di Anna Foti – Tarsia (Cosenza) – Ci sono nomi e storie che legano le sofferenze generate dalla persecuzione e dall’internamento degli ebrei durante la seconda la Guerra Mondiale anche alla Calabria. Il punto di contatto è rappresentato dal più grande campo di internamento fascista (che sorse in Calabria rispetto ad altra località individuata in Basilicata), allestito nella zona paludosa di Ferramonti di Tarsia in provincia di Cosenza nella valle del Crati. Nessuna camera a gas ma comunque un luogo di prigionia che grazie al coraggio di alcuni uomini e allo spirito di accoglienza della comunità calabrese, divenne luogo in cui vivere quel dramma senza perdere completamente la speranza. Il geometra comunista di Gorizia Luigi Martinelli, il contadino comunista romano Tiberio Ducci, l’avvocato socialista genovese Carlo Bava, il meccanico di Como Tranquillo Pusteria, il commerciante di Massa Carrara Athos Bugliani, il commerciante di Macerata, residente a Gorizia Vencelsao Rozlin, il calzolaio di Fiume Daniele Dobrez, il candidato Nobel David Mel, il celebre trombettista jazz Oscar Klein, l’ingegnere Alfred Wiesner, che fondò subito dopo la guerra la celebre ditta di gelati Algida, il libraio Gustav Brenner, l’incisore ceco di ex libris Michel Fingesten, l’artista tedesco Julius Flesch, il pittore ed incisore ungherese Eugenio Kron, lo scenografo tedesco Siegfried Kuttner, il musicista e direttore d’orchestra croato Lav Mirski, il compositore austriaco Kurt Sonnenfeld, i pittori Julius Flesch, Eugenio Kron, artista già famoso che a Ferramonti sposò Maria Feldmann. Mestieri umili e professioni intellettuali, uomini e donne tutti uguali di fronte alla persecuzione e insieme a Ferramonti. Sono solo alcuni di coloro che furono internati in Calabria.
Ferramonti di Tarsia è, infatti, il luogo calabrese in cui è stata scritta la storia di prigionia di ebrei italiani e stranieri arrestati, durante la Seconda Guerra mondiale. In forza delle leggi razziali, in vigore in Italia da prima del conflitto, migliaia di persone arrivarono in Calabria. Rinchiusi in un campo di internamento, tanti furono gli uomini e le donne che vissero il timore di morire per malaria o di stenti; moltissimi sopravvissero e non furono deportati verso i campi di sterminio. Giocò un ruolo strategico la collocazione geografica del campo costruito per la detenzione di ebrei ed oppositori politici in una zona malarica e vicina ad un importante snodo ferroviario (come da progetto di sterminio realizzato nel Terzo Reich), ma decentrato rispetto alle città di partenza dei convogli diretti verso le camere a gas di Auswhitz Birkenau, come furono Roma, Fossoli e Trieste per esempio. A restituire speranza non ci fu solo il caso di un campo costruito in una zona lontana dai riflettori ed anche seconda frontiera dello sbarco degli Alleati dopo la Sicilia, ma anche gli atti di umanità e coraggio che trovarono cittadinanza nell’animo di chi quel campo lo governò in pieno regime fascista, e dunque militare, senza cedere all’abominio di una persecuzione cieca, crudele e atroce.
Anche a Ferramonti gli ebrei, e non solo, dopo lo sradicamento e la spoliazione di tutto, vissero senza libertà, in un contesto militarizzato in cui il controllo consentiva per necessità di uscire dal campo solo scortati. Nato sulla scia di uno stesso disegno di morte, tuttavia, la vita e la speranza non furono spezzati e dopo la liberazione del 1943 in molti vi restarono in attesa della fine del conflitto e oltre, mentre negli campi di concentramento e di sterminio nazista in Europa si moriva in massa e in modo orrendo. Una pagina di luce in questa storia di negazione di identità e di libertà, furono la solidarietà e le relazioni che nacquero tra gli internati e la popolazione di Tarsia. Molti di questi rapporti sopravvissero alla guerra.
