
di Giusva Branca – Alla fine un amico ha insistito così tanto che ho ceduto: dopo oltre sei anni sono tornato a vedere una partita della Viola. Al di là delle insistenze dell’amico l’ho fatto per due motivi:
il primo è legato alla verifica de visu dello stato di salute dell’ambiente nero arancio (quello che più di tutti se la prese quando scrissi che lo sport reggino è morto, riferendomi evidentemente al coinvolgimento emotivo delle masse che avvenne per oltre 25 anni), il secondo, quello decisivo, è dettato dal ritorno al Botteghelle.
Là dove venne scritta la parte focale, il nocciolo della epopea della Viola che partì dallo Scatolone per concludersi al Pentimele, passando, appunto per il Botteghelle.
Lasciarsi guidare dai ricordi, dalle sensazioni può giocare brutti scherzi e allora…perché non provarci, mi son detto…??
L’ingresso è laterale, dalla parte monte, l’ultima volta della Viola (tranne una brevissima parentesi nel 2001), quella dei mitici play off del 1990, contro Milano e Varese, da lì entrava la stampa. Tutto uguale, porte degli stessi colori, solite erbacce nei dintorni, solito ingresso nella struttura, sotto le tribune fatte di tubi Innocenti.
Quante attese, lì sotto, avevo sedici anni quando, nel settembre dell’83, ci entrai per la prima volta. In 58 giorni, a tempo di record, il palazzetto, il primo nella storia della città, era stato tirato su, per evitare il rischio (anzi la certezza) che la squadra dovesse emigrare e disputare il primo, storico campionato di A2 a Catanzaro.
Prima di uscire da casa mi sono riletto la parte di “Che anni quegli anni” (il mio libro dedicato alla storia della Viola) relativa alle ultime, spasmodiche, curve della costruzione del Botteghelle, 29 anni addietro, una vita fa.
Scrissi:
E’ il 13 di agosto del 1983 quando l’ingegnere-capo del Comune, Pachì, riceve una telefonata dai responsabili della Baraclit che comunica di non essere in grado di rispettare gli impegni presi perché, nei giorni a cavallo di Ferragosto, per ragioni connesse al traffico ed all’esodo vacanziero, non era stata concessa l’autorizzazione al passaggio degli autoarticolati del trasporto eccezionale provenienti dal Nord e diretti a Reggio Calabria sul Grande Raccordo Anulare.
La notizia cela risvolti catastrofici per l’intera operazione.
Nel frattempo la sede è stata nuovamente spostata a Reggio, non si può in alcun modo scherzare sulle date.
In situazione di massima emergenza, Viola si reca dal Prefetto di Reggio, Mazzitelli, e lo informa circa lo stato delle cose: .
Mazzitello si mette al lavoro, chiama il suo omologo romano il quale firma l’ordinanza che per motivi di ordine pubblico consente il transito dei mezzi pesanti dal GRA, con conseguente arrivo a Reggio per la data prevista del 18 agosto.
In quei giorni è lo stesso Viola a dovere garantire personalmente la ditta che sta lavorando sul “Botteghelle” circa la solvibilità dell’amministrazione comunale.
Gli ultimi giorni di settembre sono i più esaltanti: mai la costruzione di una struttura ha toccato punte di coinvolgimento popolare così alte. Si può dire che la gente – centinaia di persone alla volta – faccia il tifo per gli operai.
Il 10 settembre è tutto pronto e, quella mattina, all’aeroporto di Reggio sbarca per le verifiche il dg della Lega, Claudio Coccia.
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In realtà Coccia si aspettava di essere portato a vedere una struttura nascente dall’improvvisata copertura del campo centrale del circolo del tennis “Rocco Polimeni”…
Vanno a ricevere Coccia, in aeroporto, Scambia e Messineo.
Giungono al “Botteghelle” e Coccia ammutolisce.
In silenzio entra nel palazzo, va in cima alle scale e lo guarda dall’alto, sbalordito ed estasiato: <
Un altro miracolo della Viola è compiuto: in soli cinquantotto giorni, dal nulla, Reggio ha ottenuto il palasport sospirato da quindici anni.
Salgo le scale del palazzo e arrivo in cima. Mi sembra piccolo, molto piccolo, lo stesso quel giorno di fine estate dell’83 mi sembrava enorme, un castello da favola.
