Resistono ormai solo in cucina le antiche tradizioni arbresh delle comunita’ albanesi che dal 1400 vivono in Calabria, soprattutto nel territorio cosentino, da Spezzano Albanese a San Demetrio
Corone, passando per Cerzeto e per altri piccoli centri. Se per la Pasqua infatti questi gruppi hanno mantenuto i vecchi riti, per il natale si sono globalizzati, anche se nel menu del cenone non possono alcuni piatti tipici come le ”crespelle” (pastella di farina fritta) e tra i dolci i ”cannariculi”, fritti e poi passati nel vermouth con una spolverata di zucchero o miele o il torrone preparato con i semi di semola. Tra gli arberesh la vigilia di Natale e’ molto sentita, con la stessa forza del 25 dicembre. La tradizione vuole che tutta la famiglia si raduni nell’abitazione paterna, in virtu’ di uno schema sociale che era patriarcale nelle comunita’ . Fino a qualche decennio fa i figli baciavano la mano del genitore in segno di rispetto, ma oggi questa usanza non viene piu’ rinnovata. A tavola vengono portate da nove a tredici pietanze diverse, tutte a base di pesce. A mezzanotte si va insieme in chiesa per la Veglia di Natale. Solo a Lungro la funzione e’ diversa, poiche’ la celebrazione segue il rito greco-bizantino ed e’ presieduta dal papa’s (Lungro e’ sede dell’Eparchia). A Civita, caratteristico centro ai piedi della catena del Pollino, arde un ceppo in piazza coperto di frasche. Si ripete la frase ”Possa avere tante mandrie di capre, di pecore, di vacche e tante botti di vino moscato”. Un buon auspicio per il futuro.




