elezioni ne sentiamo fin troppe ma non hanno un lieto fine”.
Poi si mette la giacca da camera, papalina in testa e dopo l’ultimo racconto del vecchietto delle favole, si congeda dal pubblico dicendo: “Non ho molte cose da bis ma se volete vi racconto una rivisitazione della favola di Cenerentola che non si è sposata col principe e sapete qual è la novità? Non si chiamava Cenerentola ma Pippa……chissà come mai questo nome”.