Nell’unico campo calabrese, a Ferramonti di Tarsia, furono internate 2200 persone, a fronte di una capienza di 2700, non meno perseguitate e imprigionate delle altre ma non vittime degli orrori che invece hanno contraddistinto soprattutto le fasi precedenti e successive alla fine del conflitto e prima della liberazione ad opera degli Alleati. Una deriva che a Ferramonti non fu raggiunta e c’è chi testimonia anche atti di grande coraggio, come l’issaggio della bandiera gialla simbolo dell’epidemia di colera, in realtà inesistente, per evitare l’ingresso di nazisti nel campo ad opera del comandante reggino Gaetano Marrari, inserito tra i Giusti tra le nazioni nel museo Yad Vashem di Gerusalemme. Qui l’uomo si distinse dal servo abbrutito di un’ideologia delirante, di un progetto indegno che si consumava impunemente in altri luoghi di internamento degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale.
Costruito dalla ditta Parrini di Roma, vicino alla vecchia stazione ferroviaria della linea Cosenza – Sibari dove sostavano i convogli, nella valle del fiume Crati, il campo di Ferramonti entrò in funzione nel giugno del 1940. Dal 2004 è divenuto un museo della memoria gestito dalla Fondazione Museo Internazionale della Memoria Ferramonti di Tarsia.
Il campo di Ferramonti fu il primo ad essere liberato dagli Alleati, il 14 settembre 1943, e l’ultimo ad essere chiuso l’11 dicembre 1945. Molti, non avendo dove andare, restarono lì per qualche tempo, anche dopo la liberazione. Oggi è un museo, accanto allo svincolo di Tarsia in provincia di Cosenza, che ricorda la storia di quello che miracolosamente fu, in questo lembo di terra calabrese.
Nel campo di internamento di Ferramonti di Tarsia, dal 2004 un museo, nonostante le regole di un campo di concentramento e la guerra, sopravvissero migliaia di ebrei e cristiani, italiani e stranieri, ebrei, antifascisti ed oppositori politici comunisti, non solo italiani ma anche greci e slavi, apolidi. A cambiare il destino crudele che la grande Storia sembrava avere già scritto, e che negli altri lager europei stava inarrestabilmente e vergognosamente compiendosi, furono anche, ma non solo, uomini che, pur nel loro ruolo, non svilirono l’altro uomo ma lo rispettarono, scindendo coraggiosamente il bene dal male e scegliendo, in quell’orrore legittimato da poteri ciechi e ignobili, il bene.
Nel giorno in cui il mondo ricorda la Shoah, il genocidio degli ebrei voluto da Adolf Hitler che, come l’etimologia suggerisce sterminò sei milioni di persone, arrivando a condannare alla persecuzione e alla morte anche omosessuali, rom, sinti, persone non abili e quindi disonorevoli per l’onnipotente razza ariana, a ricordare con iniziative e riflessioni è anche il campo calabrese. L’Italia nel 2000 ha istituito la Giornata della Memoria anche allo scopo di conoscere e riscoprire il ruolo rivestito in quella persecuzione alla quale, al di là facili autoassoluzioni, prese parte con le sue leggi e i suoi uomini.
Nel campo di sterminio di Auschwitz I, nella città polacca di Oswiecim, oggi museo statale e dal 1979 patrimonio Unesco, una cartina fotografa la provenienza dei convogli verso le camere a gas. C’è anche l’Italia con le sue città di partenza Fossoli, Bolzano, Verona, Trieste, Roma. Ci sono anche i dati con il numero di ebrei deportati all’inferno partiti da diversi paesi europei: Ungheria (430 mila ebrei); Polonia (300 mila); Francia (69 mila); Olanda (60 mila); Grecia (55 mila); Boemia e Moravia (46 mila); Slovacchia (27 mila); Belgio (25 mila); Austria (23 mila); Yugoslavia (10 mila); Italia (7500); Norvegia (690).
C’è anche l’Italia, dunque, tra i paesi che hanno contribuito all’orrore e che ora contribuisce alla salvaguardia del presidio di memoria, come impresso sul marmo all’ingresso del campo. Nessuna indulgenza dunque per il Belpaese, fosse stata anche una sola la vittima fatta uscire dai confini con quella destinazione infernale. Il dramma degli ebrei, in proporzione alla comunità residente in quel momento storico, non è stato da meno. Lo sanno bene gli ebrei che c’erano e che sono sopravvissuti.





