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Alvaro: "Ma quanti registi dietro lo 'statista' Monti!"

4 Agosto 2012
in CITTA
Tempo di lettura: 3 minuti
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Ecco la nota diffusa da Giovanni Alvaro: “Abbiamo scoperto, da fonte ‘attendibile’ qual’é L’Espresso, che il gioco di Palazzo per portare Monti alla Presidenza del Consiglio dei Ministri ha avuto, nel 2010, un regista d’eccezione, specialista in queste operazioni, come Massimo D’Alema, sembra in accordo col Presidente della repubblica. L’obiettivo che Baffino si prefiggeva era di natura nettamente domestica: far fuori Berlusconi e realizzare il ribaltone data la disponibilità di Fini e della sua pattuglia.

 

L’operazione, come si sa, fallì miseramente segnando, tra l’altro, la morte politica del signor Fini. Ma a circa un anno esatto è scesa in campo, per motivi molto più corposi di quelli dalemiani (non si sa ancora se sollecitata da referenti italiani), la Cancelliera Merkel, che è intervenuta direttamente sul nostro Giorgio Napolitano, e contravvenendo alle più elementari regole diplomatiche che contemplano, non solo la non ingerenza negli affari interni di un paese, ma addirittura che il contatto diretto tra organi degli stati debba avvenire solo se sono dello stesso livello. Il contatto tra la Merkel (Capo del Governo tedesco) e Napolitano (Capo dello Stato) era già una anomalia diplomatica, ma più di una anomalia diplomatica era il contenuto del contatto.

 

Perché, comunque, la Merkel ha sponsorizzato Monti? Forse, per caso, perché il Cavaliere difficilmente avrebbe agevolato i voleri dei teutonici a scapito del nostro Paese come la ricerca di rapporti diretti d’amicizia con la Russia e la Libia (per l’approvvigionamento energetico) avevano dimostrato? Il professione Monti, invece, era considerato un tecnocrate senza esperienza politica ma molto ‘affidabile’ a causa del rapporto stretto che la maggioranza dei tecnocrati europei ha con la Germania. Infatti sono pochi quelli in grado di non sottomettersi ai voleri del Quarto Reich.

 

Il nostro sobrio e, ultimamente, autoproclamatosi ‘statista’ Monti, ha voluto farlo sapere a tutti quando, a dicembre dello scorso anno, ha sentito il bisogno di dichiarare d’essere ‘il più tedesco degli economisti italiani’. Una specie di ‘ringraziamento’ a chi gli ha spianato la strada per il ruolo che sta rivestendo. Che sia il più tedesco, comunque, lo ha anche dimostrato in questi dieci mesi di governo, ma che sia un economista non sembra per nulla accertato. Non si è economisti, infatti, solo per le teorie scolastiche e per i ruoli accademici avuti. Si è economisti solo se si sa amalgamare la teoria con la prassi.

 

Semmai il nostro ‘sobrio’ professore è abile, molto abile, ed ha imparato subito come ‘vendere’ il nulla. Famose le sue sortite, in riferimento alla prima discesa dello spread del dicembre passato quando in risposta a domande dei giornalisti disse: ‘Scenderà, scenderà ancora, state tranquilli’. O quando, dopo aver varato provvedimenti che hanno strangolato l’Italia portando la pressione fiscale a livelli da record, ha pensato di addolcire la pillola con: ‘Ed adesso la crescita’, frase ripetuta continuamente dopo ogni varo di provvedimenti difficilmente digeribili dall’opinione pubblica.

 

Si è anche esibito in dichiarazioni poco ‘convenevoli’ con le forze politiche che lo sostengono, salvo poi far marcia indietro e dire che era stato frainteso. Infine non ha sopportato che lo spread fosse sceso di circa 100 punti e che i mass media assegnassero il risultato alle dichiarazioni di Draghi, sbottando con: ‘Interventi verbali preferiti alle concrete misure del Governo’, salvo poi, quando la Merkel ha ribloccato ogni tentativo di Draghi di difendere l’euro dagli attacchi speculativi dichiarare, magnanimo, che ‘Draghi non è stato capito’.

 

Ma aldilà del gioco di parole che accompagna il suo ormai proverbiale gesticolare, resta il fatto inoppugnabile che lo spread sale e scende, e rende psicologicamente deboli le varie economie nazionali, rispondendo solo agli interessi degli speculatori o delle banche interessate a mantenere sulla corda gli stati recalcitranti, cioè quegli stati che non accettano di diventare vassalli del nuovo Reich a direzione merkeliana. Né si intravede una reale crescita che possa circoscrivere ed annullare in breve tempo la recessione che ha colpito l’Italia e che, nei giochi domestici di D’Alema, non erano per nulla contemplati.

 

Dire che siamo ‘fuori dal tunnel’ significa solo dire che si continua a giocare con le parole. O si capisce che le aspirazioni della Merkel vanno ridimensionate, o il vecchio sogno europeo è destinato a rompersi definitivamente. E se l’alternativa è questa bisogna sgombrare il campo da presenze ‘innaturali’ restituendo alla politica il suo ruolo”.

 

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