
di Grazia Candido (foto di Antonio Sollazzo) – Le possenti voci del coro lirico del teatro “Francesco Cilea” unite ad una ricca partitura e a vigorosi ritmi riproposti egregiamente dalla grande orchestra della massima culla reggina, scandiscono i “Carmina Burana”
del compositore tedesco Carl Orff.
Una delle opere più note e complesse del Novecento, è riuscita ieri sera ad ammaliare il pubblico del “Cilea” che si è fatto trascinare da quella cantata scenica che inneggia all’amore erotico, al vino, al buon cibo ed è legata al leitmotiv del tempo che passa inesorabilmente.
A dirigere il tutto, la bacchetta del direttore d’orchestra Julian Kovatchev che, ritorna in Riva allo Stretto dopo i successi siglati nella scorsa stagione teatrale reggina e anche questa volta, ha coinvolto una platea eterogenea, ricreando insieme a tre nomi noti del panorama lirico internazionale, il soprano Paola Cigna, il baritono Carlo Morini e il controtenore Matthias Rexroth, la magia dei testi poetici contenuti in un’importante manoscritto del XIII secolo, il Codex Latinus Monacensis,
Sul palco del Cilea, sono gli eccellenti elementi del coro lirico diritti dal maestro Bruno Tirotta e tutti i musicisti a dar forma e riproporre la musica “nuova” composta all’epoca da Orff la cui prima rappresentazione italiana si tenne alla Scala di Milano il 10 ottobre del 1942.
L’opera non presenta una trama precisa e richiede tre solisti che, insieme al coro e all’orchestra, ricostruiscono il prologo e i tre atti. Nel prologo c’è l’invocazione alla Dea Fortuna sotto cui sfilano diversi personaggi emblematici dei vari destini individuali. Nella prima parte si celebra la “Veris laeta facies” ovvero il lieto aspetto della primavera; nella seconda, “In taberna” (All’osteria), si hanno prevalentemente canti goliardici mentre nella terza parte, “Cour d’amours” (Le corti dell’amore), ci sono brani che inneggiano all’amore e che si concludono con il coro di grazie alla fanciulla (“Ave, formosissima”).
Divisi in tre sezioni, i Carmina Burana rappresentano simbolicamente il rapporto tra l’uomo e la natura, i suoi doni e l’amore. Su tutto però, c’è il fato con la sua mutevolezza, a segnare la parabola della vita. Ecco perché l’opera si apre e si chiude con il celebre inno alla dea bendata, alla fortuna che regna sovrana (“Fortuna Imperatrix Mundi”).
I rintocchi dei tamburi, le melodie degli archi, la dolcezza dei fiati annuncia il finale che sancisce la sublime perfezione orchestrale con la ripresa del coro iniziale alla Fortuna ed è qui, che si suggella un’eccezionale simbiosi tra le voci e il vitalismo sonoro di un ensemble artistico capace di omaggiare la potenza di un’arte che, nella sua complessità, riesce comunque, a coinvolgere, travolgere, lanciare messaggi e scandire il vero senso della vita.




