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    Agromafie rapporto eurispes 2015

    Agromafie: Ai clan calabresi l’agroalimentare frutta fino a 10 miliardi l’anno

    di Elda Musmeci – C’è un business che negli ultimi anni non sembra essere stato per nulla colpito dalla crisi economica, anzi sembrerebbe che il ”valore di mercato” aumenti la sua percentuale di produzione ogni anno. E’ l’agromafia. Con tale termine s’intende un’attività illegale della criminalità organizzata legata al mondo dell’agricoltura. La ‘ndrangheta, ma anche la camorra e la mafia, trafficano in quello che è considerato il lavoro più nobile e antico. E se prima gli interessi delle cosche calabresi erano solo nel Meridione, ora si sono spostati anche nel Centro-Nord dove fiorisconno attività commerciali legate al buon cibo proveniente dalle terre del sole e del mare.

    Il profitto si realizza attraverso forme di investimento e riciclaggio del denaro nelle coltivazioni, ma anche tramite truffe per ottenere fondi pubblici per lo sviluppo del settore agricolo. L’agromafia è diventata una miniera d’oro per le organizzazioni criminali. Secondo le stime della Cia, la Confederazione nazionale agricoltori, fattura circa 10 miliardi di euro all’anno. In realtà, molto di più.Il businness dell’agromafia è arrivato nel 2014 a quota 15,4 miliardi di euro, segnando un aumento del 10% annuo. Il dato è quello che emerge dall’ultimo rapporto elaborato da Coldiretti,Eurispes e dall’Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e nell’agroalimentare. La stesura del rapporto è stata resa possibile anche grazie al contributo documentale proveniente dalle Forze dell’ordine, dalla Magistratura, dalle Istituzioni e dagli Enti che operano sul territorio a salvaguardia del comparto agroalimentare.

    SETTORI COINVOLTI

    Le mafie sono direttamente coinvolte in tutta la filiera del prodotto. Dal campo, al trasporto, alla vendita nei mercati ortofrutticoli.L’agricoltura e l’alimentare sono considerate aree prioritarie di investimento dalla malavita che ne comprende la strategicità in tempo di crisi perché del cibo, anche in tempi di difficoltà, nessuno potrà fare a meno, ma soprattutto perché consente di infiltrarsi in modo capillare la società civile e condizionare la via quotidiana della persone in termini economici e salutistici. È peculiarità del moderno crimine organizzato estendere, con approccio imprenditoriale, il proprio controllo dell’economia invadendo i settori che si dimostrano strategici ed emergenti, come è quello agroalimentare. In questa opera di infiltrazione le mafie stanno approfittando della crisi per penetrare anche nell’imprenditoria legale. Per questo le mafie – sottolineano Coldiretti/Eurispes – hanno già imposto il proprio controllo sulla produzione e la distribuzione di generi alimentari del tutto eterogenei tra loro. Controllano in molti territori la distribuzione e talvolta anche la produzione del latte, della carne, della mozzarella, del caffè, dello zucchero, dell’acqua minerale, della farina, del pane clandestino, del burro e, soprattutto, della frutta e della verdura. Potendo contare costantemente su una larghissima ed immediata disponibilità di capitale e sulla possibilità di condizionare parte degli organi preposti alle autorizzazioni ed ai controlli, si muovono con maggiore facilità rispetto all’imprenditoria legale. Con i classici strumenti dell’estorsione e dell’intimidazione impongono la vendita di determinate marche e determinati prodotti agli esercizi commerciali, che a volte, approfittando della crisi economica, arrivano a rilevare direttamente. Alcune stime – precisano Coldiretti/Eurispes – valutano almeno 5.000 locali di ristorazione in Italia in mano alla criminalità organizzata (bar, ristoranti, pizzerie), nella maggioranza dei casi intestati a prestanome. Questi esercizi non garantiscono solo profitti diretti, ma vengono utilizzati anche come copertura per riciclare denaro sporco. In alcuni casi agenti dei clan rappresentano specifici marchi alimentari, che impongono in tutta la loro zona di influenza. Per raggiungere l’obiettivo i clan ricorrono a tutte le tipologie di reato tradizionali: usura, racket estorsivo, furti di attrezzature e mezzi agricoli, abigeato, macellazioni clandestine, danneggiamento delle colture, contraffazione e agropirateria, abusivismo edilizio, saccheggio del patrimonio boschivo, caporalato, truffe ai danni dell’Unione europea.

