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Il peso della cultura: quando l’arte a Reggio Calabria sostiene (letteralmente) il popolo

17 Settembre 2026
in CALABRIA
Tempo di lettura: 2 minuti
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Il peso della cultura: quando l’arte a Reggio Calabria sostiene (letteralmente) il popolo

​È un dogma inconfutabile dei salotti intellettuali e delle accademie di mezzo mondo: l’arte eleva lo spirito, sorregge la società, offre un punto di vista superiore sulle miserie umane. Ma è solo a Reggio Calabria che questo nobile assunto teorico trova la sua più sincera, brutale e letterale applicazione.

​Guardate questa immagine, rubata all’oscurità nella notte catartica dei fuochi pirotecnici in onore della Madonna della Consolazione. Osservate con quale disinvolta maestria questa avanguardia di concittadini ha deciso di reinterpretare l’eterno dialogo tra opera e fruitore. Non si sono limitati a contemplare le sculture sul Lungomare Falcomatà. Troppo borghese. Troppo passivo. L’hanno vissuta. L’hanno trasformata in un gradone da stadio, in un trespolo VIP, in un piedistallo ontologico per assistere all’effimero spettacolo di luci nel cielo.

​C’è una poetica irresistibile, quasi commovente, in questo scatto. Ci dicono da sempre che per comprendere l’arte serva una profonda “cultura della conoscenza”. Menzogne. Per dominare l’arte basta un discreto equilibrio, un po’ di spinta sulle ginocchia e la totale, invidiabile assenza di quel fastidioso fardello chiamato senso civico. L’arte qui, magnanima e silenziosa, si fa carico del peso dell’umanità. Lo fa nel vero senso della parola. I complessi labirinti incisi sulla pelle di bronzo della creatura di Rabarama non sono più un ermetico invito all’introspezione psicologica: sono diventati, per grazia ricevuta e necessità pratica, degli ottimi grip antiscivolo per le sneakers di chi deve garantirsi la prima fila.

​L’opera, concepita per interrogare l’abisso dell’anima, si ritrova così declassata a dover sorreggere l’impalcatura glutea di intere famigliole, in una perfetta e distopica simbiosi. Da una parte il sacro che esplode in cielo, dall’altra il profano che si accomoda sul bronzo. È il trionfo assoluto del funzionalismo sull’estetica: se non capisco a cosa serve, perlomeno ci mi siedo sopra.

​Eppure, dietro questa sfacciata colonizzazione del bello, c’è una digressione sociologica che dovrebbe farci tremare i polsi e che vi invito a condividere nei vostri asettici salotti digitali. Non è forse questa la metafora perfetta della nostra epoca? Usiamo costantemente il genio, la fatica e la scultura culturale del passato semplicemente come sgabello per guardare il nostro personalissimo show del momento. Calpestiamo ciò che è destinato a restare – il bronzo, l’identità, la bellezza – per applaudire ciò che svanisce in tre secondi netti: la polvere da sparo.

​In fondo, questa statua ha compiuto un miracolo laico: ha sollevato fisicamente queste persone dalla mediocrità della folla. Ma la tragedia, quella vera, è che per quanto in alto tu decida di arrampicarti sull’arte per scroccare una visuale migliore, se ti manca la cultura per capire su cosa diavolo stai mettendo i piedi, rimarrai per sempre ancorato al piano terra dell’evoluzione.

​Raffaele Mortelliti per strill.it

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