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Diocesi Locri-Gerace: l’Omelia del Vescovo Morosini

21 Aprile 2011
in CITTA
Tempo di lettura: 7 minuti
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morosini
Di seguito il testo integrale dell’Omelia Messa del Crisma presso la Diocesi di Locri – Gerace

Carissimi,
1. Ogni anno la S. Messa del crisma è un’occasione per metterci dinanzi alla verità della nostra consacrazione sacerdotale. E’ un atto che compie il presbiterio diocesano unito solennemente con il proprio Vescovo.
La prima lettura e il Vangelo ci parlano di consacrazione e di missione, e perciò ci consentono di richiamare il senso della nostra vocazione e missione in seno alla Chiesa. Il filtro della nostra riflessione è la consacrazione e la missione di Gesù, alla cui centralità nella nostra vita ci richiama la seconda lettura: Io sono l’alfa e l‘Omega, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente.
Il primo rendiconto che dobbiamo fare con noi stessi, carissimi confratelli sacer-doti, è proprio quello sulla centralità di Cristo. Fra poco vi chiederò: Volete unirvi intimamente al Signore Gesù, modello del nostro sacerdozio, rinunziando a voi stessi e confermando i sacri impegni che, spinti dall’amore di Cristo, avete assunto liberamente verso la sua Chiesa?
Non si sfugge alla tematica che ci viene posta davanti:
•    Abbiamo coltivato in questo anno l’unione con Cristo attraverso la preghiera, la frequenza al sacramento della riconciliazione, la meditazione? Ma, soprattutto, abbiamo cercato di uniformare il nostro sacerdozio a quello di Cristo?
•    Ecco allora la seconda pista di riflessione: Abbiamo cercato di non essere preti a modo nostro, ma prendendo a modello, rinunziando al nostro torna-conto e alle nostre vedute, il modo come Cristo ha esercitato il suo sacerdo-zio?
•    I sacri impegni assunti legano il nostro sacerdozio alla Chiesa diocesana, le-gano noi stessi a tutto il presbiterio. E’ urgente allora riesaminare questo le-game per evitare il pericolo dell’individualismo, deleterio nella nostra missione.
Abbiamo di che riflettere, miei cari sacerdoti.
Io vi invito a non confidare nelle nostre forze, ma nella grazia dello Spirito che abbiamo ricevuto nella consacrazione. E lo Spirito, se lo lasciamo agire, ci guide-rà per la strada che Gesù ci ha tracciato. Non imitiamo Pietro, che nel Cenacolo e nel Getsemani confida nelle proprie forze e vorrebbe il successo senza la croce.

2. Per percepire l’azione dello Spirito è necessario essere vigilanti nella preghiera. Non facciamo come gli apostoli, che nel Getsemani dormono. Scrive Benedetto XVI: L’appello alla vigilanza da parte di Gesù rimanda in anticipo alla storia futura della cristianità. La sonnolenza dei discepoli rimane lungo i secoli l’occasione favorevole per il potere del male. Questa sonnolenza è un intorpidimen-to dell’anima, che non si lascia scuotere dal potere del male nel mondo, da tutta l’ingiustizia e da tutta la sofferenza che devastano la terra …. La mancanza di vi-glanza conferisce al maligno un potere nel mondo.
Dobbiamo imparare a stare di più con il Signore se vogliamo sconfiggere il male che è in noi e rimanere fedeli alla nostra consacrazione.
L’intimità con il Signore ci fa cogliere anche il senso della missione di Gesù, che conosciamo attraverso i Vangeli, ma che nella Scrittura è anche sintetizzata con testi stupendi, che sono tutto un programma per noi. Il testo di Isaia che nella si-nagoga di Nazaret Gesù attribuisce a se stesso, racchiude in alcune parole la qualità della missione di Cristo: accoglienza, misericordia, liberazione, gioia. Caratteristiche che Gesù ha potuto realizzare con il dono di se stesso per tutto l’arco della sua esistenza, sino alla croce, vivendo così il mistero della sua incarnazione all’insegna della condivisione e della compassione, secondo quanto scritto nella Lettera agli Ebrei: Doveva rendersi in tutto simile ai fratelli, per diventare un sommo sacerdote misericordioso e fedele nelle cose che riguardano Dio, allo scopo di espiare i peccati del popolo. Infatti proprio per essere stato messo alla prova ed aver sofferto personalmente, è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova (Eb 2, 17-18).

