
cuore perché lì dentro capisci quanto sia dura e beffarda la vita. I sorrisi dei pazienti e il loro coraggio di voler a tutti i costi riprendersi la propria esistenza si mescola con la parsimonia e l’amore di medici e infermieri che, ogni giorno, lottano con la loro “seconda” famiglia. E già perché come ci spiega il Direttore responsabile del reparto di Ematologia, il professore Francesco Nobile, i “piccoli e i grandi pazienti sono i nostri figli, i nostri fratelli, i nostri più cari amici da proteggere e salvare”. Il reparto, centro specialistico dedicato allo studio ed alla cura delle malattie del sangue, è dotato di 26 posti letto e ricovera pazienti con sospetto di patologia ematologica o con malattia del sangue già diagnosticata che richiedono accertamenti particolari e terapie. In molti casi, vengono ricoverati pazienti con emopatia maligna che devono essere sottoposti a trapianto autologo di cellule staminali.
“Le malattie del sangue sono numerose e spesso estremamente gravi ma oggi, molte di queste sono guaribili – spiega il dottor Nobile – Una volta, la leucemia era per antonomasia il male incurabile e se la chirurgia riusciva ad estirpare altri tumori dando al paziente una certa sopravvivenza anche se limitata, per la leucemia poche erano le chance. Noi trattiamo malattie come le leucemie sia acute che croniche, linfomi di diversa natura, i mielomi e tante altre patologie comprese le anemie e i disturbi della coagulazione del sangue. I pazienti che vengono in ematologia per la grande maggioranza dei casi sono pazienti che firmano una cambiale”.
In questi anni si sono fatti tanti passi in avanti, a che punto è la ricerca?
“La leucemia è una neoplasia ematologica (tumore del sangue) che si sviluppa nel midollo osseo, nel sangue, nel sistema linfatico e in altri tessuti. Le leucemie sono comunemente distinte in acute e croniche, a seconda della velocità di progressione della malattia. Quella acuta è una malattia che oggi curiamo e guariamo. Se passano 5 anni dall’ultima terapia fatta e la leucemia non si ripresenta, il paziente è guarito ma deve comunque sottoporsi ogni 6 mesi o un anno a controlli. Ci sono purtroppo casi in cui la malattia non regredisce e si procede con una terapia d’attacco. A volte è una lotta contro il tempo e spesso vinciamo”.
Quali sono i punti di forza e di debolezza del reparto?
“I punti di forza sono i medici che lavorano senza badare all’orologio sforando sempre l’orario retribuito e i nostri infermieri. Questo è un settore dove ci vuole molto fegato: la realtà che viviamo ogni giorno non è per nulla facile non solo per i pazienti ma anche per noi medici. In questi anni, abbiamo visto transitare dottori ed infermieri ma quelli che hanno scelto di rimanere qui non se ne andranno più. Siamo una famiglia allargata e il problema di un paziente diventa inevitabilmente un problema nostro. A causa della crisi, i tagli fatti dallo Stato hanno colpito la Sanità: nel nostro reparto ci sono 26 letti e due barelle ma abbiamo solo due infermieri che danno la vita per i loro pazienti e non chiederanno mai il trasferimento in un altro reparto nonostante ci sia una mole di lavoro pazzesca. Qui c’è la morte quotidiana, c’è la mancanza della speranza. Questo ospedale è stato costruito nel 1974, è un edificio molto vecchio ed è inadeguato ai nuovi criteri di edilizia ospedaliera ma è stato attuato un piano di ammodernamento di tutti i reparti. Speriamo che i lavori siano completati entro Giugno”.
Nell’ambito della corsia di degenza è stato strutturato un piccolo reparto pediatrico costituito di un’area ludica attrezzata dove accedono i bambini ricoverati o che fanno prestazioni ambulatoriali o di day hospital.
“Dobbiamo ringraziare l’Ail (Associazione Italiana contro le leucemie) e i volontari che, oltre ad assicurare l’accoglienza dei pazienti nel reparto di degenza e nel day hospital, li assistono
in tutte le piccole e grandi necessità. L’Ail insieme all’assessorato alla Cultura del Comune, al Provveditorato e ai presidi dei vari istituti, ha reso operativa una sezione di scuola elementare ed una sezione di scuola media per i bambini ricoverati o in regime di degenza. La nostra è stata una delle prime realtà in Italia ad avere la scuola, esempio seguito poi dagli altri ospedali, e questa è un’iniziativa che centra perfettamente l’obiettivo che ci siamo posti: contribuire in maniera determinante a migliorare la qualità di vita dei piccoli ricoverati. L’Ail ha acquistato tre appartamenti per far risiedere gratuitamente i familiari e i pazienti che vengono da fuori città e devono sottoporsi a cure. Inoltre, da più di 10 anni, l’associazione paga due medici che ci aiutano in questa battaglia quotidiana e visto che non c’è più il personale addetto ai lavori di basso profilo (pulizie e accompagnamento), anche se disponiamo di personale di società esterne, l’Ail ci manda una persona che ci aiuta la mattina e il pomeriggio. Le stanze dei pazienti sono dotate di ogni confort, ci sono le tv con gli abbonamenti per far vedere la domenica le partite di calcio e il reparto pediatrico dispone di una cucina attrezzata gestita dalle mamme che riescono a soddisfare le richieste alimentari dei loro bimbi. Inoltre, ci avvaliamo dell’aiuto di una psicologa, una pedagogista e due ludiste che operano, in base alle loro competenze, facilitando il percorso delle cure”.
Insieme all’Ail ci sono altre associazioni che vi sostengono quali Admo, Adspem, Adisco. Un’unione che punta all’autosufficienza di sangue.
“L’Ail si è resa conto che una nostra carenza era la mancanza di sangue e, in sinergia con il nostro centro trasfusionale, è stata attivata una rete di donatori. Oggi possiamo dire che il nostro centro trasfusionale è autosufficiente. Tutte le associazioni sono fondamentali e ognuna di essa quotidianamente sensibilizza e sprona la comunità alla donazione. Abbiamo una banca di cordone ombelicale che funziona molto bene: facciamo parte del network mondiale e una volta sottoposti a tutti i controlli di qualità per definire sicuro il prodotto, i cordoni vengono bancati. Donare è vita perchè rinunciare a farlo?”
Per concludere, cosa vorrebbe che si realizzasse nell’immediato per il suo reparto?
“Vorrei che i miei pazienti avessero la possibilità di essere seguiti e trattati senza alcuna limitazione. Due infermieri non bastano, abbiamo bisogno di personale e risorse perché con questi ammalati la vita è stata già abbastanza dura e non poter dare loro un’assistenza migliore è il mio cruccio più grande”.




