Segue la nota: Dedicare alla “cultura” qualche ora nel giorno della Santa Pasqua è alquanto inusuale, presi come siamo dai festeggiamenti, le gite e le abbuffate tipiche di questa festa,
eppure questa ricorrenza che invita a riflettere sul perdono, la pace, la resurrezione dalla morte, viene spesso “commercializzata” in nome di un consumismo che poco o nulla ha a che vedere con il senso più profondo della festività.
Io mi permetto un consiglio, soprattutto ai ragazzi ed ai giovani, oggi così distratti da trasmissioni televisive, e talk show, ma soprattutto invasi da finti eroi e falsi profeti, da cui proprio Nostro Signore si era premurato di mettere in guardia tramite quel testo così tanto comprato e così poco letto che è la Bibbia: un artista, poeta e cantautore agnostico, cantore della buona e della cattiva strada, ha voluto dedicare una intera sua creazione proprio ai fatti ed alle persone che la Pasqua ripropone ogni anno attorno alla morte e resurrezione di Cristo.
La “buona novella” di Fabrizio De Andrè, non è solo una raccolta di canzoni (alcune dolci e melodiose, altre pungenti e provocatorie), ma può essere considerata come un altissimo momento di religiosità permeato di storicità e realismo, ma soprattutto liberata da quei falsi pudori che contribuiscono ad allontanare la cultura cristiana dal tempo e dalla storia.
Tratta dalle storie degli Evangelisti Apocrifi, in particolare dal Protovangelo di Giacomo e dal Vangelo arabo dell’infanzia (che potremmo definire con una terminologia attuale “evangelisti da strada”), la buona novella ripercorre tutti i momenti che hanno preceduto la morte e la resurrezione di Cristo, umanizzando il Divino nel senso più pieno del termine, descrivendo personaggi veri, mai ammirati fanaticamente, con le loro debolezze e le loro volubilità, perplessi ed aggressivi, pienamente calati nella loro storia e nel loro tempo.
Così la figura di Maria si definisce in una semplice, stupenda e umane imprecazione: “non fossi stato figlio di Dio, ti avrei ancora per figlio mio!”; le madri dei due ladroni, nel dialogo con Maria, divengono quasi irridenti quando ricordano alla Madonna che comunque lei sa che il figlio suo “farà ritorno”; ma è soprattutto nei “Dieci Comandamenti” che l’umanità della produzione raggiunge il suo acme: uno per uno i Comandamenti vengono ripercorsi e commentati da Tito, uno dei due ladroni crocefissi, un uomo che a stento sbarca il lunario, che ne interpreta i dettami calandoli nella cruda realtà quotidiana.
E così, attraverso lui, Faber critica l’arroganza del potere, le ingiustizie sociali, le prepotenze, le sopraffazioni e le iniquità, ma soprattutto, nel Testamento di Tito, Fabrizio cerca di indicare la “morale” di tutta l’opera: la pietà umana, solo comandamento e solo sentimento che può condurre l’uomo alla fratellanza ed all’amore.
Un lavoro di alta poesia (che per De Andrè non è una novità), ma soprattutto di alta spiritualità, scritto perché “Gesù Cristo è stato il più grande rivoluzionario della storia”, un’opera che dovrebbe far parte del bagaglio culturale di ognuno di noi “umili o messia”.
Ascoltare oggi “La Buona Novella” mi sembra il miglior modo per santificare la Pasqua, al di là delle abbuffate e delle gite fuori porta e, senza offesa per nessuno, della , talvolta, ipocrita e unica partecipazione alla S.Messa.
Dr. Giuseppe Messina