Conto i gradini delle curve: 12. Come è possibile? Solo 12? Avrei giurato che fossero almeno il doppio…e poi i tabelloni segnapunti, con gli occhi di oggi sgangherati, obsoleti, nell’83 per noi era un sogno poter avere i nomi dei giocatori scritti con le lucine accanto che si illuminavano per segnalare i falli.
Mi guardo intorno.
Ovunque rivedo frammenti di passato, pezzi di me e ricordo di aver letto da qualche parte che tornare dopo anni nei luoghi significa farlo sempre in compagnia, una compagnia che può anche diventare scomoda: quella del ricordo di te stesso.
I miei occhi guardano dappertutto impazziti, come quelli di un bimbo al luna park e la storia mi passa davanti, accavallandosi, frame su frame.
E sotto la tribuna mare ci stanno tavolo e panchine, esattamente come era il primo anno, prima che trasmigrassero sul lato opposto per far posto al parterre.
Un altro flash arriva, accecante: sotto la tribuna monte, dove allora c’era la panchina ospite vedo Kupec furibondo voler picchiare tutto il mondo e trattenuto a stento. E’ il 1985, gli avversari sono i livornesi dell’OTC (all’epoca i labronici si permettevano due squadre in A…), lo scontro è di altissima classifica e alla fine entrambe le squadre saranno promosse in A1. La Viola vince largo, molto largo. A pochi secondi dal termine vola qualcosa dalla tribuna. Due che, negli anni successivi, sarebbero stati della Viola, Minto e Costa, inscenano la sceneggiata e Massimo va giù. Pandemonio, diceva nelle telecronache Dan Peterson!
Ma ecco un altro flash, altra scazzottata, pochissimi metri più in là, sotto la curva sud, davanti alla tribuna stampa: fine 1986, ospite Napoli, Bonamico innesca e prestissimo è un tutti contro tutti: Campanaro in volo aggancia un avversario al collo, Avenia arriva per dividere ma al terzo schiaffone preso cambia idea e si adegua anche lui: calci e pugni… e via così…
Guardo le maglie dei ragazzi che, intanto, si spendono sul parquet (vincendo agevolmente): quel nero arancio re-innesca altre valanghe di ricordi: vedo 5000 persone ferma sugli spalti ad attendere che finisca la gara di Brescia e quando la radiolina gracchia che Palumbo ha messo il canestro della vita che condanna la Viola alla retrocessione il silenzio e le lacrime la fanno da padroni. Era la primavera del 1986.
In ordine sparso, cronologicamente mischiati, mi passano davanti il canestro da centrocampo di Iacopini, Viola in trionfo sulle spalle a fare il giro del campo, Benvenuti ingobbito che celebra la promozione in A1, Milano campione del mondo con D’Antoni, Meneghin, Riva, McAdooo, Pittis in ginocchio davanti alla Viola di Zorzi, sei canestri consecutivi da tre punti di Savio contro Bologna, 15 canestri da tre punti del goriziano Ardessi in un incredibile 138-128, le evoluzioni di Bryant, lo spettacolo sull’asse Bianchi-Campanaro, l’esplosione di Avenia, Attruia e Tolotti, lo stile e la classe di Hughes, la macchina da canestri di Caldwell, la prima vittoria in A1 contro Bologna, con la luce che va e viene mentre fuori si scatena il diluvio universale, Pasquale Favano che sventola il referto rosa, quello della vittoria, decisa dagli arbitri, negli spogliatoi contro Verona, le file interminabili ai botteghini, altre ore di attesa perchè si aprissero i cancelli e poi, dentro, ancora un paio di ore prima della palla a due, il volto pieno di vita di Massimo Mazzetto, la prima volta della Nazionale a Reggio e poi, ancora, gli Harlem globetrotters, la prima volta che dipinsero la riga dei tre punti, introdotta al nostro secondo anno di A2, quello della promozione, il freddo durante gli allenamenti di inverno nel 1985 (ma anche dopo…), la curva con i due clubs di tifosi organizzati: “Odoardo De Carlo” e “Rude Boys”.
Perso nei pensieri, nei ricordi, vado quasi a sbattere con Armandino. Non lo vedevo da anni, lui è sempre lì, certo fedele più di me. Sei invecchiato, Armandino, sicuramente pensi la stessa cosa di me. Lo abbraccio, mi stringe forte. Non piangere, Armando. Siamo ancora qui, al Botteghelle, nonostante tutto…




