
di Claudio Labate – La ndrangheta è un fenomeno in divenire. Capace di cambiare pelle e
di evolversi ma anche di mantenere la sua identità. E per conoscerla a fondo occorre guardare al passato. Ed è proprio su questo assunto che Antonio Nicaso e Nicola Gratteri, con ”Dire e non dire”, proseguono il loro viaggio all’interno della più potente organizzazione criminale a livello planetario. Tornano nel passato come con una macchina del tempo. Esaminano carte, sentenze di processi, analizzano gli omicidi simbolici e le parole intercettate nei tantissimi procedimenti che nel corso degli anni hanno inferto duri colpi all’organizzazione senza però riuscire ad arrestare la sua avanzata in Europa e nel mondo. Colpa molto spesso di impreparazione investigativa e legislativa, o forse più semplicemente di una generale sottovalutazione del fenomeno, capace, pur di rimanere fortemente locale, di globalizzarsi.I due autori ne parlano all’Università Mediterranea di Reggio Calabria. L’aula magna “Quistelli” ospita l’incontro, a cui partecipa anche il Procuratore Capo Federico Cafiero De Raho, nell’ambito di “Università aperta”, una serie di appuntamenti con i quali l’ateneo reggino vuole uscire da un certo torpore. Lo dice a chiare lettere il Pro rettore Santini che parla di volontà di aprirsi alla realtà che circonda l’Università, che si candida quindi a rappresentare uno dei punti di riferimento della città. C’è da parte di Santini la volontà di far passare un messaggio chiaro: “C’è il desiderio di iniziare una stagione nuova con la speranza che il valore etico della nostra professione di educatori e di insegnanti possa essere da guida per gli studenti”. Concetto, quest’ultimo, ripreso anche da Cafiero De Raho secondo cui “in passato si è forse data poca importanza all’educazione e troppo invece all’insegnamento”.
Il professore D’Amico nelle insolite vesti di moderatore, nella sua lunga introduzione parla di ordinamenti leciti e illeciti, come la ‘ndrangheta che si è data un quadro di regole che durano nel tempo. Cita Falcone e Corrado Alvaro, sottolineando poi che “i pretesi valori della ‘ndrangheta non solo male intesi e usati come paraventi, ma sono asserviti ad una sola logica, quella della sopraffazione”.
Antonio Nicaso, docente di Storia delle organizzazioni criminali, ricorda che in Italia esistono sei organizzazioni criminali mafiose, ma che solo la ‘ndrangheta conserva la caratteristica di presentarsi “una e una sola”. Una unitarietà consegnata dalla storia, ma entrata come concetto fondamentale in un’aula di tribunale soltanto nel 2012. Nicaso sceglie alcune caratteristiche della ‘ndrangheta, confuta alcune tesi avanzate sull’organizzazione, sostenendo con forza che la ‘ndrangheta dell’800 no aveva una struttura familistica e che la sua struttura è cambiata soltanto con l’arrivo dei fondi della Cassa del mezzogiorno. E quindi la capacità di dialogo con chi detiene il potere economico e soprattutto politico. Ricorda in tal senso anche lo scioglimento del comune di Reggio nel lontanissimo 1869. “Ndranghetisti e politici parlano ormai la stessa lingua” afferma raccontando un aneddoto che lo ha visto protagonisti due gruppi di studenti. Nicaso ha fatto ascoltare delle intercettazioni tra politici e ‘ndranghetisti trapiantati al nord e alla fine ha chiesto di indicare quali fossero i criminali e quali i politici. “Nessuno, nè il gruppo americano nè quello calabrese, è riuscito a capirlo”. Nicaso parla anche del ruolo delle donne, “madri e mogli, importantissime nelle faide, capaci di dettare i tempi della vendetta, e di mantenere intatta la reputazione dei mariti”. Ma per il docente e co-autore di ”Dire e non dire” “con la strage di Duisburg la ‘ndrangheta ha messo in atto la più grande operazione mediatica di sempre. Ora è conosciuta in tutto il mondo. Su Google escono 5 milioni di risultati. E’ nella black list degli Stati Uniti. Io ho fiducia nella magistratura – ha concluso – ma bisogna combattere la ‘ndrangheta sul piano culturale, smontando i miti creati attorno”.
Da parte sua il sostituto procuratore Nicola Gratteri si sofferma sulla ‘ndrangheta moderna. Gratteri, che è anche docente di Economia della criminalità proprio alla Mediterranea, parte nel suo ragionamento dal 1969, dal summit di Montalto, passando attraverso le più importanti operazioni di polizia che si sono susseguite negli anni, da Olimpia a Meta. E spiga cos’è realmente il Crimine, “il custode delle regole dell’organizzazione” e perchè la scelta di individuare Oppedisano non è altro che il frutto di una delicata mediazione: “Dopo la morte di Gambazza, si doveva scegliere un successore. La Jonica voleva mantenere il primato, ma la Piana si oppose. Così fu scelto un uomo saggio, ma debole”. Un organismo capace di sanzionare e di modificare la politica dei vari locali, fino ad imporre la pace a San Luca. Pace che nessuno coinvolto nella faida voleva realmente. Ma il cruccio di Gratteri rimangono le carenze e le falle della legislazione internazionale, in uno scenario di vera e propria invasione da parte della ‘ndrangheta: “L’Europa non è attrezzata, siamo all’anno zero. A maggior ragione se il Parlamento europeo non la ritiene una priorità. A Londra come in Danimarca è pieno di ndranghetisti, perchè più si va a nord più debole è la legislazione”. Insomma investigare dall’Italia diventa sempre più difficile, soprattutto con quei paesi con cui non esistono trattati bilaterali. Per il sostituto procuratore “si creano norme calate dall’alto senza conoscere la realtà dei territori”.
Dopo l’intervento del professor Costabile che ha sottolineato la necessità di fare tesoro delle esperienze del passato, è il Procuratore Cafiero De Raho a trarre le conclusioni. Che partono da un concetto caro al magistrato: “La cultura è l’unico strumento per evitare il dilagare della criminalità”. Ma il procuratore aggiunge che “l’indifferenza mostrata negli anni” ha favorito il dilagare e infiltrarsi, rendendo poi il soggetto politico schiavo della stessa organizzazione. Cafiero De Raho vira sugli aspetti, per così dire, economici del fenomeno. Fa notare, riprendendo in concetto di chi l’ha preceduto, che le organizzazioni criminali hanno adottato l’euro come moneta di scambio sostituendola al dollaro. fa notare anche che i biglietti da 500 euro sono quelli più usati per i pagamenti, e punta l’indice contro “un sistema bancario asservito, canale attraverso il quale grosse somme di denaro spariscono coperte da documenti formali”. Invoca quindi “un contrasto normativamente adeguato” e ripete come un mantra un concetto espresso in altre uscite pubbliche: “Lo Stato siamo noi, non lo dimenticate mai. Ma lo Stato ha bisogno del contributo di tutti”. Infine, ricordando l’iniziativa di Tabularasa che ha portato in piazza Roberto Saviano, si è detto emozionato per aver potuto constatare di persona che nonostante le condizioni metereologiche inclementi la gente ha deciso di rimanere a sentire: “Ciò dimostra che a Reggio, dove non sembra arrivare l’Italia, c’è una città forte e capace. Partecipate – è l’appello finale – affinchè questa città cresca”.