3. Come ci parla questo testo, miei cari sacerdoti?
Il giovedì santo ci ricorda la lavanda dei piedi agli apostoli; il Getsemani ci rac-conta la solitudine di Cristo di fronte alla sua missione di eterno sacerdote; il processo ci testimonia l’ultimo scontro tra Gesù che dice di portare la verità nel mondo, di essere lui stesso la verità scaturita dal Padre e l’arroganza degli uomini che non vogliono accettare un Dio che si umilia, che è sconfitto, che muore, come la verità che giudica l’uomo e lo deve guidare nelle sue azione: è lo scandalo e la follia della croce di cui parla Paolo (1 Cor 1, 23).
Abbiamo il coraggio di far passare il nostro sacerdozio e la nostra missione at-traverso il filtro del Cristo che muore tra gli insulti: se sei il Figlio di Dio scendi dalla croce e ti crederemo (Mt 27, 39-43), accettando cioè la via del dono, del ser-vizio, dell’umiltà che ci espongono al rischio di essere umanamente perdenti? Eppure, su questa strada ci avvia il Maestro, con il quale dobbiamo entrare in intimità.
Vi leggo ancora una riflessione di Benedetto XVI: Che cosa è la verità? Reden-zione nel senso pieno della parola può consistere solo nel fatto che la verità diventi riconoscibile. Ed essa diventa riconoscibile, se Dio diventa riconoscibile. Egli diventa riconoscibile in Gesù Cristo. In Lui Dio è entrato nel mondo, ed ha con ciò innalzato il criterio della verità in mezzo alla storia. La verità esternamente è impotente nel mondo; come Cristo, secondo i criteri del mondo, è senza potere: egli non possiede alcuna legione. Viene crocifisso. Ma proprio così, nella totale mancanza di potere, egli è potente, e solo così la verità diviene sempre nuovamente una potenza.
Ecco il filtro attraverso il quale deve passare il nostro sacerdozio e la nostra mis-sione: chi perde vince, chi muore vive (Mt 10, 39).
C’è qui il valore di un ministero svolto all’insegna della rinuncia all’individualismo egoistico, affaristico, carrieristico, dominatore. Un ministero da svolgersi all’insegna del grembiule della lavanda dei piedi, della solitudine del Getsemani, del sacrificio sereno della croce.
Cari sacerdoti, fuori dalle belle parole di circostanza, chiediamoci se il nostro ministero è servizio reale secondo i bisogni della gente; se c’è la coscienza di ap-partenere ad un presbiterio che cerca di lavorare in unità di intenti; se c’è la ri-nuncia a qualsiasi forma di potere e di prestigio, imponendo i nostri punti di vista; se c’è lo sforzo di fare comunione e non di creare divisioni nella comunità che ci è stata affidata.
Se tutto questo non c’è, la nostra missione è vuoto e il popolo soffre.

4. E poi c’è la gioia. Il profeta Isaia conclude il brano il cui descrive la vocazione di un profeta con queste parole: Io gioisco pienamente nel Signore… perché mi ha rivestito delle vesti di salvezza, mi ha avvolto con il manto della giustizia (Is 61, 10). Miei cari sacerdoti, è cresciuta in noi questo anno la gioia di essere consacrati? Il fondamento della nostra gioia è situata nella stessa missione di liberazione del Signore Gesù, compiuta con il dono della vita? Non può esistere un sacerdote triste; se lo siamo o se la gioia si va perdendo, corriamo ai ripari: il giovedì santo esiste anche per questo.

