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Reggio: il prossimo appuntamento dell’Anassilaos

11 Febbraio 2013
in CITTA
Tempo di lettura: 3 minuti
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Cinquecento anni fa (1513) Niccolò Machiavelli componeva il suo trattato più universalmente celebre, quel “De Principatibus”-meglio conosciuto come il “Principe”-  oggetto attraverso i

secoli di attenzioni particolari da parte di studiosi e soprattutto di politici. All’anniversario l’Associazione Anassilaos dedica un incontro che si terrà mercoledì 13 febbraio alle ore 17,00 presso la Biblioteca Pietro De Nava. Si tratta di un primo approccio all’opera con l’intervento dei proff. Francesca Neri e Antonino Romeo. Seguirà nei mesi successivi – così come per il Decamerone – la lettura pubblica, completa,  dell’opera con la partecipazione di studiosi e storici della letteratura, della filosofia, del pensiero politico e del pubblico presente invitato a intervenire e partecipare con riflessioni su un’opera ancora oggi attuale.  L’autore, nato nel 1469 e morto nel 1527, visse una delle pagine più tormentate della vita politica della sua Firenze e dell’Italia intera, divenuta ormai terra di confronto tra le grandi potenze (la Francia di Francesco I da un lato e la Spagna e l’Impero di Carlo V dall’altro) con i piccoli stati italiani, ormai ininfluenti, a contendersi i favori di Francia e Spagna.  Machiavelli, dal 1498 al 1512 servì la Repubblica di Firenze in qualità di Segretario della seconda cancelleria, chiamata a trattarla guerra e gli affari interni e quindi ebbe un ruolo non secondario nelle vicende politiche del tempo da cui prese le mosse la riflessione del Principe. Le sue non sono dunque idee astratte ma nascono dalla sua esperienza di uomo e cittadino. Una concretezza, la sua, di cui egli ebbe piena consapevolezza al punto da contrapporsi a tutti coloro “che si sono imaginati repubbliche e principati, che non si sono mai visti né conosciuti essere in vero” mentre egli si proponeva nei suoi scritti di “andare drieto  alla verità effettuale della cosa che alla imaginazione di essa” aggiungendo che nell’arte del governo egli si era attenuto al modo “come si vive” nel nostro mondo invece che a quello “come si doverebbe vivere” in una realtà perfetta, ma inesistente, in cui dovrebbero valere le norme etiche e religiose. Si capisce da queste poche note la novità assoluta rappresentata dal Principe e come giustamente il Segretario fiorentino sia considerato il fondatore di una nuova scienza, la politica, quale forma autonoma della vita spirituale, distinta dalla moralità comune e dalla religione, ridotta ad essere nel pensiero di Nicolò un “instrumentum regni”.  Egli  adoperò infatti affinchè il concetto di utile fosse compreso come sostanza del benessere della vita individuale e della collettività distinto dal concetto di buono e giusto che riguarda le analisi dei moralisti e dei teologi. Una scienza politica come quella proposta nel trattato, con tutta una serie di precetti rivolti al Principe, presuppone ovviamente che gli uomini, pur nel trascorrere del tempo e in diverse situazioni e contesti storici, siano sempre uguali a se stessi, incapaci di evoluzione e miglioramento, così da reagire nel medesimo a contingenze diverse. Tale concetto naturalistico dell’uomo che Machiavelli nutre si traduce in un pessimismo radicale e gli suggerisce considerazioni sprezzanti verso l’umanità intera: “nel mondo non è se non vulgo”; gli uomini “non sanno essere onorevolmente cattivi o perfettamente buoni”; sono ignavi, deboli, corrotti  e il Principe, che ha come obiettivo lo stato, non può non tenerne conto nei suoi comportamenti. E’ evidente infatti che in Machiavelli l’utile individuale si sublima  e si giustifica nell’utile della patria e in quella dello Stato al quale deve subordinarsi  e la tanto ripetuta espressione “il fine giustifica i mezzi” deve intendersi nel senso che i mezzi per ottenere un qualsiasi fine intanto sono giustificati dalla grandezza stessa del fine che coincide con la grandezza e la sicurezza dello Stato e insomma della collettività. Stupisce – ma è segno della grandezza del Machiavelli – che nel realismo senza illusioni e quasi spietato del Segretario Fiorentino si faccia avanti l’utopia dell’unità d’Italia nell’ultimo capitolo dell’opera. 

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