    A tutte le pressioni e minacce, esercitate in particolare nei confronti degli agricoltori del Mezzogiorno, si aggiungono i nuovi sistemi di condizionamento mafioso per imporre dazi illegali ed assorbire grosse fette del settore. Secondo la Direzione Investigativa di Roma ben il 15 per cento del fatturato realizzato dalle attività agricole appartiene all’illecito, pari al 15 per cento mentre l’Osservatorio Flai Cgil contro le agromafie e il caporalato denuncia come su 1.558 aziende confiscate alle mafie oltre 90 siano attive in ambito agricolo; dei 10.563 beni confiscati, ben 2.500 sono terreni con destinazione agricola. Le organizzazioni mafiose sono consapevoli che, pur non trattandosi del settore che garantisce i guadagni più consistenti e nel più breve tempo, il cibo costituisce la necessità primaria, di cui nessuno potrà mai fare a meno.

    Nel settore alimentare sono coinvolti quasi 50 diversi clan mafiosi. Le organizzazioni criminali operano in tutta la filiera alimentare, dalla raccolta alla produzione sino all’imballaggio e alla commercializzazione. Anche ai varchi di frontiera e nei porti italiani come confermano anche la Polizia di Frontiera e la Guardia Costiera, queste organizzazioni sono molto attive nell’Import-Export. Nell’ultimo anno le autorità hanno confiscato un gran numero di prodotti di provenienza cinese. Sono state sequestrate anche merci contraffatte o contaminate che da India, Turchia e Germania giungevano in Italia.

    L’agroalimentare rappresenta un terreno privilegiato per un investimento sicuro della malavita in tempi di crisi come dimostrano le indagini piu’ recenti che sono ormai oggetto di un ”Rapporto”.

    LE REAZIONI DEL MONDO POLITICO

    I controlli contro le agromafie ci sono, «il nostro è uno dei sistemi più efficaci» assicura il ministro per le Politiche agricole, Maurizio Martina, anche se si deve tenere alta la guardia, magari prevedendo «nuovi strumenti di coordinamento» sia nella magistratura che all’interno delle forze dell’ordine. Per ora si torna a intervenire sulle etichette, con «una norma per indicare lo stabilimento di produzione» precisa il responsabile dell’Agricoltura, un obbligo scomparso nel nuovo regolamento europeo.

    Ma presto nascerà anche un gruppo di lavoro al ministero della Giustizia, annuncia il Guardasigilli Andrea Orlando, per la «revisione della normativa sugli illeciti agroalimentari», che già nei mesi scorsi aveva avuto un «salto di qualità» con l’introduzione del reato di autoriciclaggio. Il punto centrale per il Guardasigilli non è «creare nuovi reati che poi si sommano a quelli esistenti», ma rendere organica la normativa e tempestive le sanzioni.

    Un occhio andrà probabilmente volto verso l’e-commerce, il canale in cui si muove la contraffazione alimentare soprattutto di prodotti locali (32%), dop (16%) e semilavorati (12%). Come pure verso norme che aiutino a smascherare le ormai raffinate dinamiche che la mafia utilizza per acquisire quote di marchi prestigiosi e comparti strategici dell’agroalimentare, del packaging e del trasporto merci.

    Al sistema di controlli va affiancato un «sistema di tutela» e il «rafforzamento del contrasto alle agromafie» con pene certe e «decisioni in tempi rapidi» sulle attività imprenditoriali coinvolte, dice perciò il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo, plaudendo comunque alla riforma dei reati agroalimentari annunciata da Orlando e al forum degli enti di controllo europei per coordinare la lotta all’italian sounding organizzato a marzo da Martina.

    Di maggior coordinamento per contrastare le mafie, poi, parla sia la presidente della Commissione parlamentare antimafia Rosy Bindi – «è il nostro biglietto da visita all’estero» – sia il procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, che sottolinea inoltre «l’urgenza di approvare la riforma dei reati ambientali».

    Mettendo le mani sul comparto alimentare le mafie hanno inoltre la possibilità di affermare il proprio controllo sul territorio. Non solo si appropriano di sostanziosi guadagni che ne derivano, distruggendo la concorrenza ed il libero mercato legale e soffocando l’imprenditoria onesta, ma – concludono Coldiretti/Eurispes – compromettono in modo gravissimo la qualità e la sicurezza dei prodotti, con l’effetto indiretto di minare profondamente l’immagine dei prodotti italiani ed il valore del marchio Made in Italy.