5. E non possiamo dimenticare il nostro territorio: siamo non una qualunque Chiesa, ma la Chiesa di Locri-Gerace, che noi dobbiamo amare e servire, nel segno della liberazione e della speranza. Voglio ricordare a tutti voi, ma anche ai fedeli tutti, la grave responsabilità che abbiamo come Chiesa gerarchica e come comunità dei credenti nei confronti del territorio.
Vi ricordo appena certi temi della mia Lettera pastorale.
Dobbiamo ancora una volta chiedere perdono della nostra incapacità ad essere testimoni veri del Vangelo di Gesù Cristo: tutti, non solo i pastori della Chiesa, ma anche i semplici fedeli, perché la gravità della testimonianza pesa su tutti. In questo nostro cristianesimo di tradizione siamo massa, ma non siamo più fer-mento; abbiamo dato l’impronta cristiana alla nostra cultura, alle nostre tradi-zioni, ai nostri usi e costumi, ma non siamo più luce. Non siamo più il carro trai-nante della nostra società, perché siamo tornati indietro dal nostro arare.
Dobbiamo permettere al nostro territorio di poter sperare ancora, ritornando alla testimonianza e alla formazione delle coscienze per aiutarli a fare scelte di testimonianza, incoraggiarli a denunziare il male, sorreggerli nel difficile cammino delle scelte coraggiose per il bene comune.

6. Noi come Chiesa, pastori e laici, dobbiamo annunciare per il nostro territorio, e cito ancora Benedetto XVI, una speranza che sia disarmata, che si poggia solo sulla forza della verità e non sulla logica della violenza. Dobbiamo stare dalla parte di Gesù e non di Barabba.
L’umanità si troverà sempre nuovamente davanti a tale alternativa: dire  sì a quel Dio che opera soltanto con il potere della verità e dell’amore o contare sul concre-to, su ciò che è a portata di mano, sulla violenza. Convertitevi: è questo il grido che, di fronte alla scena di Barabba e a tutte le sue riedizioni, deve squarciarci il cuore e portarci alla svolta della vita.
Non abbiamo timore di annunziare conversione e misericordia.
Non vergogniamoci di gridare sì contro il male, ma anche di far intravedere acco-glienza a chi ha sbagliato e vuole convertirsi. Sappiamo di non essere capiti quando parliamo di perdono, di misericordia, di accoglienza. Ma non possiamo smettere di parlarne dinanzi al Cristo che muore in croce e perciò andiamo avanti lo stesso, anche se siamo tacciati di essere troppo indulgenti e di offendere chi ha subito violenza e ingiustizia.

7. Carissimi Sacerdoti,
a voi tutto l’affetto da parte del vostro vescovo e il ringraziamento per il lavoro che fate, per la testimonianza che date, per i sacrifici che affrontate. Crescete nell’impegno e nella generosità. Sappiate stimarvi vicendevolmente ed apprez-zarvi per il servizio pastorale che compite. Siate benevoli e misericordiosi, l’uno verso l’altro. La carità reciproca è l’aiuto più grande possiamo dare l’uno all’altro.
Ai più stretti collaboratori, a cominciare dal Vicario Generale e a finire al mio segretario, la gratitudine per l’aiuto che mi danno. Gratitudine che estendo a tutti i membri della curia e a chiunque ci offre aiuto con la propria competenza in ogni settore: legale, economico, amministrativo.
Grazie a voi Diaconi e Religiosi, ministri straordinari dell’Eucarestia, accoliti e lettori. Grazie a quanti operano nella Charitas e nel consultorio familiare. Il Signor ricompensi tutti.
Grazie al Coro Diocesano, sempre disponibili ad ogni nostra richiesta per rendere solenni le nostre cerimonie. Ma grazie a tutti i cori parrocchiali.
Un affettuoso pensiero ai cari seminaristi: a quelli già in seminario e a quelli che stanno facendo discernimento in questo anno: guardate in alto e mirate lontano. Confrontatevi sempre con il sacerdozio di Gesù.
A voi tutti fedeli laici, che lavorate con amore, impegno e generosità nei vari set-tori della vita diocesana e parrocchiale: grazie per il servizio che prestate nelle varie parrocchie. Senza di voi la vita delle comunità locali sarebbe paralizzata. Continuate a servire con amore e dedizione, a costo di qualunque sacrificio. A voi sacerdoti chiedo di aprirvi alla collaborazione con i laici dando loro fiducia e rispettando la loro competenza.
E pregate anche per me, perché il Signore mi sostenga sempre e mi aiuti nel gui-dare questa nostra Chiesa diocesana.

+ p. Giuseppe Fiorni Morosini
Vescovo di Locri-Gerace

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