
di Claudio Cordova – “Può dirsi provato al di là di ogni ragionevole dubbio che la volontà del Chiefari fu proprio quella di far esplodere
l’ordigno e che ciò non è avvenuto per un fatto accidentale e per l’intervento di terzi”. Bruno Finocchiaro e Gabriella Cappello, giudici della Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria, hanno depositato le motivazioni con cui, il 26 maggio scorso, hanno confermato la condanna dell’ex poliziotto Francesco Chiefari, ritenuto responsabile del reato di strage perché considerato l’autore degli attentati dinamitardi all’interno degli ospedali di Siderno e Locri, del dicembre 2006.
Assai complicata e controversa, però, la vicenda dell’uomo, anche con riferimento al destino giudiziario: condannato in primo grado dal Gup di Reggio Calabria, con sentenza emessa il 27 maggio del 2008, a 14 anni di reclusione, Chiefari fu condannato anche dalla Corte d’Assise d’Appello, che, con la sentenza del 22 dicembre 2008, ridusse la pena a 13 anni e 8 mesi. Su ricorso della difesa dell’imputato, però, la Sesta Sezione Penale della Corte di Cassazione annullò la sentenza impugnata limitatamente al reato di strage (Chiefari fu condannato anche per tentata estorsione e minacce) rimandando il caso a un’altra sezione della Corte d’Assise. Da qui, infine, la sentenza emessa dalla Corte, che ha accolto la richiesta del sostituto procuratore generale Fulvio Rizzo.
Anche le dinamiche che soggiacciono alla condotta di Chiefari, però, hanno una storia oscura, che si intreccia con le vicende che hanno riguardato la famiglia di Franco Fortugno, il vicepresidente del Consiglio Regionale della Calabria assassinato a Locri il 16 ottobre del 2005. Tutto inizia il 14 dicembre 2006, allorquando, poco dopo mezzogiorno, i Carabinieri di Siderno ricevono una telefonata anonima che informa della presenza di un messaggio all’interno di una cabina telefonica: “La bomba all’interno del cestino della carta all’ingresso della direzione sanitaria dell’ospedale di Siderno è solo un assaggio della sorpresa che avranno e che la Laganà e Mimmo Fortugno riceveranno entro dicembre. Troppo prima mangiano con noi e poi fanno i santi buffoni” è scritto nella missiva recuperata dai militari dell’Arma. All’interno dell’ospedale di Siderno, a pochi metri dalla stanza in cui opera Domenico Fortugno, fratello di Franco Fortugno, vengono recuperati i resti di una bomba artigianale che avrebbe potuto ferire e uccidere nell’arco di 5-6 metri. Contestualmente i Carabinieri ricevono una missiva che segnala un progetto di attentato proprio nei confronti di Domenico Fortugno. Un certo “Francesco” della ionica sarebbe pronto, in cambio di denaro, a far recuperare l’esplosivo. “Francesco” altri non è che Francesco Chiefari, poliziotto, con un passato nei servizi segreti, che, ritenendo di essersi ormai accreditato come fonte confidenziale, fa ritrovare del materiale esplosivo all’interno dell’ospedale di Locri e, sotto terra, nei pressi del cimitero di Careri: Chiefari accusa i fratelli Rizieri e Felice Cua (risarciti per essere stati calunniati) di essere i detentori dell’esplosivo. L’analisi delle impronte digitali e delle celle telefoniche agganciate dal cellulare di Chiefari nel giorno dell’attentato, incastreranno il poliziotto in odore di servizi: la bomba a Siderno non sarebbe esplosa per un mero errore, tanto che quella posizionata, alcuni giorni dopo, all’interno dell’ospedale di Locri, aveva un congegno molto più sofisticato e potenzialità esplosive più distruttive.
La sentenza si sofferma, soprattutto, su lunghi particolari tecnici sulla conformazione degli ordigni, puntando molto sulle perizie ascoltate in aula. Nemmeno un cenno, invece, a presunti mandanti occulti o al coinvolgimento dei servizi nella vicenda. Solo una messa in scena, dunque: Chiefari avrebbe tentato di estorcere denaro (30mila euro) agli organi investigativi in cambio di informazioni parziali o false. I giudici, peraltro, hanno riconosciuto anche le aggravanti mafiose: “Fu lo stesso imputato a connotare soggettivamente la sua condotta come mafiosa, lasciando supporre che essa fosse ricollegabile alle cosche della Locride, laddove, sul piano strettamente oggettivo, i reati di detenzione e porto di esplosivo e la collocazione di parte di esso negli ospedali di Siderno e Locri, conservano una capacità evocativa dell’agire tipico di dette organizzazioni criminose, soprattutto tenuto conto del contesto territoriale in cui le condotte stesse furono poste in essere, notoriamente oppresso dal dominio della ‘ndrangheta”.




