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Giornata della Memoria – Il maresciallo Marrari nei ricordi della figlia

28 Gennaio 2016
in CALABRIA, In evidenza
Tempo di lettura: 2 minuti
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Giornata della Memoria – Il maresciallo Marrari nei ricordi della figlia

di Anna Foti – Nessun atto di crudeltà fu mai attribuito a chi ha comandato a Ferramonti, a chi ha controllato la vita degli internati: il direttore Paolo Salvatore (inserito con il benefattore definito l’Oskar Schindler calabrese, il giornalista ceco Karel Weirich, nella foresta dei Giusti istituita dall’organizzazione internazionale “Gardens of the Righteous Worldwide”), il commissario di Pubblica Sicurezza, il frate cappuccino Callisto Lo pinot, il rabbino Riccardo Pacifici – a cui è intitolata la via del museo della Memoria di Ferramonti –  e il comandante, di origini reggine, Gaetano Marrari, dichiarato da Israele Giusto tra le nazioni. La figlia del maresciallo Marrari, Maria Cristina, residente a Reggio, instancabilmente racconta la straordinaria semplicità di uomo al servizio dell’uomo, di maresciallo al servizio dello Stato ma non succube del regime. Lei, con la famiglia, finite le scuole, agli inizi degli anni Quaranta visse nel campo con il padre. Due aneddoti significativi racchiudono il senso del suo operato di uomo non accecato dagli ordini di Stato ma illuminato dalla saggezza. C’era la guerra e per quanto la vita nel campo non fosse dura come altrove, vi erano stenti e bisogni. “Così chi sceglieva di lavorare veniva accompagnato dagli agenti fuori dal campo affinchè aiutassero i contadini. Al rientro portavano legna ma sotto quella legna, ricorda Maria Cristina Marrari, in realtà vi erano beni di prima necessità che gli internati erano riusciti a comprare o a barattare e che sarebbe stato vietato introdurre dentro il campo stesso”. La vita dentro era dura ma per quanto possibile si respirava ‘aria di speranza’. Il comandante Marrari consentiva recite e concerti ai quali partecipava con la famiglia. Un’umanità palpabile nelle parole delle lettere che gli internati gli scrissero dopo la liberazione e che ancora la famiglia Marrari conserva gelosamente. Poi quell’episodio, che per il maresciallo Marrari rappresentò il massimo rischio. Per evitare l’ingresso dei Tedeschi giunti al campo per prelevare internati e deportarli ai lavori forzati o alle camere a gas, issò la bandiera gialla per segnalare una epidemia di colera. I tedeschi della corazzata di Hermann Goering non entrarono in quel campo per controllare e quelle vita furono salvate, strappate all’orrore. Ecco come l’internamento di Ferramonti è riuscito a cambiare il destino di moltissime persone.

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