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    ‘Ndrangheta – Delitto De Rosa: Rocco Papalia uccise per “prestigio”

    E’ stato condannato a 30 anni di carcere dal gup di Milano il boss della ‘ndrangheta Rocco Papalia, ritenuto responsabile di un omicidio avvenuto nel capoluogo lombardo il 9 ottobre 1976, quando un uomo, Giuseppe De Rosa, venne ucciso a colpi di pistola fuori da una discoteca.
    Il ‘cold case’ è stato risolto nel dicembre scorso, grazie a un’intercettazione registrata dai carabinieri. Fu uno dei primi omicidi commessi nella provincia di Milano dal gruppo ‘ndranghetista dei Papalia.

    Alla base del delitto, secondo quanto emerge dalle motivazioni della sentenza, la “necessità di riaffermare il prestigio criminale” a Buccinasco del clan dei Papalia, noto come il ‘gruppo dei calabresi’, e di annientare i rivali del ‘gruppo dei nomadi’, assieme a uno ‘sgarro’ legato a una donna.

    Si tratta di un assassinio rimasto irrisolto fino a quando, nell’ambito di una delle molte indagini della Dda guidata da Ilda Boccassini, è spuntata una intercettazione datata 22 aprile 2012. Ad incastrare Papalia, detto “Nginu”, sono due suoi uomini Agostino Catanzariti e Michele Grillo (entrambi arrestati), che durante una conversazione in macchina, riesumano la vicenda attribuendo al loro capo “la responsabilità dell’omicidio”. A ciò si aggiungono altri dialoghi intercettati tra la moglie e la figlia di Emanuele Di Stefano risalenti sempre all’aprile di tre anni fa, e nella quale la prima confida alla seconda che lei e il padre assistettero al fatto di sangue e che entrambi furono costretti a ritrattare. “Ciò a conferma delle forti intimidazioni – scrive il gup – che ricevette Di Stefano” quando a poche ore dall’omicidio, durante una “individuazione fotografica”, indicò Rocco Papalia come colui che sparò a Di Rosa. Al termine dell’inchiesta, Papalia ha ricevuto una nuova ordinanza di custodia cautelare in carcere.

    Di Papalia il gup Alesandra Simion evidenzia la “particolare efferatezza” dimostrata nell’uccidere il ‘rivale’, oltre ovviamente alla “spiccata pericolosità sociale”, e sottolinea il suo “inserimento negli ambienti della criminalità organizzata” e la sua “carriera criminale avviata almeno dal 1973”. ‘Nginù’, quarant’anni fa, “non aveva tollerato che il gruppo dei nomadi si fosse contrapposto al clan dei calabresi”.